Gabrielle Segal – Gare des sans demeure (Ita – Fr – Eng)

DigitalArt di Marcello Comitini

Stazione dei senzatetto

lo sapevo tuttavia
le parole erano la carne
una carne più sensibile
della pelle che accarezziamo
la pelle momentanea
non è mai un peso
di fronte all’eternità di quel che scriviamo
lo sapevo davvero bene
c’era amore soltanto
nelle nostre anime ferite
tutto abbiamo tentato
per loro
abbiamo voluto credere
che le parole si facessero carne
e l’abbiamo pagato
la scrittura non è vita
potevamo noi ignorarlo
l’aria, l’acqua e la velocità
ti daranno solo
il tempo di dimenticare
che stiamo per morire
la prima della fila io
sì io sto per morire
l’hai letto certamente sulla mia pelle
non l’hai toccata
e come avresti potuto
senza che il suo sapore ti rovinasse
quella forza più potente
di quella che ti anima
avrebbe potuto salvarmi
il tuo coraggio da solo
non avrebbe potuto sostenere
una compagna di corsa
con una tale spaccatura
al posto del suo cuore
lo sapevo davvero bene
sarei dovuta rimanere
alla sorgente dell’inchiostro
dove il mio cuore si abbevera
e muore sì senza dubbio
ma molto più lentamente

Traduzione di Marcello Comitini

Gare des sans demeure

je le savais pourtant
les mots étaient la chair
une chair plus sensible
que la peau qu’on caresse
la peau momentanée
ne fait jamais le poids
face à l’éternité de ce que l’on écrit
je le savais trop bien
il n’y avait d’amour
que dans nos âmes blessées
nous avons tout tenté
pour elles
nous avons voulu croire
que les mots se font chair
et nous l’avons payé
l’écrit ne se vit pas
pouvions-nous l’ignorer
l’air l’eau et la vitesse
ne te donneront jamais
que le temps d’oublier
que nous allons mourir
première sur la ligne
moi oui je vais mourir
tu l’as lu sur ma peau
tu ne l’as pas touchée
comment tu aurais pu
sans que son goût t’abime
quelle force plus puissante
que celle qui t’anime
aurait pu me sauver
ton courage seul n’aurait pu soutenir
une compagne de course
avec une telle fracture
à l’endroit de son cœur
je le savais trop bien
j’aurais dû demeurer
à la source de l’encre
où mon cœur s’irrigue
et meurt oui sans doute
mais bien plus lentement

Gabrielle Segal – (son blog Carnet. Gabrielle Segal)

Station of the homeless

I knew it though
the words were the flesh
more sensitive flesh
than the skin we caress
momentary skin
never make the weight
facing the eternity of what we write
I knew it too well
there was no love
alone in our wounded souls
we tried everything
for them
we wanted to believe
that words become flesh
and we paid for it
writing cannot be lived
could we ignore it
air water and speed
will never give you
time to forget
that we are going to die
first in line I
yes I am going to die
you read it on my skin
you didn’t touch her
how could you
without its taste spoiling you
what more powerful force
that the one who animates you
could have saved me
your courage alone could not have sustained
a running companion
with such a fracture
at the place of his heart
I knew it too well
I should have stayed
at the source of the ink
where my heart irrigates
and dies yes no doubt
but much more slowly

translation of Marcello Comitini

Estación de los sin techo

aunque lo sabia
las palabras eran la carne
la carne mas sensible
que la piel que acariciamos
piel momentánea
nunca hagas el peso
frente a la eternidad de lo que escribimos
lo sabía demasiado bien
no habia amor
solo en nuestras almas heridas
probamos todo
para ellas
queríamos creer
que las palabras se hacen carne
y lo pagamos
la escritura no se puede vivir
podríamos ignorarlo
aire agua y velocidad
nunca te daré
hora de olvidar
que vamos a morir
primero en la fila yo
si yo voy a morir
lo lees en mi piel
no la tocaste
como pudiste
sin que su sabor te estropee
que fuerza mas poderosa
que el que te anima
podría haberme salvado
tu coraje por sí solo no podría haber sostenido
una compañera, en carrera
con tal fractura
en el lugar de su corazón
lo sabía demasiado bien
debería haberme quedado
en la fuente de la tinta
donde mi corazón irriga
y muere si sin duda
pero mucho más lento

traducción de Marcello Comitini

Sylvia Plath, I am vertical (Eng – Ita – Fr – Esp)

Sylvia Plath

A Catherine che ama questa poesia

I am vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them—
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.
28 March 1961

Note:
Catherine loves Sylvia Plath and counselled me to translate this poem into Italian. She already knows it in the French translation by Valérie Rouzeau.
I appreciated this poem I and I translated it from the original text into Italian and Spanish, but also into French because it seemed to me that Valérie Rouzeau’s version was a bit harsh compared to the original text.
I offer these translations to the sensitivity of readers and friends who like to visit my blog. I offer the French version in particular to Catherine as homage of my sensitivity to his.
However, I wondered if by translating I have softened the expressions used by Plath too much.
The poet wrote the verses in March 1961 after the abortion (symbolized in the poem “Parliament Hill Fields” of February 11, 1961) provoked by the violence that her husband, Teddy Hughes, inflicted on her (alleged violence – as claimed by Assia Wevill).
I am convinced that in Sylvia Plath there has always been an inner sweetness, even if it was exacerbated by the betrayals suffered by her husband (July 1962).
What symbols do we find in the lines of this poem?
Not violent men, nor animal claws (which are instead present in “Parliament Hill Fields” as in the verses “A crocodile of small girls / Knotting and stopping”), nor stones or rocks, and not even a forest in which the author lost oppressed.
We only find trees and flowers, a sense of human transience, a lack of attention to the existence of the other. It is a desolate and distressing consideration of the uselessness that the poet feels about her life.
Yet these lines are read as harsh.
This is a judgment that in my opinion mistakes the straightforwardness – characteristic of Plath’s poetics – with the harshness, and above all is based on the collection “Ariel” defined as: one of the most incandescent cries of anger and challenge in English literature, written during the “agonized and degraded” months after discovering Hughes’ infidelity.
The poem I translated is not the result of anger but of Plath’s bitter reflection on her role in her life. Those who feel this emptiness hardly feel anger. If anything, desperation that leads to suicide.


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la mia radice nella terra
a succhiare minerali e amore materno
affinché ogni marzo io possa brillare di nuove foglie,
Né sono la bellezza di un’aiuola da giardino
dipinta in modo spettacolare da attirare la mia parte di Ah,
Ignorando che presto dovrò cedere i miei petali.
A mio confronto, un albero è immortale
E un capolino non alto, ma più sorprendente,
Io voglio la longevità dell’uno e l’audacia dell’altro.

Stanotte, nella luce sparuta delle stelle,
Gli alberi e i fiori hanno sparso i loro freschi odori.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno di loro mi nota.
Quando dormo a volte lo penso
Devo assomigliare perfettamente a loro –
Pensieri confusi.
Per me è più naturale sdraiarsi.
Allora io e il cielo saremo in aperta conversazione,
E sarò utile quando finalmente mi sdraierò:
Per una volta allora gli alberi potranno toccarmi, e i fiori avranno tempo per me.
28 marzo 1961

Nota:
Catherine ama Sylvia Plath e mi ha consigliato di tradurre in italiano questa poesia. Lei la conosce già nella traduzione in francese di Valérie Rouzeau.
Ho apprezzato questa poesia e l’ho tradotta dal testo originale in italiano e spagnolo, ma anche in francese perché mi è parso che la versione di Valérie Rouzeau fosse un po’ dura rispetto al testo originale.
Queste mie traduzioni le offro alla sensibilità dei lettori e amici che amano frequentare il mio blog. La versione francese la offro in particolare a Catherine come omaggio della mia sensibilità alla sua.
Tuttavia mi sono chiesto se traducendo ho addolcito troppo le espressioni usate dalla Plath.
La poetessa ha scritto i versi nel marzo del 1961 dopo l’aborto (simboleggiato nella poesia “Parliament Hill Fields” del 11 febbraio del 1961) provocatole dalla violenza che il marito, Teddy Hughes, le inflisse (violenza peraltro presunta – come sostenuto da Assia Wevill).
Sono convinto che in Sylvia Plath ci sia stata sempre una dolcezza interiore, anche se poi inasprita dai tradimenti subiti dal marito (luglio 1962).
Nei versi di questa poesia quali simboli troviamo?
Non uomini violenti, né artigli di animali (che sono presenti invece in “Parliament Hill Fields” come nei versi “A crocodile of small girls / Knotting and stopping”) , né pietre o rocce, e neppure una foresta in cui l’autrice si smarrisce oppressa.
Troviamo solo alberi e fiori, un senso di caducità umana, una disattenzione verso l’esistenza dell’altro. E una considerazione desolata e desolante sull’inutilità che la poetessa sente della propria vita.
Eppure questi versi vengono letti come aspri e duri.
È un giudizio questo che a mio avviso scambia la schiettezza – caratteristica della poetica della Plath – con la durezza, e soprattutto si fonda sulla raccolta” Ariel” definita come : una delle grida di rabbia e di sfida più incandescenti della letteratura inglese, scritta durante gli “agonizzati e degradati” mesi dopo aver scoperto l’infedeltà di Hughes.
La poesia che ho tradotto , non è frutto di rabbia ma di amara riflessione della Plath sul suo ruolo nella vita. Chi sente questo vuoto, difficilmente prova rabbia. Semmai disperazione che spinge al suicidio.


Je suis verticale

Mais je aimerai être horizontal.
Je ne suis pas un arbre avec ma racine dans le sol
À sucer les minéraux et l’amour maternel
Pour que chaque mois de Mars je puisse briller de nouvelles feuilles,
Ni je ne suis pas la beauté d’un lit de fleurs
Attirant ma part de Ah, spectaculairement peinte
Sans savoir que je dois bientôt détacher mes pétales.
Comparé à moi, un arbre est immortel
Et un capitule pas grand, mais plus surprenant,
Et je veux la longévité de l’un et l’audace de l’autre.

Ce soir, dans la lumière faible des étoiles,
Les arbres et les fleurs répandent leurs fraîches odeurs.
Je marche parmi eux, mais aucun d’eux ne s’en aperçoit.
Parfois je pense que quand je dors
Je dois leur ressembler parfaitement—
Pensées devenues sombres.
C’est plus naturel pour moi, m’allonger.
Alors le ciel et moi serons en conversation ouverte,
Et je serai utile quand je me coucherai enfin :
Alors pour une fois les arbres pourront me toucher, et les fleurs auront du temps pour moi.
28 mars 1961

Note :
Catherine aime Sylvia Plath et m’a conseillé de traduire ce poème en italien. Elle le connaît déjà dans la traduction française de Valérie Rouzeau.
J’ai apprécié ce poème et je l’ai traduit du texte original en italien et en espagnol, mais aussi en français car il m’a semblé que la version de Valérie Rouzeau était un peu dure par rapport au texte original.
J’offre ces traductions à la sensibilité des lecteurs et amis qui aiment visiter mon blog. La version française je l’offre notamment à Catherine comme hommage de ma sensibilité à la sienne.
Cependant, je me suis demandé si en traduisant j’avais trop adouci les expressions utilisées par Plath.
La poétesse a écrit les vers en mars 1961 après l’avortement (symbolisé dans le poème «Parliament Hill Fields» du 11 février 1961) causé par la violence que son mari, Teddy Hghes, lui a infligée (violence présumée – comme le soutien Assia Wevill).
Je suis convaincu qu’il y a toujours eu dans l’âme de Sylvia Plath une douceur intérieure, même si elle a été exacerbée par les trahisons subies par son mari (juillet 1962).
Quels symboles retrouve-t-on dans les vers de ce poème ?
Pas des hommes violents, ni des griffes d’animaux (qui sont plutôt présentes dans “Parliament Hill Fields” comme dans les couplets ” A crocodile of small girls / Knotting and stopping “), ni des pierres ou des rochers, et même pas une forêt dans laquelle l’auteur s’est perdu opprimé.
On ne trouve que des arbres et des fleurs, un sentiment d’éphémère, un manque d’attention à l’existence de l’autre. C’est une réflexion désolée et affligeante sur l’inutilité que la poétesse ressent de sa vie.
Pourtant, ce poème est lu comme dur et âpre.
Ce jugement qui, à mon avis, troque la franchise – caractéristique de la poétique de Plath – avec la dureté, et surtout il s’appuie sur le recueil “Ariel” défini comme : l’un des cris de rage et de défi les plus incandescents de la littérature anglaise, écrit durant la “agonisée et dégradée” des mois après avoir découvert l’infidélité de Hughes.
Le poème, que j’ai traduit, n’est pas le résultat d’une colère mais d’une réflexion amère de Plath sur son rôle dans la vie. Ceuxi qui ressent ce vide ressent à peine de la colère. Si quoi que ce soit, désespoir qui mène au suicide.


Soy vertical

Pero prefiero ser horizontal.
No soy un árbol con mi raíz en el suelo
Chupando minerales y amor maternal
Para que cada marzo pueda brillar en la hoja,
Ni soy la belleza de una cama de flores
Atrayendo mi parte de Ahs y pintada espectacularmente,
Sin saberlo, pronto debo Deshazte de los pétalos.
Comparado conmigo, un árbol es inmortal.
Y una cabeza de flor no alta, pero más sorprendente,
Y quiero la longevidad de uno y la osadía de otro.

Esta noche, a la luz infinitesimal de las estrellas,
Los árboles y las flores han estado esparciendo sus frescos olores.
Camino entre ellos, pero ninguno de ellos se da cuenta.
A veces pienso que cuando estoy durmiendo
Debo parecerme a ellos perfectamente—
Los pensamientos se han oscurecido.
Es más natural para mí, acostado.
Entonces el cielo y yo estamos en conversación abierta,
Y seré útil cuando me acueste finalmente:
Entonces los árboles podrán tocarme por una vez, y las flores tendrán tiempo para mí.
28 de marzo de 1961

Nota:
Catherine ama a Sylvia Plath y me aconsejó traducir este poema al italiano. Ya lo sabe en la traducción francesa de Valérie Rouzeau.
Aprecié este poema y lo traduje del texto original al italiano y al español, pero también al francés porque me pareció que la versión de Valérie Rouzeau era un poco dura en comparación con el texto original.
Ofrezco estas traducciones a la sensibilidad de los lectores y amigos que gustan visitar mi blog. Ofrezco la versión francesa en particular a Catherine como homenaje de mi sensibilidad a la suya.
Sin embargo, me pregunto si al traducir he suavizado demasiado las expresiones utilizadas por Plath.
La poetisa escribió los versos en marzo de 1961 tras el aborto (simbolizado en el poema “Parliament Hill Fields” del 11 de febrero de 1961) provocado por la violencia que su marido, Teddy Hughes, le infligió (presunta violencia – según afirma Assia Wevill ).
Estoy convencida de que en Sylvia Plath siempre ha existido una dulzura interior, aunque exacerbada por las traiciones sufridas por su marido (julio de 1962).
¿Qué símbolos encontramos en los versos de este poema?
Ni hombres violentos, ni garras de animales (que en cambio están presentes en “Parliament Hill Fields” como en los versos “Un cocodrilo de niñas pequeñas / Anudando y parando”), ni piedras o rocas, y ni siquiera un bosque en el que el autor se perdió oprimido
Sólo encontramos árboles y flores, una sensación de fugacidad humana, una falta de atención a la existencia del otro. Es una consideración desolada y angustiosa de la inutilidad que la poeta siente de su vida.
Sin embargo, estas líneas se leen como duras.
Este es un juicio que confunde la franqueza -característica de la poética de Plath- con la dureza, y sobre todo se basa en la colección “Ariel” definida como: uno de los más incandescentes gritos de ira y desafío de la literatura inglesa, escrito durante los meses “agonizantes y degradados” después de descubrir la infidelidad de Hughes.
El poema que traduje no es el resultado de la ira sino de la amarga reflexión de Plath sobre su papel en la vida. Aquellos que sienten este vacío difícilmente sienten ira. En todo caso, la desesperación que conduce al suicidio.

Tu penses que je (Fr – Ita – Eng – Esp)

Dans ma chambre, sombre comme une grotte marine, le soleil est revenu et sa mer de lumière bleue exalte les beautés du corps de Catherine qui m’étreint et me dédie ce poème.

Tu penses que je

Tu penses que je suis loin de toi
Que je t’oublie
Mais chaque matin
Quand la lumière incise l’opacité du songe turgide
Je me calcine dans la matrice du jour
Chaque matin
Sous la hampe du soleil levant
Mes cuisses d’aubes licencieuses
S’écartent
Charrient l’écume du désir
Alors j’ouvre les yeux
Aperçois l ‘anthurium sur l’appui de fenêtre
Cette fleur que l’on nomme aussi langue de feu
Et je pense à la tienne
Qui m’a appris
La parole et l’étreinte.
Catherine, 02/06/2022

Nella mia stanza, buia come una grotta marina, è tornato il sole e il suo mare di luce azzurra esalta le bellezze del corpo di Catherine che mi abbraccia e mi dedica questa poesia.

Tu pensi che io

Tu pensi che io sono lontana
Che ti dimentico
Ma ogni mattina
Quando la luce incide l’opacità del tumido sogno
Io m’infiammo nella matrice del giorno
Ogni mattina
Sotto lo stelo del sole che sorge
Le mie cosce di albe impudiche
Si spalancano
E tracimano la schiuma del desiderio
Apro gli occhi
Vedo l’anturio sul davanzale della finestra
Questo fiore chiamato anche lingua di fuoco
E penso alla tua
Che mi ha insegnato
La parola e l’abbraccio.
(La correttezza di questa traduzione e delle successive è mia responsabilità)


In my room, dark as a sea cave, the sun has returned and its sea of blue light exalts the beauty of Catherine’s body, which embraces me and dedicates this poem to me.

You think I

You think I’m far from you
That I forget you
But every morning
When the light incises the opacity of the turgid dream
I burn myself in the matrix of the day
Each morning
Under the stem of the rising sun
My thighs of licentious dawns
Spread apart,
Carry the foam of desire
So I open my eyes,
See the anthurium on the window sill
This flower which is also called tongue of fire
And I think of yours
Who taught me
The word and the embrace.


En mi habitación, oscura como una cueva marina, ha vuelto el sol y su mar de luz azul exalta la belleza del cuerpo de Catherine, que me abraza y me dedica este poema.

Crees que yo

Crees que estoy lejos de ti
Que te olvido
Pero cada mañana
Cuando la luz afecta la opacidad del sueño tumid
Me inflamé en la matriz del día
Cada mañana
Bajo el bastón del sol naciente
Mis muslos, de licenciosas auroras
Se abren
Desbordan la espuma del deseo
Abro mis ojos
Veo el anthurium en el alféizar de la ventana.
Esta flor que también se llama lengua de fuego.
Y pienso en la tuya
Que me enseñó
La palabra y el abrazo.

Sempre tu (Ita – Fr)

Il giorno riesce a malapena a illuminare la stanza
perché il tuo corpo è una lanterna tenace.
Nulla la può spegnere, se non un bacio
contro cui ti sciogli, il tempo di uno sguardo.

Tutto il tepore del mondo è sulla tua bocca
sulle tue cosce dove la mia mano non si arresta di salire
sulle tue reni dove la carezza ha il peso dell’oro
sui tuoi seni che sempre emergono dall’ombra.

Dappertutto la sera fonde le cose tra loro
ma tu, tu sei là, nuda e inavvicinabile
e soltanto i tuoi capelli si concedono alla notte
che s’illumina pensando di attraversarli.

Quando la mattina disfa le lenzuola
è ancora su di te che i miei occhi si posano
perché nient’altro possono vedere
se non un giorno che ha la forma del tuo corpo.

Titolo originale: Toujuors toi
Lucien Becker
Traduzione di Marcello Comitini

Toujours toi

Le jour a du mal de tomber dans la chambre
parce que ton corps reste une lanterne sourde
que rien ne peut éteindre, si ce n’est un baiser
contre lequel tu te brises, le temps d’un regard.

Tome la tiédeur du monde est sur ta bouche
sur ta cuisse où ma main ne s’arrête pas de monter,
sur tes reins où la caresse a le poids de l’or,
sur tes seins qui sont toujours hors de l’ombre.

Partout, le soir soude entre elles les choses
mais toi, tu es là, inabordable de nudité,
et seule ta chevelure se prend à la nuit
qui s’illumine à vouloir la traverser.

Lorsque le matin défait le drap,
c’est encore sur toi que donnent mes yeux
puisqu’ils ne peuvent plus voir rien autre
qu’un jour qui a pris la forme de ton corps.

Lucien Becker, Rien che l’amour, 1997 (La table Ronde)

I gioielli, Baudelaire (Ita – Fr)

La mia amata era nuda e indossava soltanto,
conoscendo il mio cuore, gioielli tintinnanti
dai ricchi finimenti che le donavano l’aria
vittoriosa che hanno le schiave dei Mori.

Questo mondo luccicante di metallo e di pietre
che lancia danzando un suono ironico e vivo
in estasi mi rapisce: amo sino al furore
le cose in cui il suono si mescola alla luce.

Era dunque distesa e si lasciava amare.
Dall’alto del suo divano sorrideva di gioia
al mio amore profondo e mite come il mare
che verso di lei saliva come alla sua falesia.

Gli occhi fissi su me, come tigre domata,
indolente e sognante provava diverse pose
e il candore unito alla sensualità
donava un nuovo incanto alle sue metamorfosi.

E le braccia e le gambe e le cosce e le reni,
lisce come olio sinuose come cigni,
sfilavano nei miei occhi attenti e sereni,
e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna,

s’avanzavano seducenti più degli Angeli del male
per turbare la quiete in cui l’anima riposava
e per costringerla a scendere dalla rocca di cristallo
dove s’era messa a sedere, calma e solitaria.
 
Credevo di vedere, uniti in una sola immagine
le anche di Antiope e il busto di un fanciullo
così tanto i suoi fianchi esaltavano il bacino.
Sulla pelle fulva e bruna l’illusione era perfetta.
 
— E la lampada ormai rassegnata a morire,
il camino soltanto illuminava la stanza:
e quando emetteva un sospiro di fiamme
colorava di sangue l’ambra della sua pelle.

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

Les Bijoux

La très-chère était nue, et, connaissant mon cœur,
Elle n’avait gardé que ses bijoux sonores,
Dont le riche attirail lui donnait l’air vainqueur
Qu’ont dans leurs jours heureux les esclaves des Maures.

Quand il jette en dansant son bruit vif et moqueur,
Ce monde rayonnant de métal et de pierre
Me ravit en extase, et j’aime avec fureur
Les choses où le son se mêle à la lumière.

Elle était donc couchée, et se laissait aimer,
Et du haut du divan elle souriait d’aise
À mon amour profond et doux comme la mer
Qui vers elle montait comme vers sa falaise.

Les yeux fixés sur moi, comme un tigre dompté,
D’un air vague et rêveur elle essayait des poses,
Et la candeur unie à la lubricité
Donnait un charme neuf à ses métamorphoses.

Et son bras et sa jambe, et sa cuisse et ses reins,
Polis comme de l’huile, onduleux comme un cygne,
Passaient devant mes yeux clairvoyants et sereins ;
Et son ventre et ses seins, ces grappes de ma vigne,

S’avançaient plus câlins que les anges du mal,
Pour troubler le repos où mon âme était mise,
Et pour la déranger du rocher de cristal,
Où calme et solitaire elle s’était assise.

Je croyais voir unis par un nouveau dessin
Les hanches de l’Antiope au buste d’un imberbe,
Tant sa taille faisait ressortir son bassin.
Sur ce teint fauve et brun le fard était superbe !

— Et la lampe s’étant résignée à mourir,
Comme le foyer seul illuminait la chambre,
Chaque fois qu’il poussait un flamboyant soupir,
Il inondait de sang cette peau couleur d’ambre !

Gabrielle Segal: Hölderlinade (Fr – Ita – Eng – Esp)

DigitalArt di Marcello Comitini

Ma chère amie et très bonne poétesse Gabrielle Segal, connue de nous tous, m’a permis de traduire ce poème dont le contenu est actuel, non seulement pour la période que nous vivons, mais pour l’état en général qui voit la poésie reléguée à un petit coin de la vraie littérature et dans un grand espace de mauvaise littérature.


La poésie ne sert à rien
ce qui est mort est mort
ce qui est fait est fait
elle n’œuvre pas pour la mémoire
elle sait
la mémoire n’est pas un remède collectif

la poésie n’est pas une arme
au mieux elle est une truelle
une bobine de fil

elle a les yeux au bout des mains
alors elle est sans pouvoir

on dit pour s’en défaire
elle est la voix de demain
demain qui ne vient jamais
ou si furtivement
qu’on ne peut s’y installer à demeure

ou si lentement
si lentement
que ceux que l’on tue n’ont guère le temps
d’en faire sépulture

la poésie ne sert à rien

elle sait être le résultat de l’échec

mais elle s’entête
elle s’entête

inlassablement
elle remonte les corps suppliciés à la surface
elle réécrit les noms effacés des papiers administratifs
elle recoud les vêtements percés et les peaux percées
elle refleurit les allées
elle caviarde des pages entières du Récit-Officiel

elle verticalise ce que l’on a courbé
relève ceux que l’on a couchés

et depuis le début
elle n’attend que ça
mourir
*******************************************
La mia cara amica e bravissima poetessa Gabrielle Segal, conosciuta da tutti noi, mi ha concesso di tradurre questa poesia il cui contenuto è attuale, non soltanto per il periodo in cui stiamo vivendo, ma per la condizione in generale che vede la poesia relegata in un piccolo angolo della vera letteratura e in un grande spazio della pessima letteratura.


La poesia non giova a nulla
quel che è morto è morto
quel che è fatto è fatto
non si adopera per la memoria
lei sa
la memoria non è un toccasana collettivo

la poesia non è un’arma
nel migliore dei casi è una cazzuola
un rocchetto di filo

ha gli occhi sulla punta delle mani
quindi senza alcun potere

per sbarazzarsene diciamo
lei è la voce del domani
un domani che non arriva mai
o così furtivamente
che non si può eleggere a dimora

o così lentamente
così lentamente
che gli assassinati non hanno proprio il tempo
di servirsene come sepoltura

La poesia non giova a nulla

sa di essere il risultato di un fallimento

ma lei s’intestardisce
s’intestardisce

instancabilmente
porta in superficie i corpi torturati
riscrive i nomi cancellati dalle carte amministrative
cuce gli abiti trafitti e le pelli trafitte
fa rifiorire i viali
oscura intere pagine del Grandi Proclami

raddrizza ciò che è stato piegato
solleva coloro che sono stati deposti

e fin dall’inizio
non attende che questo
morire
*******************************************
My dear friend and talented poet Gabrielle Segal, known to all of us, has allowed me to translate this poem whose content is current, not only for the period in which we are living, but for the general condition that sees poetry relegated to a small corner of true literature and a large space of bad literature.


Poetry is useless
what is dead is dead
what is done is done
it does not work for the memory
she knows
memory is not a collective remedy

poetry is not a weapon
at best she is a trowel
a spool of thread

she has her eyes at the end of her hands
so she is powerless

we say to get rid of it
she is the voice of tomorrow
tomorrow that never comes
or so stealthily
that your cannot settle there permanently

or so slowly
so slowly
that those who are killed have little time
to bury himself

poetry is useless

she knows to be the result of failure

but she persists
she persists

tirelessly
she brings the tortured bodies to the surface
she rewrites the names erased from the administrative papers
she sews pierced clothes and pierced skins
she reflowers the avenues
she redacts entire pages of the Récit-Officiel

it verticalizes what has been bent
lift up those who have been laid down

and from the start
she’s just waiting for that
die
*******************************************

Mi querida amiga y talentosa poeta Gabrielle Segal, conocida por todos nosotros, me ha permitido traducir este poema cuyo contenido es actual, no solo para el período en que vivimos, sino para el estado en general que ve la poesía relegada a un pequeño rincón de la verdadera literatura y un gran espacio de la mala literatura.


La poesía no sirve
lo que esta muerto esta muerto
Lo hecho, hecho está
nada se hace con la memoria
ella sabe
la memoria no es un remedio colectiva

la poesía no es un arma
a lo mejor es una paleta
un carrete de hilo

tiene los ojos en las puntas de las manos
por lo tanto sin ningún poder

para deshacerse digamos
ella es la voz del mañana
un mañana que nunca llega
o tan sigilosamente
que no puede ser elegido como residencia

o tan lentamente
tan lentamente
que los asesinados simplemente no tienen tiempo
para usarlo como entierro

La poesía no sirve

sabe que es el resultado del fracaso

pero ella se pone terca
se pone terca

incansablemente
trae los cuerpos torturados a la superficie
reescribe los nombres borrados de los documentos administrativos
cose ropa perforada y pieles perforadas
hace que los bulevares vuelvan a florecer
oscurece páginas enteras de las Grandes Proclamaciones

endereza lo que se ha doblado
levanta a los que han sido depuestos

y desde el principio
no espera esto
morir

Gabrielle Segal, Chant XVIII (Ita -Fr – Eng – Esp)

Pablo Picasso, L’amicizia, 1908

Canto XVIII

poggiare teneramente il capo contro la spalla utopica
dell’ultima amica
rendere il suo viso come i volti
che ti hanno fatto bene
le sue labbra come le labbra che ti hanno veramente baciato
che hanno lasciato passare le parole necessariamente dure
i suoi occhi come gli occhi che ti hanno veramente guardato
che non hanno avuto paura di te
che hanno osato voltarti le spalle bruscamente
o soffermarti su vite diverse dalla tua

poggiare teneramente la testa contro il petto utopico
dell’ultima amica
modellare i suoi seni con il peso delle foglie di antichi alberi bronchiali
ascoltare senza angoscia il suo respiro caduco

poggiare teneramente il capo sul cuore utopico
dell’ultima amica
ascoltarlo che batte al ritmo delle sue parole
bambina nuotavo il più lontano possibile dalla riva
e dal largo osservavo
le donne della duna invecchiare
invecchiare e diventare sabbia

(Il solo modo di superare l’eternità
per riposarsi finalmente)

traduzioni di marcello comitini dal blog di Segal Gabrielle

Chant XVIII

poser ta tête tendrement contre l’utopique épaule
de la dernière amie
fabriquer son visage comme les visages
qui t’ont fait du bien
ses lèvres comme les lèvres qui t’ont embrassée véritablement
qui ont laissé passer les mots durs nécessaires
ses yeux comme les yeux qui t’ont regardée véritablement
qui n’ont pas eu peur de toi
qui osaient se détourner brusquement
ou s’attarder sur d’autres vies que la tienne

poser ta tête tendrement contre l’utopique poitrine
de la dernière amie
modeler ses seins avec le poids des feuilles d’anciens arbres bronchiques
écouter sans angoisse sa respiration caduque

poser ta tête tendrement sur l’utopique cœur
de la dernière amie
entendre celui-là battre au rythme de ses paroles
gamine je nageais aussi loin que possible de la côte
et du large j’observais
les femmes de la dune vieillir
vieillir et devenir sable

(Il s’agit de vaincre l’éternité
pour enfin se reposer) 

Canto XVIII

to lean the head tenderly against the utopian shoulder
of the last friend
to make her face like faces
that have done you good
her lips like the lips that really kissed you
who let the necessarily hard words pass
her eyes like the eyes that really looked at you
who weren’t afraid of you
who dared to turn their backs on you abruptly
or dwell on lives other than yours

to lean the head tenderly against the utopian chest
of the last friend
to mold her breasts with the weight of the leaves of ancient bronchial trees
to listen without anguish to her fleeting breath

to lean tenderly the head on the utopian heart
of the last friend
to listen to him beating to the rhythm of his words
little girl I swam as far from the shore as possible
and I observed from the sea
the women of the dune grow old
grow old and become sand

(It’s about overcoming eternity
to finally rest)

Canto XVIII

apoyar tiernamente la cabeza contra el hombro utópico
de la última amiga
hacer su cara como caras
que te han hecho bien
sus labios como los labios que de verdad te besaron
que dejan pasar las palabras necesariamente duras
sus ojos como los ojos que de verdad te miraban
quien no te tuvo miedo
que se atrevió a darte la espalda abruptamente
o morar en vidas ajenas a la tuya

apoyar tiernamente la cabeza contra el pecho utópico
de al última amiga
modelando sus senos con el peso de las hojas de los árboles bronquiales milenarios
escuchar sin angustia su aliento fugaz

apoyar tiernamente la cabeza en el corazón utópico
del último amigo
escúchalo latiendo al ritmo de sus palabras
niña, nadé lo más lejos posible de la orilla
y observé desde el mar
las mujeres de la duna envejecer
envejecer y convertirse en arena

(Se trata de superar la eternidad
para finalmente descansar)

Lucien Becker – *17*18*19*20* – Il desiderio non ha leggenda- (Ita – Fr)

Pierre Mornet

Queste sono le ultime 4 poesie che compongono il lungo poema di Lucien Becker.
Spero che la lettura di questo autore vi sia stata gradita.

Ce sont les dernieres 4 poésies qui composent le long poème de Lucien Becker.
J’espère que vous avez apprécié la lecture de cet auteur.

17

Sono prigioniero del tuo viso
Come un muro dello specchio.
Soppesato dal tuo sguardo,
il mondo perde il suo peso di pietre.

Il canto del tuo sangue sotto la pelle
è dolce da ascoltare
come quello delle erbe
inseguite dal vento.

So che la morte non può farmi nulla
finché ci sei tu tra lei e me,
finché si accende nella tua carne
la lucciola del piacere.

Il tramonto vortica su ciascuna delle tue unghie
prima di andare a ingrossare la terra di un’ultima montagna di chiarore.
e posso vedere sul tuo polso il passo
che compie la tua vita per venire da me.

18

Al di là delle mie mani chiuse su di te,
oltre questo bacio che ci denuda,
oltre l’ultima parola che hai appena detta,
c’è il desiderio che teniamo vivo contro di noi.

C’è la vita degli altri che viene dalla città
senza poter andare oltre la porta
dietro la quale le mura ascoltano al nostro posto
il rumore che il cuore degli uomini fa in strada.

Tu superi le erbe
di poche altezze dal sole.
Ti sento a malapena benché sia sopra di te
come sulla punta più aguzza di una montagna.

Tu sei intera contro ciascuna delle mie mani,
sei intera sotto le mie palpebre,
sei intera dai miei piedi alla testa,
sei sola tra il mondo e me.

19

Rimane il sole sulla tua bocca
là dove brilla ancora un bacio.
Il tuo viso gli appartiene ma me lo rende
per le notti più lunghe della mia vita.

Il tuo corpo per cui mi sveglio
si illumina più velocemente del giorno
perché il sole esce in tutti i luoghi
dove ci sono ciottoli da modellare.

Le foreste si denudano per lui
nel segreto delle loro radure
ma è sulla tua gola
che bisogna far crescere i suoi frutti più belli.

La terra gli presenta una a una
le sue valli più ricche,
ma è sul tuo ventre che si ferma,
semplice mazzo di fiamme.

20

Il tetto dei paesi è posato sulla terra
e i prati fuggono da tutte le parti
intorno ai muri bianchi
che avanzano d’una casa ogni secolo.

Penso allo stupore del tuo ventre
che sempre guarda la mia voglia per la prima volta
Penso alle foreste che abbattiamo
quando la mia carne matura nella tua.

Penso all’orgoglio dell’estate
sulla polvere delle strade,
al ruscello che smette per un attimo di scorrere
per meglio essere abbagliato dalla nudità della luce.

A rimanere in piedi in questo luogo sconfinato e luminoso
sento di non avere abbastanza polmoni
per contenere la vita che viene verso di me
allo stesso modo che il tuo corpo viene verso il mio.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)
traduz. di Marcello Comitini

17

Je suis prisonnier de ton visage
à la façon dont un mur l’est du miroir.
Pesé par ton regard,
le monde perd son poids de pierres.

Le chant de ton sang sous la peau
est aussi doux à entendre
que celui des graminées
poursuivies par le vent.

Je sais que la mort ne peut rien me faire
tant que tu restes entre elle et moi,
tant que s’allume dans ta chair
le ver luisant du plaisir.

Le couchant tournoie sur chacun de tes ongles
avant d’aller grossir la terre d’une dernière montagne de clarté
et je peux voir a ton poignet les pas
que ta vie fait pour venir jusqu’à moi.

18

Au -delà de mes mains refermées sur toi,
au-delà de ce baiser qui nous dénude,
au-delà du dernier mot que tu viens de dire,
il y a le désir que nous tenons vivant contre nous.

Il y a la vie des autres qui remonte de la ville
sans pouvoir aller plus loin que la porte
derrière laquelle les murs écoutent à notre place
le bruit que le cœur des hommes fait dans la rue.

Tu dépasses les herbes
de quelques hauteurs de soleil.
Je te sens à peine bien que je sois sur toi
comme sur la pointe la plus aiguë d’une montagne.

Tu es entière contre chacune de mes mains,
tu es entière sous mes paupières,
tu es entière de mes pieds à ma tête,
tu es seule entre le monde et moi.

19

Le soleil reste sur ta bouche
à la place où miroite encore un baiser.
Ton visage lui appartient mais il me le rend
pour des nuits plus longues que ma vie.

Ton corps pour lequel je m’éveille
s’éclaire plus vite que le jour
parce que le soleil surgit à toutes les places
où il y a des cailloux à pétrir.

Les forêts se dénudent pour lui
dans le secret de leurs clairières
mais c’est sur ta gorge
qu’il fait pousser ses plus beaux fruits.

La terre lui présente une à une
ses vallées les plus riches,
mais c’est sur ton ventre qu’il s’arrête,
simple bouquet de flammes.

20

Le toit des villages est posé sur la terre
et les prés fuient de toutes parts
autour des murs blancs
qui avancent d’une maison par siècle.

Je pense à l’étonnement de ton ventre
qui regarde toujours mon désir pour la première fois
Je pense aux forêts que nous faisons tomber
quand ma chair mûrit dans la tienne.

Je pense à la hauteur de l’été
sur la poussière des routes,
au ruisseau qui s’arrête un instant de couler
pour mieux s’éblouir de la nudité de la lumière.

A rester debout dans ce pays démesuré de clarté,
je sens que je n’ai pas assez de poumons
pour retenir la vie qui vient vers moi
à la façon dont ton corps vient vers le mien.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)

Lucien Becker – *14*15*16* – Il desiderio non ha leggenda- (Ita – Fr)

Foto di David Hamilton

14

Tu apri la notte più piena
con la punta dei tuoi seni.
Vieni verso me nel vortice di una città
che si illumina solo alla luce del desiderio.

Non conoscerò mai la distanza da percorrere
tra la lampada sorda del tuo ventre e il mio corpo.
So che mi unisco a te in un bacio
che non lascia passare giorno.

Sotto la mia mano insabbiata nelle carezze,
resta l’altezza della tua gola,
verso la quale avanzo,
la bocca colma di sole.

A forza di avere il mio viso contro il tuo,
dimentico che il mondo comincia al di là del tuo sguardo.
Gettando l’una nell’altra le nostre reti più fitte,
catturiamo tutti i pesci della gioia.

15

Il sole tramonta nelle pozzanghere
per restare più a lungo sulla terra.
Non puoi più andartene dalla mia stanza
perché io sto in piedi sui tuoi ultimi passi.

Cerco di conquistare
l’insetto che respiri.
Ma sfugge dalle mie labbra
per andare a posarsi sul mio sangue.

Non puoi più uscire dalla rete
che le mie mani tendono su te,
sei al centro della stella dei miei passi,
tu sei l’unica risposta della mia vita.

16

Ai nostri occhi catturati nella stessa pietra della presenza,
il mondo giunge da una finestra
dei nostri corpi dove a volte
ci affacciamo, alti come promontori.

La città è ai piedi della stanza in cui tu sei
come orizzonte le tue spalle
e tocchiamo fino in fondo
il vivaio di fuoco che dà la sua misura all’estate.

Ti richiudi senza sosta su di me
come due onde su uno scoglio
e non ci resta che lasciarci trasportare dal mare
che si estende molto lontano intorno ai nostri volti.

Perduti in un paesaggio di carne e di carezze,
viviamo le poche miniere di anni
di cui il nostro amore ha bisogno affinché da ogni goccia
del nostro sangue nasca un abbraccio.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)
traduz. di Marcello Comitini

14

Tu ouvres la nuit la plus pleine
de la pointe de tes seins.
Tu viens vers moi dans le tournoiement d’une ville
qui ne s’éclaire plus qu’à la clarté du désir.

Je ne saurai jamais la distance à parcourir
entre la lampe sourde de ton ventre et mon corps.
Je sais que je te rejoins dans un baiser
qui ne laisse point passer le jour.

Sous ma main ensablée dans les caresses,
il reste les hauteurs de ta gorge,
vers lesquelles j’avance,
la bouche pleine de soleil.

A force d’avoir mon visage contre ton visage,
j’oublie que le monde commence au-delà de ton regard.
A jeter l’un dans l’autre nos plus sûrs filets,
nous ramenons tous les poissons de la joie.

15

Le soleil se couche dans les flaques
pour rester plus longtemps sur la terre.
Tu ne peux plus t’en aller de ma chambre
parce que je suis debout sur tes derniers pas.

J’essaie de conquérir
l’insecte que tu respires.
Mais il s’échappe de mes lèvres
pour aller se poser sur mon sang.

Tu ne peux plus sortir du filet
que mes mains tendent sur toi,
tu es au centre de l’étoile de mes pas,
tu es l’unique réponse de ma vie.

16

A nos regards pris dans la même pierre de présence,
le monde arrive par une fenêtre
où nous nous penchons parfois
de nos corps, hauts comme des promontoires.

La ville est au pied de la chambre où tu te tiens
avec pour horizon celui de tes épaules
et nous touchons jusqu’en son fond
le vivier de feu qui donne sa mesure à l’été.

Tu te refermes sans cesse sur moi
comme deux vagues sur un rocher
et nous n’avons qu’à nous laisser porter par la mer
qui s’étend très loin autour de nos visages.

Perdus dans un pays de chair et de caresses,
nous vivons les quelques miniers d’années
dont notre amour a besoin pour que naisse
une étreinte de chaque goutte de notre sang.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)

Lucien Becker – *11*12*13* – Il desiderio non ha leggenda- (Ita – Fr)

Immagine di Pierre Mornet

11

Mi accogli in un luogo al centro del quale
il tuo corpo si erge come un falò di gioia,
poggiato semplicemente sulla freschezza delle tue labbra
nel punto in cui lo spazio si getta in te.

Sei l’ostacolo verso cui accorro
con la forza delle maree,
con la libertà dei raccolti
che un colpo di falce separa dal sole.

Non parliamo dell’amore che ci lega
perché è tra noi come una bottiglia sulla tavola
che passa dalle mie dita alle tue
veloce come un fulmine.

12

Se voglio amarti senza nulla perdere della tua luce,
sono costretto a rinchiudermi con te nelle pietre.
Il giorno di tanto in tanto scosta le tende,
tocca la tua spalla e ricade in mezzo alla strada.

Il silenzio stesso è fatto di minerale
e prende la forma delle camere che lo contengono.
Perché non potesse entrare, avremmo dovuto spingere
mille armadi contro le porte.

La nostra notte è impermeabile e i nostri corpi,
appagati dell’aria contenuta in un bacio,
scendono alle radici dell’albero
che ha come cime le nostre teste.

13

Proprio sulla fronte, proprio sul fianco,
sento i passi che fa il mio sangue
per avanzare di cima in cima
fino a quella di cui ho bisogno per dominare il tuo corpo.

Gliene voglio per avermi tenuto chiuso
in un volto con il quale rimango così solo
quando le mie spalle non hanno più le tue da portare
e ti cerco invano negli specchi.

Eppure è grazie a lui che ti ho riconosciuto per strada
in un momento che rimane come una fonte in piena memoria.
È lui che mi permette in ogni momento
di riconoscere la mia verità nei tuoi occhi.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)
traduz. di Marcello Comitini

11

Tu m’accueilles dans un pays au centre duquel
ton corps se dresse comme un feu de joie,
simplement posé sur la fraîcheur de tes lèvres
au point où l’espace se jette en toi.

Tu es l’impasse vers laquelle j’accours
avec la force des marées,
avec la liberté des moissons
qu’un coup de faux sépare du soleil.

Nous ne parlons pas de l’amour qui nous lie
parce qu’il est entre nous comme une bouteille sur une table
et qu’il court de mes doigts à tes doigts
avec la vitesse de l’éclair.

12

Si je veux t’aimer sans rien perdre de ta clarté,
je suis contraint de m’enfermer avec toi dans les pierres.
Le jour écarte de temps en temps les rideaux,
tache ton épaule et retombe dans la rue.

Le silence même est fait de minéral
et prend la forme des chambres qui le contiennent.
Pour qu’il n’y entre point, c’est mille armoires
qu’il aurait fallu pousser contre les portes.

Notre nuit est imperméable et nos corps,
se suffisant de l’air contenu dans un baiser,
descendent jusqu’aux racines de l’arbre
qui a nos têtes pour sommet.

13

En plein front, en plein flanc,
j’entends les pas que mon sang fait
pour s’avancer de sommet en sommet
jusqu’à celui dont il me faut dominer ton corps.

Je lui en veux de me tenir enfermé
dans un visage avec lequel je reste si seul
lorsque mes épaules n’ont plus le tien à porter
et que je te cherche en vain dans les miroirs.

C’est pourtant par lui que je t’ai reconnue dans la rue
dans un moment qui reste comme une source en pleine mémoire.
C’est lui qui me permet à chaque instant
de reconnaître ma vérité dans tes yeux.

Lucien Becker, Rien que l’amour, (Ed. La Table Ronde,2019)