La mia ricerca (Ita – Fr – Eng – Esp)

digitalArt di Marcello Comitini

La mia ricerca

Un amico, che mi conosce da quando avevo venti anni, mi dice che la mia è stata ed è una vita di ricerca dell’assoluto, dalla ricerca di Dio alla ricerca della perfezione, tutti e due compiti estremi.

Mi fa anche notare che forse è più facile trovare Dio che la perfezione umana, perché io cercavo e cerco un essere umano di forma perfetta e di mente e di animo sublime; che lì stava il limite della mia ricerca, in quanto essere umano non poteva essere perfetto e, se anche lo era, si sarebbe corrotto, vuoi nel corpo vuoi nello spirito; che il senso di una lotta interiore senza fine può essere portata a compimento solo dalla morte.; che questa aspirazione “inumana” è valsa a rendere difficili quando non impossibili i miei rapporti con gli altri.

Il peggio è – conclude infine questo amico – che con la mia sensibilità, la mia intelligenza, il mio interesse per gli altri, avrei potuto dare grandi cose al mondo.

Il mio vero problema è che la ricerca della perfezione non è stata una mia scelta, non è stato un qualcosa cercato in contrapposizione a qualcos’altro, ma l’unica strada, che vedevo davanti a me, assegnata all’uomo, assegnata forse da Dio forse da quel che pensavo fosse la natura umana.

Cosa si pensa da giovani? Si pensa che l’amore si possa corrompere?

Io no, io pensavo che l’amore fosse una meta raggiungibile e non soggetta a deterioramento. Ingenuità e inesperienza, senza dubbio, ma ingenuità e inesperienza non sono cose che si scelgono. Forse altri, più consapevoli di me, adesso giudicano un errore il mio agire.

Nonostante tutto, nonostante il mio isolarmi dagli altri, nonostante i miei momenti di scoramento, ho sempre la certezza che ho dato grandi cose al mondo.

Non importa che il mondo me lo riconosca, importa che io, col mio tormentarmi indichi la strada da percorrere, se non altro come scarto da quella che ho percorso io.


Ma recherche

Un ami, qui me connaît depuis que j’ai vingt ans, me dit que ma vie a été et est une vie de recherche de l’absolu, de la recherche de Dieu à la recherche de la perfection, toutes deux tâches extrêmes.

Il me fait également remarquer qu’il est peut-être plus facile de trouver Dieu que la perfection humaine, parce que je cherchais et cherche un être humain de forme parfaite et d’esprit et d’âme sublime; que là se trouvait la limite de ma recherche, en tant qu’être humain ne pouvait pas être parfait et, s’il l’était, il serait corrompue, soit dans le corps soit dans l’esprit; que le sens d’une lutte intérieure sans fin ne peut être accomplie que par la mort ; que cette aspiration “inhumaine” a permis de rendre difficiles, voire impossibles, mes rapports avec les autres.

Le pire est – conclut enfin cet ami – qu’avec ma sensibilité, mon intelligence, mon intérêt pour les autres, j’aurais pu donner de grandes choses au monde.

Mon vrai problème est que la recherche de la perfection n’a pas été mon choix, ce n’était pas quelque chose recherché en opposition à autre chose, mais la seule voie, que je voyais devant moi, assignée à l’homme, peut-être assignée par Dieu peut-être par ce que je pensais être la nature humaine.

Que pense-t-on quand on est jeune ? On pense que l’amour peut être corrompu ?

Moi non, je pensais que l’amour était une destination accessible et non sujette à détérioration. Naïveté et inexpérience, sans doute, mais la naïveté et l’inexpérience ne sont pas des choses que l’on choisit. Peut-être que d’autres, plus conscients de moi, jugent maintenant que mon action est une erreur.

Malgré tout, malgré mon isolement des autres, malgré mes moments de découragement, j’ai toujours la certitude que j’ai donné de grandes choses au monde.

Peu importe que le monde me le reconnaisse, il importe que moi, avec mes tourments, je montre le chemin à parcourir, ne serait-ce que comme un écart par rapport à ce que j’ai parcouru.


My search

A friend, who has known me since I was twenty years old, tells me that my life has been and is a life of seeking the absolute, of seeking God in search of perfection, both extreme tasks. He also points out to me that it is perhaps easier to find God than human perfection, because I sought and seek a human being of perfect form and of sublime spirit and soul; that there was the limit of my search, as a human being could not be perfect and, if he were, he would be corrupt, either in the body or in the spirit; that the sense of an endless inner struggle can only be fulfilled through death; that this “inhuman” aspiration has made it difficult, my relationship with others.

The worst is – finally concludes this friend – that with my sensitivity, my intelligence, my interest in others, I could have given great things to the world.

My real problem is that the pursuit of perfection was not my choice, it was not something sought in opposition to something else, but the only path I saw before me assigned to man, perhaps assigned by God perhaps may-be by what I thought was human nature.

What do we think when we are young? We think that love can be corrupted?

I did not, I thought that love was an accessible destination and not subject to deterioration. Naivety and inexperience, no doubt, but naivety and inexperience are not things one chooses.

Perhaps others, more aware of me, now consider my action a mistake. Despite everything, in spite of my isolation from others, in spite of my moments of discouragement, I still have the certainty that I have given great things to the world.

No matter how much the world recognizes me, it is important that I, with my torments, show the way to go, even as a waste from what I have walked.


Mi búsqueda

Un amigo, que me conoce desde que tenía veinte años, me dice que la mía ha sido y es una vida de búsqueda de lo absoluto, desde la búsqueda de Dios hasta la búsqueda de la perfección, ambas tareas, extremas.

También me hace notar que tal vez sea más fácil encontrar a Dios que la perfección humana, porque eso yo buscaba y busco es un ser humano de forma perfecta de mente y alma sublime; que allí estaba el límite de mi búsqueda, en cuanto ser humano no podía ser perfecto y, si lo fuera, se habría corrompido, en el cuerpo o en el espíritu; que el sentido de una lucha interior sin fin solo puede ser llevada a cabo por la muerte. ; que esta aspiración “inhumana” ha servido para hacer difíciles, cuando no imposibles, mis relaciones con los demás.

Lo peor es – concluye este amigo – que con mi sensibilidad, mi inteligencia, mi interés por los demás, podría haber dado grandes cosas al mundo.

Mi verdadero problema es que la búsqueda de la perfección no fue mi elección, no fue algo buscado en contraposición a otra cosa, sino el único camino que vi ante mí asignado al hombre, asignado quizás por Dios quizás por lo que yo pensaba que era la naturaleza humana.

¿Qué piensas cuando eres joven? ¿Crees que el amor puede corromperse?

Yo no, yo pensaba que el amor era una meta alcanzable y no sujeta a deterioro. Ingenuidad e inexperiencia, sin duda, pero ingenuidad e inexperiencia no son cosas que uno elige. Quizás otros, más conscientes de mí, ahora juzgan un error mi actuar.

A pesar de todo, a pesar de mi aislamiento de los demás, a pesar de mis momentos de desaliento, siempre tengo la certeza de que he dado grandes cosas al mundo.

No importa que el mundo me lo reconozca, importa que yo, con mi tormento, señale el camino a recorrer, al menos como desviación de la que he recorrido yo.

Libertà con (Ita – Fr – Eng – Esp)

Nel post precedente “Degrado morale”tutti abbiamo convenuto che la libertà scandalizza chi rimane legato ai vecchi schemi sociali e ritiene questa nostra società come moralmente disgregata.
Il problema però è che essa appare disgregata anche a molti di noi. Perché? Perché è evidente che la liberazione da quei legami che tenevano forzatamente coesa la società ha prodotto e ancora produce disordine e disorientamento. Il punto decisivo allora consiste nel discernimento di quel valore per noi assoluto che chiamiamo libertà. In che cosa propriamente consiste?
La libertà è un processo. Non è uno stato, è una serie di stati, per la precisione quattro, collegati tra loro secondo una specifica dinamica. In primo luogo occorre considerare che ognuno di noi procede sempre da una condizione di servitù perché non nasciamo liberi, liberi lo possiamo solo diventare e non è per nulla scontato riuscirci. Per questo la libertà si dice anzitutto come “libertà da”, come “liberazione”. Ebbene, io penso che noi giuridicamente abbiamo acquisito questo primo stadio del processo della libertà, avendo conquistato la liberazione dal controllo rappresentato a livello familiare dal pater familias e a livello sociale dalla censura della Chiesa e dello Stato spesso coordinati tra loro (il fenomeno si chiama cesaropapismo e la coppia Putin-Kirill ne è un fulgido esempio). Noi stiamo sperimentando il nostro essere liberi dai gravami che opprimevano l’individuo nella sua affettività e nel suo pensiero
Questo però è solo il primo stadio della libertà. Il secondo è definibile come “libertà di”, come possibilità di scegliere, e io penso sia questa la condizione in cui ci troviamo: liberi dalle tutele del passato, oggi possiamo scegliere. Ma che cosa di fatto scegliamo? Ciò che appare è che ognuno sceglie se stesso, la propria realizzazione, il proprio benessere, il proprio successo. La scomparsa del super-ego produce logicamente un ego super: ipertrofico, ingrassato, vorace, che non mira ad altro se non a se stesso. Il risultato è la mancanza di legami solidi con gli altri e lo sfilacciamento della struttura sociale. È da qui che procede il sentimento di disgregazione morale di cui ha parlato propagandisticamente Putin ma avvertito esistenzialmente anche da molti di noi.
Per superare questa condizione occorre giungere al terzo stadio della libertà, descrivibile come “libertà per”, cioè il momento nel quale la singola libertà intravede qualcosa di più importante di sé e liberamente vi si dedica. Si può nominare in vari modi questo “qualcosa”, per esempio giustizia, verità, amore, divinità, bellezza, bene comune. Essenziale è che la libertà si spenda liberamente per altro da sé, perché solo così riproduce la legge della vita che è la relazione e la società può tornare a essere quello che indica il suo nome e non una massa amorfa di estranei in competizione tra loro.
La sessualità è il luogo nel quale la persona dice “io sono mia”, come rivendicavano le femministe. Ma è anche il luogo nel quale la persona, se ama, dice all’altro: “Io sono tua”, “io sono tuo”. Ed è felice di poterlo dire. Anzi, io penso che ognuno di noi viva per giungere a dire e a sentirsi dire queste parole. È il fenomeno dell’amore, di cui abbiamo esperienza nella vita individuale e che dovremmo riuscire a realizzare anche nella vita sociale ritrovando un ideale più grande del nostro interesse a cui dire “io sono tuo”, “io sono tua”, e rendendo possibile la ricostruzione della società in quanto “insieme di persone”. Così si tocca il quarto e ultimo stadio del processo della libertà, cioè la “libertà con”.
E a questa libertà dobbiamo giungerci massicciamente, e urgentemente, perché ne va del nostro destino. 

LIBERTÉ AVEC
Dans le post précédent “Dégradation morale”, nous étions tous d’accord pour dire que la liberté scandalise ceux qui restent attachés aux anciens schémas sociaux et considèrent notre société comme moralement désintégrée.
Le problème, cependant, est qu’elle apparaît également désintégrée à beaucoup d’entre nous. Pouquoi? Parce qu’il est évident que la libération de ces liens qui maintenaient de force la société ensemble a produit et produit encore désordre et désorientation. Le point décisif consiste alors à discerner cette valeur absolue pour nous que nous appelons liberté. En quoi consiste-t-il exactement ?
La liberté est un processus. Ce n’est pas un état, c’est une série d’états, quatre pour être précis, reliés les uns aux autres selon une dynamique spécifique. En premier lieu il faut considérer que chacun de nous procède toujours d’une condition de servitude car on ne naît pas libre, on ne peut que devenir libre et il n’est pas du tout évident de réussir. C’est pourquoi la liberté se dit avant tout comme « libération de », comme « libération ». Eh bien, je pense que nous avons juridiquement acquis cette première étape du processus de liberté, ayant conquis la libération du contrôle représenté au niveau familial par le pater familias et au niveau social par la censure de l’Église et de l’État souvent coordonnée les uns avec les autres (le phénomène s’appelle le césaropapisme et le couple Poutine-Kirill en est un brillant exemple). Nous faisons l’expérience d’être libérés des fardeaux qui opprimaient l’individu dans son affectivité et dans ses pensées
Mais ce n’est que la première étape de la liberté. La seconde peut être définie comme la « liberté de », comme la possibilité de choisir, et je pense que c’est la condition dans laquelle nous nous trouvons : libres des protections du passé, nous pouvons aujourd’hui choisir. Mais que choisissons-nous réellement ? Ce qui apparaît, c’est que chacun se choisit lui-même, son propre épanouissement, son propre bien-être, sa propre réussite. La disparition du surmoi produit logiquement un surmoi : hypertrophique, engraissé, vorace, qui ne vise que lui-même. Le résultat est le manque de liens solides avec les autres et l’effilochage de la structure sociale. C’est de là que vient aussi le sentiment de désintégration morale dont parlait Poutine de manière propagandiste mais ressenti existentiellement par beaucoup d’entre nous.
Pour surmonter cette condition, il est nécessaire d’atteindre la troisième étape de la liberté, qui peut être qualifiée de “liberté pour”, c’est-à-dire le moment où la liberté individuelle entrevoit quelque chose de plus important qu’elle-même et s’y consacre librement. Ce « quelque chose » peut être appelé de diverses manières, par exemple justice, vérité, amour, divinité, beauté, bien commun. Il est essentiel que la liberté se dépense librement pour autre chose que soi-même, car ce n’est qu’ainsi qu’elle peut reproduire la loi de la vie qui est la relation et la société peut redevenir ce que son nom l’indique et non une masse amorphe d’étrangers en concurrence les uns avec les autres. autre.
La sexualité est le lieu où la personne dit « je suis à moi », comme le prétendaient les féministes. Mais c’est aussi le lieu où la personne, si elle aime, dit à l’autre : « je suis à toi ». Et il est heureux de pouvoir le dire. En effet, je pense que chacun de nous vit pour pouvoir dire et entendre ces mots. C’est le phénomène de l’amour, que nous vivons dans la vie individuelle et que nous devrions pouvoir réaliser aussi dans la vie sociale en trouvant un idéal supérieur à notre intérêt auquel dire “je suis à toi”, et et rendant possible la reconstruction de la société en tant que “groupe de personnes”. Nous touchons ainsi la quatrième et dernière étape du processus de liberté, c’est-à-dire la « liberté avec ».
Et nous devons atteindre cette liberté massivement, et de toute urgence, car notre destin est en jeu.

FREEDOM WITH

In the previous post “Moral degradation” we all agreed that freedom scandalizes those who remain tied to old social patterns and consider our society as morally disintegrated.
The problem, however, is that she also appears disintegrated to many of us. Because? Because it is evident that the liberation from those bonds that forcibly held society together has produced and still produces disorder and disorientation. The decisive point then consists in discerning that absolute value for us that we call freedom. What exactly does it consist of?
Freedom is a process. It is not a state, it is a series of states, four to be precise, connected to each other according to a specific dynamic. First of all, it is necessary to consider that each of us always proceeds from a condition of servitude because we are not born free, we can only become free and it is not at all obvious to succeed. This is why freedom is said above all as “freedom from”, as “liberation”. Well, I think that we have juridically acquired this first stage of the process of freedom, having conquered the liberation from the control represented at the family level by the pater familias and at the social level by the censorship of the Church and the State often coordinated with each other (the phenomenon is called caesaropapism and the Putin-Kirill couple is a shining example). We are experiencing our being free from the burdens that oppressed the individual in his affectivity and in his thoughts
But this is only the first stage of freedom. The second can be defined as “freedom of”, as the possibility of choosing, and I think this is the condition in which we find ourselves: free from the protections of the past, today we can choose. But what do we actually choose? What appears is that everyone chooses himself, his own fulfillment, his own well-being, his own success. The disappearance of the super-ego logically produces a super ego: hypertrophic, fattened, voracious, which aims at nothing but itself. The result is the lack of solid bonds with others and the fraying of the social structure. It is from here that the sentiment of moral disintegration that Putin spoke of propagandistically but felt existentially by many of us also proceeds.
To overcome this condition it is necessary to reach the third stage of freedom, which can be described as “freedom for”, that is, the moment in which the individual freedom glimpses something more important than itself and freely dedicates itself to it. This “something” can be called in various ways, for example justice, truth, love, divinity, beauty, common good. It is essential that freedom is freely spent on something other than oneself, because only in this way can it reproduce the law of life which is relationship and society can go back to being what its name indicates and not an amorphous mass of strangers competing with each other.
Sexuality is the place where the person says “I am mine”, as the feminists claimed. But it is also the place where the person, if she loves, says to the other: “I am yours”. And he is happy to be able to say it. Indeed, I think that each of us lives in order to be able to say and hear these words. It is the phenomenon of love, which we experience in individual life and which we should be able to achieve in social life as well by finding an ideal greater than our interest to which to say “I am yours”, and making possible the reconstruction of society as a “group of people”. Thus we touch the fourth and last stage of the process of freedom, that is, “freedom with”.
And we must reach this freedom massively, and urgently, because our destiny is at stake.

LIBERTAD CON

En el post anterior “Degradación moral” todos coincidimos en que la libertad escandaliza a quienes siguen atados a viejos patrones sociales y consideran a nuestra sociedad como moralmente desintegrada.
El problema, sin embargo, es que esa también nos parece desintegrada a muchos de nosotros. ¿Porque? Porque es evidente que la liberación de aquellos lazos que mantenían unida a la sociedad por la fuerza ha producido y produce desorden y desorientación. El punto decisivo consiste entonces en discernir ese valor absoluto para nosotros que llamamos libertad. ¿En qué consiste exactamente?
La libertad es un proceso. No es un estado, es una serie de estados, cuatro para ser precisos, conectados entre sí según una dinámica específica. En primer lugar hay que considerar que cada uno de nosotros procede siempre de una condición de servidumbre porque no nacemos libres, sólo podemos llegar a ser libres y no es nada obvio que lo logremos. Por eso la libertad se dice ante todo como “libertad de”, como “liberación”. Pues bien, creo que hemos adquirido jurídicamente esta primera etapa del proceso de libertad, habiendo conquistado la liberación del control representado a nivel familiar por el pater familias y a nivel social por la censura de la Iglesia y el Estado muchas veces coordinada entre sí (el fenómeno se llama cesaropapismo y la pareja Putin-Kirill es un brillante ejemplo). Estamos experimentando nuestro ser libres de las cargas que oprimían al individuo en su afectividad y en su pensamiento
Pero esta es sólo la primera etapa de la libertad. La segunda se puede definir como “libertad de”, como posibilidad de elegir, y creo que esa es la condición en la que nos encontramos: libres de las protecciones del pasado, hoy podemos elegir. Pero, ¿qué elegimos en realidad? Lo que aparece es que cada cual se elige a sí mismo, su propia realización, su propio bienestar, su propio éxito. La desaparición del superyó produce lógicamente un superyó: hipertrófico, engordado, voraz, que no apunta a nada más que a sí mismo. El resultado es la falta de vínculos sólidos con los demás y el desgaste de la estructura social. De aquí también procede el sentimiento de desintegración moral del que Putin hablaba propagandísticamente pero que muchos de nosotros sentimos existencialmente.
Para superar esta condición es necesario llegar a la tercera etapa de la libertad, que puede describirse como “libertad para”, es decir, el momento en que la libertad individual vislumbra algo más importante que ella misma y se dedica libremente a ello. Este “algo” puede llamarse de varias maneras, por ejemplo, justicia, verdad, amor, divinidad, belleza, bien común. Es fundamental que la libertad se gaste libremente en algo distinto de uno mismo, porque sólo así puede reproducir la ley de la vida que es la relación y la sociedad puede volver a ser lo que su nombre indica y no una masa amorfa de extraños compitiendo entre sí. otro.
La sexualidad es el lugar donde la persona dice “soy mía”, como decían las feministas. Pero también es el lugar donde la persona, si ama, le dice al otro: “soy tuyo” Y está feliz de poder decirlo. Al contrario, pienso que cada uno de nosotros vive para poder decir y escuchar estas palabras. Es el fenómeno del amor, que experimentamos en la vida individual y que también deberíamos poder realizar en la vida social encontrando un ideal superior a nuestro interés al que decir “soy tuyo”, y haciendo posible la reconstrucción de la sociedad como un “grupo de personas”. Tocamos así la cuarta y última etapa del proceso de la libertad, es decir, la “libertad con”.
Y esa libertad debemos alcanzarla masiva y urgentemente, porque está en juego nuestro destino.

Degrado morale (Ita – Fr – Eng – Esp)

Dal web

Nel discorso per la solenne parata sulla piazza Rossa di Mosca di qualche giorno fa il presidente russo Vladimir Putin ha qualificato la condizione dell’Occidente “degrado morale”. Tralascio l’ovvia obiezione secondo cui egli è l’ultimo a poter parlare di morale dopo la tempesta di sangue scatenata sull’Ucraina (peraltro logica conseguenza di anni di violenze, corruzioni, veleni, assassini, invasioni) e mi concentro sulla questione sollevata: è fondato parlare dell’Occidente in termini di “degrado morale”? L’hanno già fatto in molti, per esempio gli islamiti di Al-Qaeda e di Isis, gli ideologi della purezza hindu nell’India di Narendra Modi e altri paesi, Cina ovviamente compresa. A buona parte del mondo noi occidentali appariamo lassisti, moralmente disgregati, non di rado depravati.
Ora, che nelle nostre società vi siano individui e strutture economiche immorali lo sappiamo. Non di più, però, che in altre società. Anzi, se andiamo a vedere la tutela dei diritti umani, la parità di genere, l’accoglienza, l’inclusione, la trasparenza amministrativa, la libertà di stampa e di manifestazione e altri indicatori di questo tipo, io sono propenso a ritenere le nostre società eticamente superiori, e non di poco, rispetto a quelle di coloro che accusano l’Occidente di immoralità, società nelle quali la corruzione è endemica, la libertà un sogno, la parità dei sessi inesistente. Come spiegare allora l’accusa di degrado morale rivolta da Putin e da molti altri all’Occidente? È solo propaganda?
La chiave, a mio avviso, sta nelle parole pronunciate il 6 marzo scorso dal patriarca Kirill quando affermò di noi che “per entrare nel club di quei Paesi è necessario organizzare una parata del Gay Pride”. La chiave cioè è la nostra libertà sessuale. O meglio: è la libertà punto e basta, di cui la sessualità è forse la più palese manifestazione. È sulla libertà quindi che si gioca la partita.
Libertà significa anzitutto liberazione e si può dire che noi ci siamo liberati da quei legami istituiti lungo i secoli che, uniformando e spesso opprimendo i singoli individui (omo o etero che fossero) facevano sì che la società risultasse esteriormente coesa, come oggi appaiono più coese rispetto a noi molte società non occidentali. Priva di quei legami, la nostra società appare invece caotica e disgregata. Ma attenzione: quei valori che unificavano la società erano spesso affermati tenendo vincolati gli individui con l’impedirne l’autodeterminazione a livello sessuale, religioso e politico.

DÉGRADATION MORALE

Dans son discours pour le défilé solennel sur la Place Rouge de Moscou il y a quelques jours, le président russe Vladimir Poutine a qualifié la condition de l’Occident de “dégradation morale”. Je laisse de côté l’objection évidente qu’il est le dernier à pouvoir parler de moral après la tempête de sang qui s’est déchaînée sur l’Ukraine (qui est une conséquence logique d’années de violence, de corruption, de poison, de meurtre, d’invasion) et me concentre sur la question soulevée : est-il juste de parler de l’Occident en termes de « dégradation morale » ? Beaucoup l’ont déjà fait, par exemple les islamistes d’Al-Qaïda et d’Isis, les idéologues hindous de la pureté en Inde menés par Narendra Modi et d’autres pays, dont la Chine bien sûr. Pour une grande partie du monde, nous, Occidentaux, semblons laxistes, moralement désintégrés, souvent dépravés.
Or, nous savons que dans nos sociétés il y a des individus et des structures économiques immoraux. Pas plus, cependant, que dans d’autres entreprises. En effet, si l’on regarde la protection des droits de l’homme, l’égalité des sexes, l’accueil, l’inclusion, la transparence administrative, la liberté de la presse et de manifestation et d’autres indicateurs de ce type, je suis enclin à considérer nos sociétés comme éthiquement supérieures, et non un peu, comparées à celles de ceux qui accusent l’Occident d’immoralité, des sociétés dans lesquelles la corruption est endémique, la liberté un rêve, l’égalité des sexes inexistante. Comment alors expliquer l’accusation de dégradation morale portée par Poutine et bien d’autres contre l’Occident ? Est-ce juste de la propagande ?
La clé, à mon avis, réside dans les paroles prononcées le 6 mars par le patriarche Cyrille lorsqu’il a dit de nous que “pour entrer dans le club de ces pays, il faut organiser une parade Gay Pride”. La clé est notre liberté sexuelle. Ou plutôt : c’est la liberté, point final, dont la sexualité est peut-être la manifestation la plus évidente, c’est donc sur la liberté que se joue la partie.
La liberté signifie avant tout la libération et on peut dire que nous nous sommes libérés de ces liens établis au cours des siècles qui, en normalisant et souvent en opprimant les individus individuels (homo ou hétéro qu’ils étaient), donnaient à la société une apparence de cohésion extérieure, telle qu’elle apparaît maintenant plus cohésive par rapport à nous de nombreuses sociétés non occidentales. Sans ces liens, notre société apparaît plutôt chaotique et perturbée. Mais attention : ces valeurs qui unifiaient la société étaient souvent affirmées en maintenant les individus ligotés et en empêchant leur autodétermination sur le plan sexuel, religieux et politique.

MORAL DEGRADATION

In his speech for the solemn parade on Red Square in Moscow a few days ago, Russian President Vladimir Putin described the condition of the West as “moral degradation”. I leave out the obvious objection that he is the last to be able to talk about morals after the bloodstorm unleashed on Ukraine (which is a logical consequence of years of violence, corruption, poison, murder, invasion) and focus on the question raised: is it right to speak of the West in terms of “moral degradation”? Many have already done so, for example the Islamists of Al-Qaeda and Isis, the Hindu ideologues of purity in Narendra Modi’s India and other countries, including China, of course. To a large part of the world we Westerners appear lax, morally disintegrated, often depraved.
Now, we know that in our societies there are immoral individuals and economic structures. No more, however, than in other companies. Indeed, if we look at the protection of human rights, gender equality, hospitality, inclusion, administrative transparency, freedom of the press and of demonstration and other indicators of this type, I am inclined to consider ours societies that are ethically superior, and not a little, compared to those of those who accuse the West of immorality, societies in which corruption is endemic, freedom a dream, gender equality non-existent. How then to explain the accusation of moral degradation made by Putin and many others against the West? Is it just propaganda?
The key, in my opinion, lies in the words pronounced on March 6 by Patriarch Kirill when he said of us that “to enter the club of those countries it is necessary to organize a Gay Pride parade.” The key is our sexual freedom. Or rather: it is freedom, full stop, of which sexuality is perhaps the most obvious manifestation, so it is on freedom that the game is played.
Freedom means first of all liberation and it can be said that we have freed ourselves from those bonds established over the centuries which, by standardizing and often oppressing single individuals (homo or hetero they were) made society appear cohesive outwardly, as they now appear more cohesive. compared to us many non-Western societies. Without those bonds, our society appears instead chaotic and disrupted. But beware: those values ​​that unified society were often affirmed by keeping individuals tied up and preventing their self-determination on a sexual, religious and political level.

DEGRADACIÓN MORAL

En su discurso para el desfile solemne en la Plaza Roja de Moscú hace unos días, el presidente ruso, Vladimir Putin, describió la condición de Occidente como “degradación moral”. Dejo fuera la objeción obvia de que es el último en poder hablar de moral tras la tormenta de sangre desatada sobre Ucrania (que es consecuencia lógica de años de violencia, corrupción, veneno, asesinato, invasión) y me concentro en la cuestión planteada: ¿Es correcto hablar de Occidente en términos de “degradación moral”? Muchos ya lo han hecho, por ejemplo los islamistas de Al-Qaeda e Isis, los ideólogos hindúes de la pureza en la India liderados por Narendra Modi y otros países, incluida China, por supuesto. Para una gran parte del mundo, los occidentales parecemos laxos, moralmente desintegrados, a menudo depravados.
Ahora bien, sabemos que en nuestras sociedades existen individuos y estructuras económicas inmorales. No más, sin embargo, que en otras empresas. En efecto, si miramos la protección de los derechos humanos, la igualdad de género, la hospitalidad, la inclusión, la transparencia administrativa, la libertad de prensa y de manifestación y otros indicadores de este tipo, me inclino a considerar nuestras sociedades éticamente superiores, y no un poco, en comparación con los de quienes acusan a Occidente de inmoralidad, sociedades en las que la corrupción es endémica, la libertad un sueño, la igualdad de género inexistente. ¿Cómo explicar entonces la acusación de degradación moral hecha por Putin y muchos otros contra Occidente? ¿Es solo propaganda?
La clave, a mi juicio, está en las palabras pronunciadas el 6 de marzo por el Patriarca Kirill cuando dijo de nosotros que “para entrar en el club de esos países es necesario organizar un desfile del Orgullo Gay”. La clave es nuestra libertad sexual. O más bien: es la libertad, punto final, de la que la sexualidad es quizás la manifestación más obvia, por lo que es sobre la libertad que se juega el juego.
Libertad significa ante todo liberación y se puede decir que nos hemos liberado de aquellas ataduras establecidas a lo largo de los siglos que, uniformando y muchas veces oprimiendo a los individuos (homo o hetero) hacían que la sociedad pareciera cohesionada exteriormente, como ahora parece más cohesivo comparado con nosotros muchas sociedades no occidentales. Sin esos lazos, nuestra sociedad parece más bien caótica y desorganizada. Pero ojo: esos valores que unificaban a la sociedad muchas veces se afirmaban manteniendo atados a los individuos e impidiendo su autodeterminación a nivel sexual, religioso y político.

Libertà e cultura (Ita – Fr – Eng – Esp)

Dal web (il Tarassaco è simbolo di liberà)

Le poche notizie sui dissensi in Russia per la guerra contro l’Ucraina dovrebbero indurci a riflettere sull’idea che si ha nel mondo della libertà e della cultura.
La cultura, come complesso di consapevolezza etica e politica, è divisa in cultura orientale e occidentale. E subito ci viene da chiedere quale sia la migliore, rispetto all’idea di libertà. Ma questo è il pensiero meno culturale possibile. Ogni cultura ha i suoi limiti e i suoi pregi.
Ma c’è una pietra su cui inciampano entrambe: l’individuo.
In quanto tale, l’individuo può esistere senza la comunità eppure si rivolge a essa per riconoscere in sé le proprie caratteristiche fisiche, etiche e politiche. Nella pluralità si riconosce come essere unico e irripetibile.
Come guarda la cultura all’individuo? Come lo considera?
In quella occidentale (in cui il sentimento politico e quello religioso rimangono separati) l’individuo è considerato parte attiva della comunità e della massa, ma viene spinto a inglobarsi in quest’ultima sotto il profilo etico sociale e politico. L’individuo che vuole rimanere tale deve lottare contro questa tendenza che gli viene riversata addosso sin dalla nascita. La pratica dell’educazione consiste nella formazione di un individuo rispettoso della sfera sociale. Nella società occidentale gli uomini colti sono coloro che hanno il compito di indicare la strada da percorrere per inserirsi nella società e i politici hanno quello di attuare gli strumenti per ottenere il bene comune. Di questi compiti approfitta la classe dirigente che vuole e può condizionare le scelte dell’individuo.
Ma l’individuo, consapevole della propria di cultura e in ascolto della propria coscienza, può evitare il condizionamento e uscire dai ranghi, anche se non è facile, anzi doloroso. È un’uscita che inizia dal proprio intimo per poi manifestarsi in diversi modi sino a giungere al dissenso professato pubblicamente. Lo Stato può intervenire stabilendo le norme che prevedono, in un’ultima analisi, la privazione della libertà per coloro che causano danno agli altri.
Nella cultura orientale (in cui il sentimento politico si fonde con quello religioso) l’individuo è cellula di un unico corpo, che ha il dovere, appunto religioso e politico, di servire la comunità. La famiglia è percepita come una estensione dell’individuo, lo Stato come una estensione della famiglia, e poiché lo Stato è rispetto al popolo ciò che un padre è rispetto ai suoi figli, non vi è soluzione di continuità tra etica e politica. La finalità pratica della educazione consiste nella formazione di un uomo capace di servire la comunità sul piano politico e di diventare un «uomo di valore» sul piano etico: la responsabilità dunque dei membri della classe dirigente è quella di governare gli altri per il loro maggior bene. In tal modo si delinea da subito il destino «politico» dell’uomo colto che, invece di tenersi in disparte per meglio assolvere ad un ruolo di coscienza critica, avverte la responsabilità di impegnarsi nel processo volto ad armonizzare la società.
Ma cosa accade se l’uomo colto decide di ascoltare la propria coscienza? Che peso ha il forte senso religioso e politico insieme sulla possibilità di dissentire? È libero di manifestarlo?
Lascio alla vostra cultura e alla vostra esperienza di trarre le conclusioni.


Liberté et culture

Le peu des nouvelles sur les dissensions en Russie autour de la guerre contre l’Ukraine devrait nous amener à réfléchir sur l’idée que l’on se fait de la liberté et de la culture dans le monde .
La culture, en tant que complexe de conscience éthique et politique, est divisée en culture orientale et occidentale. Et tout de suite on se demande lequel est le meilleur, par rapport à l’idée de liberté. Mais c’est la pensée la moins culturelle possible. Chaque culture a ses limites et ses forces.
Mais il y a une pierre sur laquelle tous deux butent : l’individu.
En tant que tel, l’individu peut exister sans la communauté et pourtant il se tourne vers elle pour reconnaître ses propres caractéristiques physiques, éthiques et politiques. Dans la pluralité, il se reconnue comme étant unique et irremplaçable.
Comment la culture considère-t-elle l’individu ? Comment le voit-elle?
Dans le monde occidental (où sentiment politique et sentiment religieux restent séparés), l’individu est considéré comme une partie active de la communauté et de la masse, mais est poussé à se faire absorber de cette dernière d’un point de vue éthique, social et politique. L’individu qui veut rester individu doit lutter contre cette tendance qui se déverse sur lui dès sa naissance. La pratique de l’éducation consiste à former un individu respectueux de la sphère sociale. Dans la société occidentale, les hommes éduqués sont ceux qui ont pour tâche d’indiquer la voie à suivre pour s’intégrer à la société et les hommes politiques ont pour tâche de mettre en œuvre les outils pour obtenir le bien commun. De ces tâches profite la classe dirigeante qui veut et peut influencer les choix de l’individu.
Mais l’individu, conscient de sa propre culture et à l’écoute de sa propre conscience, peut éviter le conditionnement et sortir des rangs, même si ce n’est pas facile, voire douloureux. C’est une sortie qui commence de l’intérieur et se manifeste ensuite de différentes manières jusqu’à ce qu’elle atteigne la dissidence publiquement professée. L’État peut intervenir en établissant les règles qui prévoient en définitive la privation de liberté de ceux qui causent du tort à autrui.
Dans la culture orientale (où le sentiment politique se confond avec le sentiment religieux), l’individu est une cellule d’un corps unique, qui a le devoir en fait religieux et politique de servir la communauté. La famille est perçue comme une extension de l’individu, l’État comme une extension de la famille, et puisque l’État est au peuple ce qu’un père est à ses enfants, il n’y a pas de solution de continuité entre éthique et politique. Le but pratique de l’éducation consiste en la formation d’un homme capable de servir la communauté sur le plan politique et de devenir un « homme de valeur » sur le plan éthique : la responsabilité donc des membres de la classe dirigeante est de gouverner les autres pour leur plus grand bien. Ainsi se dessine d’emblée le destin « politique » de l’homme cultivé qui, au lieu de rester à l’écart pour mieux remplir un rôle de conscience critique, se sent responsable de s’engager dans le processus d’harmonisation de la société.
Mais que se passe-t-il si l’homme instruit décide d’écouter sa conscience ? Quel poids le sens religieux et politique a-t-il sur sa possibilité de être en désaccord ? Est-il libre de manifester sa conscience ?
Je laisse à votre culture et à votre expérience le soin d’en tirer les conclusions.


Freedom and culture

The lack of news about the dissensions in Russia around the war against Ukraine should lead us to reflect on the idea that we have of freedom and culture in the world.
Culture, as a complex of ethical and political consciousness, is divided into Eastern and Western culture. And we immediately wonder which is the best, in relation to the idea of freedom. But it is the least cultural thought possible. Each culture has its limits and strengths..
But there is a stone on which both stumble: the individual.
As such, the individual can exist without the community and yet he turns to it to recognize his own physical, ethical and political characteristics. In the plurality he recognizes himself as a unique and unrepeatable being.
How does culture view the individual? How do she see it?
In the Western world (in which political and religious sentiment remain separate), the individual is considered an active part of the community and the mass, but is pushed to englobe in the latter from an ethical, social and political point of view. The individual who wants to remain such must fight against this tendency that is poured out on him from birth. The practice of education consists in training an individual who is respectful of the social sphere. In Western society, educated men are those who have the task of indicating the way to take to integrate into society and politicians have the task of implementing the tools to obtain the common good. Of these tasks take advantage the ruling class that wants and can influence the choices of the individual.
But the individual, aware of his own culture and listening to his own conscience, can avoid conditioning and leave the ranks, even if it is not easy, indeed painful. It is an exit that begins from within and then manifests itself in different ways until it reaches publicly professed dissent. The state can intervene by establishing the rules that ultimately provide for the deprivation of liberty for those who cause harm to others.
In Eastern culture (in which the political sentiment merges with the religious one), the individual is a cell of a single body, which has in fact the religious and political duty to serve the community. The family is perceived as an extension of the individual, the state as an extension of the family, and since the state is to the people what a father is to his children, there is no solution of continuity between ethics and politics. The practical purpose of education consists in the formation of a man capable of serving the community on the political level and of becoming a “man of value” on the ethical level: the responsibility of the members of the ruling class is therefore to govern others for their greatest good. In this way, the “political” destiny of the educated man is immediately outlined who, instead of keeping to the sidelines to better fulfill a role of critical conscience, feels the responsibility of engaging in the process aimed at harmonizing society.
But what happens if the educated man decides to listen to his conscience? What weight does the religious and political sense have on her possibility of disagreeing? Is he free to manifest his consciousness?
I leave it to your culture and experience to draw the conclusions.

Libertad y cultura
La falta de noticias sobre las disensiones en Rusia en torno a la guerra contra Ucrania nos debe llevar a reflexionar sobre la idea que tenemos de libertad y cultura en el mundo.
La cultura, como un complejo de conciencia ética y política, se divide en cultura oriental y occidental. E inmediatamente nos preguntamos cuál es la mejor, en relación a la idea de libertad. Pero es el pensamiento menos cultural posible. Cada cultura tiene sus límites y fortalezas.
Pero hay una piedra con la que ambos tropiezan: el individuo.
Como tal, el individuo puede existir sin la comunidad y, sin embargo, recurre a ella para reconocer sus propias características físicas, éticas y políticas. En la pluralidad se reconoce como único e irrepetible.
¿Cómo considera la cultura al individuo? ¿Cómo lo ve?
En el mundo occidental (en el que el sentimiento político y el religioso permanecen separados), el individuo es considerado parte activa de la comunidad y de la masa, pero es empujado a incorporarse a esta última desde el punto de vista ético, social y político. El individuo que quiere seguir siéndolo debe luchar contra esta tendencia que se derrama sobre él desde el nacimiento. La práctica de la educación consiste en formar un individuo respetuoso de la esfera social. En la sociedad occidental, los hombres cultos son los que tienen la tarea de indicar el camino a seguir para integrarse a la sociedad y los políticos tienen la tarea de implementar las herramientas para obtener el bien común. de estas tareas se aprovecha la clase dominante que quiere y puede influir en las elecciones del individuo.
Pero el individuo, consciente de su propia cultura y escuchando su propia conciencia, puede evitar el condicionamiento y abandonar las filas, aunque no sea fácil, sí doloroso. Es una salida que comienza desde dentro y luego se manifiesta de diferentes maneras hasta llegar a la disidencia públicamente profesada. El Estado puede intervenir estableciendo las normas que en última instancia prevean la privación de libertad de quienes causen daño a otros.
En la cultura oriental (en el que el sentimiento político se funde con el religioso), el individuo es una célula de un solo cuerpo, que tiene el deber de hecho religioso y político de servir a la comunidad. La familia es percibida como una extensión del individuo, el Estado como una extensión de la familia, y siendo el Estado para el pueblo lo que el padre para sus hijos, no hay solución de continuidad entre ética y política. La finalidad práctica de la educación consiste en la formación de un hombre capaz de servir a la comunidad en el plano político y de convertirse en un “hombre de valor” en el plano ético: la responsabilidad de los miembros de la clase dominante es, por tanto, gobernar a otros por el bien mayor. De este modo, se perfila inmediatamente el destino “político” del hombre culto que, en lugar de quedarse al margen para cumplir mejor un papel de conciencia crítica, siente la responsabilidad de comprometerse en el proceso encaminado a la armonización de la sociedad.
Pero, ¿qué sucede si el hombre educado decide escuchar a su conciencia? ¿Qué peso tiene el sentido religioso y político sobre la posibilidad de disentir? ¿Es libre de manifestar su conciencia?
Lo dejo a su cultura y experiencia para sacar las conclusiones.

Vedere il mondo (Ita – Fr – Eng – Esp)

Marc Chagal, Crocefissione bianca, 1938

Se avessi una visione ottimista della vita sentirei di tradire quelle persone che sono sole, che vivono nella miseria, che sono vittime di tutte le sfumature odiose di cui è capace l’uomo, dalla prostituzione alla galera, da chi è discriminato per essere diverso, da chi fugge dalla guerra, da chi fugge dalla povertà, da chi non può fuggire né dalla guerra né dalla povertà, da chi ha perduto un figlio vittima dei pirati della strada, da chi è sfruttato dal datore di lavoro perché ha paura di perdere il posto, da chi rimane senza lavoro perché la ditta ha deciso di guadagnare di più delocalizzando.
Tradirei anche coloro che soffrono per il fatto stesso di appartenere al genere umano, come coloro che sono afflitti da malattie incurabili, o coloro che sono stati colpiti dal terremoto e ancora non trovano casa, o semplicemente coloro che hanno perduto l’amore e con l’amore sé stessi e la forza di cercarlo.
Non so se esiste l’anima. Io so che l’uomo si manifesta attraverso pensieri e azioni. E ci sono pensieri nobili e pensieri nefandi, come ci sono azioni nobili e azioni criminali. L’anima che guida pensieri e azioni com’è?
Allora, per uno come me che scrive poesie dovrebbe forse chiudere gli occhi e cantare gli osanna alla bontà dell’uomo? O non piuttosto denunciare, mettere a nudo, esporre alla riflessione dei pochi giusti che stanno su questa terra le nefandezze affinché non le dimentichino?
Io ho scelto questa seconda strada.
È dura per me e per chi mi legge. Ma è la strada che percorre l’umanità ogni giorno.
Basta non dimenticarlo!!

Ho temuto

Ho ascoltato il canto dell’alba
ho visto il colore rosa del cielo
e cadere i frutti dai rami.
Ho temuto che cessassero soffocati dalla luce
che il giorno spargesse sulle case deserte
e nei cuori degli uomini fredde perle di lacrime.
Ho sperato che le stanze risuonassero dei gridi
dei bambini che mostrano le mani degli adulti
ripulite del sangue dei loro fratelli
delle rondini che tornano dove i nidi le attendono
e delle farfalle che giocano col fuoco del tramonto.

Ho ascoltato e temuto, infine ho visto e sperato.

Mi sono rimaste intorno le solite cose:
il muro macchiato di sangue
i nidi di rodine vuoti, le ali bruciate delle farfalle.



Voir le monde

Si j’avais une vision optimiste de la vie, j’aurais l’impression de trahir ces gens qui sont seuls, qui vivent dans la misère, qui sont victimes de toutes les nuances haineuses dont l’homme est capable, de la prostitution à la prison, de ceux qui sont discriminés parce qu’ils sont différents, de ceux qui fuient la guerre, de ceux qui fuient la pauvreté, de ceux qui ne peuvent échapper ni à la guerre ni à la pauvreté, de ceux qui ont perdu un enfant victime de pirates de la route, de ceux qui sont exploités par leur employeur parce qu’ils ont peur de perdre leur place, par ceux qui restent au chômage parce que l’entreprise a décidé de gagner plus en délocalisant.
Je trahirais aussi ceux qui souffrent du fait même d’appartenir à la race humaine, comme ceux qui souffrent de maladies incurables, ou ceux qui ont été frappés par le tremblement de terre et qui ne trouvent toujours pas de logement, ou tout simplement ceux qui ont perdu l’amour et avec l’amour soi meme et la force de le chercher.
Je ne sais pas si l’âme existe. Je sais que l’homme se manifeste par des pensées et des actions. Et il y a des pensées nobles et des pensées néfastes, tout comme il y a des actes nobles et des actes criminels. À quoi ressemble l’âme qui guide les pensées et les actions ?
Alors, pour quelqu’un comme moi qui écrit de la poésie, doit-il fermer les yeux et chanter des hosannas à la bonté de l’homme ? Ou plutôt dénoncer, mettre à nu, exposer les atrocités à la réflexion des quelques justes qui sont sur cette terre pour qu’ils ne les oublient pas ?
J’ai choisi cette deuxième voie.
C’est dur pour moi et pour ceux qui me lisent. Mais c’est le chemin que l’humanité parcourt chaque jour.
Il suffit de ne pas l’oublier !!

J’ai peur

J’ai écouté le chant de l’aube
J’ai vu la couleur rose du ciel
et tomber les fruits des branches.
J’ai eu peur qu’ils cessent d’être étouffés par la lumière
que le jour jonchait sur les maisons désertes
et dans le cœur des hommes les froides perles des larmes.
J’espérais que les chambres retentiraient de cris
d’enfants montrant les mains des adultes
nettoyées du sang de leurs frères
des hirondelles qui retournent où leurs nids les attendent
et des papillons qui jouent avec le feu du couchant.

J’ai écouté et j’ai eu peur, enfin j’ai vu et j’ai espéré.

Ce sont les choses habituelles qui sont restées autour de moi :
le mur tachés de sang
les nids des hirondelles vides, les ailes brûlées des papillons.



See the world

If I had an optimistic outlook on life I would feel like I was betraying those people who are alone, who live in misery, who are victims of all the hateful nuances of which man is capable, from prostitution to prison, by those who are discriminated for being different, from those who flee from war, from those who flee from poverty, from those who cannot escape either from war or from poverty, from those who have lost a child who is a victim of road pirates, from those who are exploited by their employer because they are afraid of losing their place, by those who remain unemployed because the company has decided to earn more by relocating.
I would also betray those who suffer from the very fact of belonging to the human race, such as those afflicted with incurable diseases, or those who have been hit by the earthquake and still cannot find a home, or simply those who have lost love and with the love yourself and the strength to look for it.
I don’t know if the soul exists. I know that man manifests himself through thoughts and actions. And there are noble thoughts and nefarious thoughts, just as there are noble deeds and criminal deeds. What is the soul that guides thoughts and actions like?
So, for someone like me who writes poetry should he close his eyes and sing hosannas to the goodness of man? Or not rather denounce, lay bare, expose the atrocities to the reflection of the few righteous who are on this earth so that they do not forget them?
I have chosen this second path.
It’s hard for me and for those who read me. But it is the path that humanity travels every day.
Just don’t forget it !!

I feared

I listened to the song of dawn
I saw the pink color of the sky
and the fruit to fall from the branches.
I feared they would cease suffocated by the light
that the day spread over the deserted houses
and in the hearts of men cold pearls of tears.
I hoped the rooms would ring out with screams
of children showing adult hands
cleansed of the blood of their brothers
swallows returning to where their nests await them
and butterflies playing with the fire of the sunset.

I listened and feared, finally I saw and hoped.

The usual things remained around me:
the bloodstained wall
the empty swallow’s nests, the burnt wings of butterflies.


Ver el mundo

Si yo tuviera una visión optimista de la vida sentiría que traiciono a esas personas que están solas, que viven en la miseria, que son víctimas de todos los matices odiosos de que es capaz el hombre, desde la prostitución hasta la cárcel, por parte de quienes son discriminados por ser diferentes, de los que huyen de la guerra, de los que huyen de la pobreza, de los que no pueden escapar ni de la guerra ni de la pobreza, de los que han perdido un hijo víctima de los piratas de las carreteras, de los que son explotados por su empleador porque tienen miedo de perder su lugar, por aquellos que permanecen desempleados porque la empresa ha decidido ganar más reubicándose.
Traicionaría también a los que sufren por el hecho mismo de pertenecer al género humano, como los aquejados de enfermedades incurables, o los que han sido azotados por el terremoto y todavía no encuentran un hogar, o simplemente los que han perdido el amor y el amor de ti mismo y la fuerza para buscarlo.
No sé si el alma existe. Sé que el hombre se manifiesta a través de pensamientos y acciones. Y hay pensamientos nobles y pensamientos nefastos, así como hay actos nobles y actos criminales. ¿Cómo es el alma que guía los pensamientos y las acciones?
Entonces, para alguien como yo que escribe poesía, ¿debería cerrar los ojos y cantar hosannas a la bondad del hombre? ¿O no más bien denunciar, desnudar, exponer las atrocidades a la reflexion de los pocos justos que hay en esta tierra para que no las olviden?
He elegido este segundo camino.
Es duro para mí y para los que me leen. Pero es el camino que la humanidad recorre todos los días.
¡Solo no lo olvides!

Yo temí

Escuché la canción del amanecer
vi el color rosa del cielo
y caer el fruto de las ramas.
Temí que dejaran de ser sofocados por la luz
que el día esparcieran sobre las casas desiertas
y en el corazón de los hombres las frías perlas de las lágrimas.
Esperaba que las habitaciones sonaran con gritos
de niños mostrando manos adultas
limpiados de la sangre de sus hermanos
golondrinas regresando a donde las esperan sus nidos
y mariposas jugando con el fuego del atardecer.

Escuché y temí, finalmente vi y esperé.

Las cosas habituales permanecieron a mi alrededor:
la pared manchada de sangre
los nidos de rodine vacíos, las alas quemadas de las mariposas.

Dicono di me (Ita – Fr – Eng – Esp)

Autoritratto

Dicono che le mie poesie sono tristi. Dicono che dimentico felicità e speranza. Dicono che il mondo non è come lo vedo io.
Ma com’è il mondo? Felice e ebbro?
Ebbro di una gioventù che non esiste se non nei giovani di età, che peraltro non sono perciò stesso felici.
Ebbro di una bellezza vista dentro le pubblicità, una bellezza desiderata ma impossibile da raggiungere (anche per coloro che ci dicono d’averla raggiunta: ricatti e umiliazioni gravano sulle loro spalle).
Un mondo ebbro d’amore? E dove sta tutto questo amore?
Forse individualmente ciascuno di noi gode di un piccolo o grande spazio di serenità.
Ma dobbiamo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie per riuscire a goderne intimamente. Perché se apriamo gli occhi e ascoltiamo, ci accorgiamo che quello spazio è il regno dell’individualismo.
Soprattutto ci accorgiamo che fuori da quello spazio, c’è il mondo, quello nascosto non per vergogna di chi governa, ma per voluta incapacità di governare e per vile abbandono. Quel mondo che non raccoglie consensi né like, che è fuori da ogni discorso degli influencers, che non fa vendere i giornali e ancor di più le riviste di moda o di gossip, quelle patinate e colorate che narrano dei successi individuali, dei loro nuovi amori e nuovi tradimenti.
Quel mondo che fa paura a guardarlo quando lo incontri disteso sui marciapiedi, avvolto negli stracci o nei cartoni, rinchiuso nei centri di raccolta, in perenne fuga dalle persecuzioni. Quello che fa paura a pensarlo in guerra fratricida.
E poi quel mondo dei morti sul lavoro, dei femminicidi, degli stupri e delle violenze.
Io sono uno che scrive poesie, ma non sono un poeta di regime e neppure reazionario o rivoluzionario.
Sono un poeta che qualche volta spinge a sognare d’amore e della natura . E io stesso non sono privo di sogni.
Ogni tanto apro il cassetto dove li ho riposti per paura che me li uccidano e li diffondo sul web. Chi lo nota è bravo e possiede la sensibilità di comprendere un poeta avvolto nei cartoni, sporco e pensieroso.
Chi vuol aprire gli occhi e il cuore legga i miei versi. Alto sul dolore vedrà il mondo


On dit de moi

On dit que mes poèmes sont tristes. On dit que j’oublie le bonheur et l’espoir. On dit que le monde n’est pas tel que je le vois.
Mais comment vit le monde ? Heureux et ivre?
Ivre d’une jeunesse qui n’existe que chez les jeunes, qui ne sont pas forcément heureux.
Ivre d’une beauté vue dans les publicités, une beauté voulue mais impossible à atteindre (même pour ceux qui nous disent y être parvenus : chantage et humiliation pèsent sur leurs épaules).
Un monde ivre d’amour ? Et où est tout cet amour ?
Peut-être que chacun de nous jouit individuellement d’un petit ou grand espace de sérénité.
Mais il faut fermer les yeux et se boucher les oreilles pour pouvoir en profiter intimement. Parce que si nous ouvrons les yeux et écoutons, nous réalisons que cet espace est le domaine de l’individualisme.
Surtout, nous nous rendons compte qu’en dehors de cet espace, il y a un monde, caché non par honte de ceux qui gouvernent, mais par incapacité délibérée à gouverner et abandon lâche. Ce monde qui ne recueille ni consensus ni likes, qui est en dehors de tout discours d’influencers, qui n’aide pas à vendre les journaux et encore plus les magazines de mode ou de gossip, les magazines de papiers glacés et colorés qui racontent les succès individuels, leurs nouveaux amours et de nouvelles trahisons.
Ce monde qui fait peur à regarder quand on le rencontre allongé sur les trottoirs, enveloppé dans des haillons ou des cartons, enfermé dans des centres de collecte, en perpétuel évasion de la persécution. Ce qui fait peur à penser dans une guerre fratricide.
Et puis ce monde des morts au travail, des féminicides, des viols et des violences.
Je suis quelqu’un qui écrit de la poésie, mais je ne suis pas un poète du régime, ni un réactionnaire ou un révolutionnaire.
Je suis un poète qui parfois pusse à rêver d’amour et de la nature. Et moi-même, je ne suis pas sans rêves.
De temps en temps, j’ouvre le tiroir où je les ai rangés de peur qu’ils ne soient tués et je les diffuse sur le web. Ceux qui le remarquent ont une belle sensibilité car ils sont capables de comprendre un poète enveloppé de cartons, sale et réfléchissant.
Qui veut ouvrir ses yeux et son cœur, qu’il lise mes vers. Haute sur la douleur , il verra le monde.


They say about me

They say my poems are sad. They say I forget happiness and hope. They say the world is not as I see it.
But how does the world live? Happy and drunk?
Drunk with a youth that only exists among young people, who are not necessarily happy.
Drunk with a beauty seen in advertisements, a beauty desired but impossible to achieve (even for those who tell us they have succeeded: blackmail and humiliation weigh on their shoulders).
A world drunk with love? And where is all this love?
Perhaps each of us individually enjoys a small or large space of serenity.
But you have to close your eyes and cover your ears to be able to enjoy it intimately. Because if we open our eyes and listen, we realize that this space is the realm of individualism.
Above all, we realize that outside this space there is a world, hidden not by shame of those who govern, but by willful inability to govern and cowardly abandonment. This world that collects neither consensus nor likes, which is outside of any discourse of influencers, which does not help to sell newspapers and even more fashion or gossip magazines, glossy and colorful paper magazines that tell individual successes, their new loves and new betrayals.
This world who is scary to look at when you find it lying on the sidewalks, wrapped in rags or cardboard boxes, locked up in collection centers, in perpetual escape from persecution. Which is scary to think about in a fratricidal war.
And then this world of deaths at work, feminicides, rapes and violence.
I am someone who writes poetry, but I am not a poet of the regime, nor a reactionary or a revolutionary.
I am a poet who, sometimes, makes you dream to love and nature. And I myself am not without dreams.
From time to time, I open the drawer where I put them for fear that they will be killed and I publish them on the web. Those who notice him have a beautiful sensitivity because they are able to understand a poet wrapped in boxes, dirty and reflective.
Who wants to open his eyes and his heart, let him read my verses. High on pain, he will see the world.


Dicen de mi

Dicen que mis poemas son tristes. Dicen que olvido la felicidad y la esperanza. Dicen que el mundo no es como yo lo veo.
Pero, ¿cómo es el mundo? ¿Feliz y ebrio?
Embriagados de una juventud que no existe sino en los jóvenes, que por tanto no son felices ellos mismos.
Ebrios de una belleza vista en los anuncios, una belleza deseada pero imposible de alcanzar (incluso para quienes nos dicen que lo han logrado: el chantaje y la humillación pesan sobre sus hombros).
¿Un mundo ebrio de amor? ¿Y dónde está todo este amor?
Quizás cada uno de nosotros disfrute individualmente de un pequeño o gran espacio de serenidad.
Pero debemos cerrar los ojos y taparnos los oídos para poder disfrutarlo íntimamente. Porque si abrimos los ojos y escuchamos, nos damos cuenta de que ese espacio es el reino del individualismo.
Sobre todo, nos damos cuenta de que fuera de ese espacio está el mundo, el oculto no por vergüenza de los que gobiernan, sino por una deliberada incapacidad de gobernar y un cobarde abandono. Ese mundo que no reúne consensos ni likes, que está fuera de cualquier discurso de influencers, que no vende periódicos y más aún las revistas de moda o del cotilleo, esas lustrosas y coloristas que cuentan los éxitos individuales, de sus nuevos amores y nuevas traiciones.
Ese mundo que da miedo mirar cuando te lo encuentras tirado en las aceras, envuelto en harapos o cartones, encerrado en centros de acopio, en perenne huida de la persecución. Lo que da miedo pensarlo en guerra fratricida.
Y luego ese mundo de los muertos en el trabajo, de los feminicidios, de las violaciones y la violencia.
Yo soy de los que escribe poesía, pero no soy un poeta del régimen ni un reaccionario o revolucionario.
Soy un poeta que a veces os empuja a soñar con el amor y la naturaleza. Y yo mismo no estoy sin sueños.
De vez en cuando abro el cajón donde los guardo por miedo a que los maten y los esparzo por la web. Los que lo notan son buenos y tienen la sensibilidad para entender a un poeta envuelto en cartones, sucio y pensativo.
Quien quiera abrir los ojos y el corazón, lea mis versos. Sumido en el dolor, verá el mundo.

In strada (Ita – Fr – Eng – Esp)

Rodin, il pensatore

A C.S., lettera mai spedita

Sto chiuso nella mia stanza da anni. A che gioverebbe ormai il mio attraversare fisicamente le strade della città e in generale quelle del mondo? Di un mondo esteriore che mi è estraneo?
Vivendo come ho sempre vissuto (negli anni mutano le forme e le circostanze esterne) ho imparato a sprofondarmi nella vita in modo che essa gravi su di me e mi diventi un peso: non mi sono mai circondato di piaceri bensì di vita, quella interiore, che vibra di quella intima del mondo.
Andato via dalla mia Sicilia costretto dal lavoro, ho peregrinato per trent’anni da solo, senza amici (i pochi li ho persi per strada), senza la mia famiglia, per numerose città d’Italia e all’estero. Un triennio in ognuna e via per un’altra, abitando in case non mie, spesso spoglie e inospitali. Cenando da solo.
Adesso come allora mi sono sempre ritenuto come quell’uomo che vive in strada e degli esseri vede la figura più genuina, non quella che si mostra nei salotti, né quella della convenienza che si manifesta in ambienti almeno all’apparenza non ostili.
In strada si è solo coperti dall’abito indossato, dall’ultima immagine di sé specchiata pettinandosi, radendosi, sorridendo amari al proprio viso invecchiato.
In strada s’incrociano i visi intenti a inseguire la propria vita, le mete prefissate come la carriera e il successo, anche se piccolo, i conti che non tornano, la famiglia che attende il suo ritorno e la voglia di fuggire da tutto.
Chi vive in strada è come uccello nella tempesta, sbattendo le ali, contrastato dal vento, appesantito dalla pioggia, sognando di raggiungere il nido desiderato che non necessariamente sono le mura di casa, le braccia dell’amata, lo sguardo della figlia lontana, il proprio pensiero ritrovato.
È un infelice pessimista colui che vive in strada? O non ha piuttosto imparato a elevarsi al di sopra del dolore?
Se la vita diventasse più facile, leggera e piacevole, sarebbe il segnale che non la prendo più sul serio, che ho smesso di portarla su di me, di sentirla e compierla con la parte più autentica del mio essere. Avrei cioè rinunciato a viverla in tutta l’estensione delle sue possibilità.
Imparando a convivere con le difficoltà, esse divengono le mani benevoli, capaci di rifinire il mio essere. Riesco a distinguere le gioie in fondo all’abisso delle mie difficoltà e esse mi mostrano il pieno fulgore dalla loro bellezza.
Ma spesso mi chiedo, e questa è una domanda che risuona tra le pareti della mia stanza (altrove ne perderei anche l’eco) come si concilia la bellezza con la morte?
Oh! Non voltare il viso dall’altra parte. Chi è padrone di se stesso non lo fa.

Dans la rue

Je vis enfermé dans ma chambre pendant des années. A quoi me servirait-il de traverser physiquement les rues de la ville et en général celles du monde ? D’un monde extérieur qui m’est étranger ?
En vivant comme j’ai toujours vécu (au fil des années les formes extérieures et les circonstances changent) j’ai appris à m’enfoncer dans la vie pour qu’elle me pèse et devienne un fardeau : je ne me suis jamais entouré de plaisirs mais de la vie, celle de l’intérieur, qui vibre de la vie intime du monde.
Forcé par le travaille, j’ai quitté ma Sicile, j’ai erré seul pendant trente ans, sans amis (les rares je les ai perdus en chemin), sans ma famille, pour de nombreuses villes en Italie et à l’étranger. Une période de trois ans pour chacun et ainsi de suite pour un autre, vivant dans des maisons qui ne sont pas les miennes, souvent nues et inhospitalières. Dînant seul.
Maintenant, comme alors, je me suis toujours considéré comme l’homme qui vit dans la rue et voit la figure la plus authentique des êtres, pas celle qui se montre dans les salons, ni celle de convenance qui se manifeste dans des environnements qui sont à du moins apparemment pas hostile.
Dans la rue on n’est couvert que par la robe portée, par la dernière image de soi reflétée en se peignant, se rasant, souriant amèrement à son visage vieilli.
Dans la rue on rencontre les visages déterminés à poursuivre leur propre vie, les objectifs fixés comme la carrière et la réussite, même minime, les comptes qui ne s’additionnent pas, la famille qui attend son retour et le désir de s’évader de tout.
Ceux qui vivent dans la rue sont comme un oiseau dans la tempête, battant des ailes, contrarié par le vent, alourdi par la pluie, rêvant d’atteindre le nid désiré qui n’est pas forcément les murs de la maison, les bras de l’être aimé , le regard de la fille lointaine, la propre pensée retrouvée.
Celui qui vit dans la rue est-il un pessimiste malheureux ? Ou n’a-t-il pas plutôt appris à s’élever au-dessus de la douleur ?
Si la vie devenait plus facile, plus légère et plus agréable, ce serait le signal que je ne la prends plus au sérieux, que j’ai cessé de la porter sur moi, de la ressentir et de l’accomplir avec la partie la plus authentique de mon être. C’est-à-dire que j’aurais renoncé à la vivre dans toute la mesure de ses possibilités.
En apprenant à vivre avec les difficultés, elles deviennent des mains bienveillantes, capables d’affiner mon être. Je distingue les joies au fond de l’abîme de mes difficultés et elles me montrent toute la splendeur de leur beauté.
Mais je me demande souvent, et c’est une question qui résonne dans les murs de ma chambre (ailleurs j’en perdrais aussi l’écho) comment la beauté se réconcilie-t-elle avec la mort ?
Oh! Ne détourne pas ton visage. Ceux qui sont maîtres de eux-mêmes ne le font pas.

On the street

I am locked in my room for years. What good would it be for me to physically cross the streets of the city and in general those of the world? Of a outside world that is foreign to me?
Living as I have always lived (over the years the external forms and circumstances change) I have learned to sink into life so that it weighs on me and becomes a burden: I have never surrounded myself with pleasures but of life, that of the interior, which knows how to vibrate with the intimate life of the world.
Having left my Sicily forced to work, I wandered alone for thirty years, without friends (the few, I lost along the way) without my family, for many cities in Italy and abroad. A period of three years for each and so on for another, living in houses that are not mine, often bare and inhospitable. Dining alone.
Now, as then, I have always considered myself the man who lives on the street and sees the most authentic figure of beings, not the one that shows up in living rooms, nor the one of convenience that shows up in environments that are at least apparently not hostile.
In the street one is covered only by the dress worn, by the last image of oneself reflected by combing one’s hair, shaving, smiling bitterly at one’s aged face.
On the street they meet faces intent on chasing their own life meet, set goals like career and success, however small, accounts that don’t add up, family waiting for his return, and the desire to get away from it all. of all.
Those who live on the street are like a bird in a storm, flapping its wings, thwarted by the wind, weighed down by the rain, dreaming of reaching the desired nest which is not necessarily the walls of the house, the arms of the loved, the gaze of the distant daughter, her own thought found.
Who lives on the street is an unhappy pessimist? Or has he not rather learned to rise above the pain?
If life were to become easier, lighter and more pleasant, it would be a signal that I no longer take it seriously, that I have stopped carrying it with me, feeling it and doing it with the most authentic part. of my being. That is to say, I would have given up living it to the fullest extent of its possibilities.
By learning to live with difficulties, they become benevolent hands, capable of refining my being. I distinguish the joys at the bottom of the abyss from my difficulties and they show me all the splendor of their beauty.
But I often ask myself, and it’s a question that echoes in the walls of my room (elsewhere I would also lose the echo) how is beauty reconciled with death?
Oh! Don’t turn your face away. Those who are their own masters do not.

En la calle

Estoy encerrado en mi habitación durante años. ¿De qué me serviría cruzar físicamente las calles de la ciudad y en general las del mundo? De un mundo exterior que me es ajeno?
Viviendo como he vivido siempre (a lo largo de los años las formas externas y las circunstancias cambian) aprendí a hundirme en la vida para que me pese y se convierta en una carga: nunca me he rodeado de placeres sino de la vida, la interior, que sabe vibrar con la vida íntima del mundo.
Habiendo dejado mi Sicilia forzado al trabajo, vagué solo durante treinta años, sin amigos (los pocos perdí en el camino) sin mi familia, por numerosas ciudades de Italia y del extranjero. Un período de tres años en cada uno y así sucesivamente por otro, viviendo en casas que no son las mías, muchas veces desnudas e inhóspitas. Cenando solo.
Ahora, como entonces, siempre me he considerado como el hombre que vive en la calle y ve la figura más genuina de los seres, no la que se muestra en las salas de estar, ni la de conveniencia que se manifiesta en ambientes que están en menos aparentemente no hostil.
En la calle uno sólo está cubierto por el vestido usado, por la última imagen de uno mismo reflejada mientras se peina, se afeita, se sonríe con amargura a su rostro envejecido.
En la calle se encuentran los rostros empeñados en perseguir su propia vida, las metas trazadas como la carrera y el éxito, aunque sea pequeño, las cuentas que no cuadran, la familia que espera su regreso y las ganas de escapar de todo.
El que vive en la calle es como un pájaro en la tormenta, batiendo sus alas, contrapuesto por el viento, lastrado por la lluvia, sueña con alcanzar el anhelado nido que no son necesariamente las paredes de la casa, los brazos de la amada. , la mirada de la hija lejana, el propio pensamiento encontrado.
¿Es el que vive en la calle un pesimista infeliz? ¿O no ha aprendido más bien a elevarse por encima del dolor?
Si la vida se hiciera más fácil, más ligera y más placentera, sería la señal de que ya no la tomo en serio, que he dejado de llevarla sobre mí, de sentirla y de hacerla con la parte más auténtica de mi ser. Es decir, habría renunciado a vivirlo en toda la extensión de sus posibilidades.
Al aprender a vivir con las dificultades, se convierten en manos benévolas, capaces de afinar mi ser. Puedo distinguir las alegrías en el fondo del abismo de mis dificultades y ellas me muestran todo el esplendor de su belleza.
Pero a menudo me pregunto, y esta es una pregunta que resuena en las paredes de mi habitación (en otra parte también perdería el eco) ¿cómo se reconcilia la belleza con la muerte?
¡Vaya! No voltead vuestros rostros. Los que son sus propios amos no lo hacen.

Ho amato (Ita – Fr – Eng – Esp)

* S.Plath ******* E.Dckinson * * I.Dunkan **** A.Pozzi *

Esistono donne che hanno il fuoco della bellezza dentro, che le brucia per tutta la durata della loro esistenza.

Ho sempre cercato una donna che avesse questa fiamma come ideale della propria vita, una fiamma che brucia che doni una sete inesauribile di bellezza.

Ho incontrato, amato pittrici e poetesse o anime che amavano profondamente l’arte che nei propri disegni e nelle poesie e nel discorrere esprimevano questa fiamma, ma lentamente i loro dipinti andavano spegnendosi diventavano pura forma estetica, le loro parole smettevano di vibrare, i loro interessi letterari disperdersi. E insieme si estingueva la voglia di una vita straordinaria. Quando la voglia moriva, le scoprivo scialbe, assorbite nella nebbia che omologa e anche il mio amore per loro moriva.

Mi ritrovo con grandi ricordi e grandi rimpianti, e tanta delusione. Non è il desiderio carnale che si esaurisce, ma quella fiamma che apre dell’incontro carnale le porte di un paradiso agognato, a cui si aspira con ogni mezzo: sogni gesti volontà.

Non mi riferisco all’età che avanza, parlo dell’estinguersi della spinta brutale, terribile e perciò stesso meravigliosa, verso la sostanza della bellezza, come una danzatrice che ricerca nel proprio corpo che danza i vertici irraggiungibili dell’armonia e dell’estetica. Non l’estetica fisica ma quella interiore che fa guardare la realtà come attraverso un caleidoscopio e la fa apparire unica e irraggiungibile. E si muove dentro questa realtà come se fosse irreale.

Ma forse è davvero irreale. Tuttavia mi brucia dentro. Ed è proprio il “dentro” che dona vita a ogni giorno.

J’ai aimé

Il y a des femmes qui ont en elles le feu de la beauté qui les brûle pour la durée de leur existence.

J’ai toujours cherché une femme qui avait cette flamme comme idéal de sa vie, une flamme ardente qui donne une soif intarissable de beauté.

J’ai rencontré, j’ai aimé des peintres et des poétesses ou des âmes qui aimaient profondément l’art. Dans leurs dessins et poèmes et dans leurs conversations elles exprimaient cette flamme, mais lentement leurs peintures s’éteignaient, devenaient des formes pures d’esthétique, leurs mots cessaient de vibrer, leurs intérêts littéraires se dispersaient . Et en même temps le désir d’une vie extraordinaire s’éteignait. Quand le désir était mort, je les découvrais fades, absorbés dans le brouillard qui homologue et même mon amour pour elles mourait.

Je me retrouve avec de grands souvenirs et de grands regrets, et tellement de déception. Ce n’est pas le désir charnel qui s’épuise, mais cette flamme qui de la rencontre charnelle ouvre les portes d’un paradis convoité, auquel on aspire par tous les moyens : rêves, gestes, volonté.

Je ne parle pas de l’âge qui avance, je parle de l’extinction de la poussée brutale, terrible et donc merveilleuse vers la substance de la beauté, comme une danseuse qui cherche les sommets inaccessibles de l’harmonie et de l’esthétique dans son propre corps qui danse. Pas l’esthétique physique mais celle de l’intérieur qui fait ressembler la réalité à travers un kaléidoscope et la fait apparaître unique et inaccessible. Et elle se déplace dans cette réalité comme si elle était irréelle.

Mais c’est peut-être vraiment irréel. Cependant, cela me brûle à l’intérieur. Et c’est précisément “l’intérieur” qui donne vie à chaque jour.

I loved

There are women who have the fire of beauty inside, which burns them for the duration of their existence.

I have always looked for a woman who had this flame as the ideal of her life, a burning flame that gives an inexhaustible thirst for beauty.

I met, I loved painters and poetesses or souls who deeply loved art. In their drawings and poems and in their conversations they expressed this flame, but slowly their paintings died out, became pure forms of aesthetics, their words ceased to vibrate, their literary interests dispersed. And at the same time the desire for an extraordinary life was extinguished. When the desire was dead, I discovered them bland, absorbed in the fog that homologates and even my love for them died.

I find myself with great memories and great regrets, and so much disappointment. It is not the carnal desire that is exhausted, but this flame which of the carnal encounter opens the doors of a coveted paradise, to which one aspires by all means: dreams, gestures, will.

I’m not talking about the advancing age, I’m talking about the extinction of the brutal, terrible and therefore wonderful push towards the substance of beauty, like a dancer who seeks the inaccessible heights of harmony and aesthetics. in his own dancing body. Not the physical aesthetic but that of the interior which makes reality look like through a kaleidoscope and makes it appear unique and inaccessible. And he moves through this reality as if it were unreal.

But maybe it’s really unreal. However, it burns me inside. And it is precisely the “inside” that gives life to every day.

Yo amaba

Hay mujeres que tienen dentro el fuego de la belleza, que las quema durante toda su existencia.

Siempre he buscado una mujer que tuviera esta llama como ideal de su vida, una llama ardiente que da una sed inagotable de belleza.

He conocido y amado pintores y poetisas o almas que amaban profundamente el arte que expresaban esta llama en sus dibujos y poemas y en conversaciones, pero lentamente sus pinturas se desvanecían se convertían en pura estética sus palabras dejaban de vibrar sus intereses literarios se dispersan. Y al mismo tiempo se extinguía el deseo de una vida extraordinaria. Cuando murió el deseo, las descubrí embotadas, absortas en la niebla que homologa y hasta murió mi amor por ellas.

Me encuentro con grandes recuerdos y grandes remordimientos, y mucha decepción. No es el deseo carnal el que se agota, sino esa llama del encuentro carnal que abre las puertas de un codiciado paraíso , al que se aspira por todos los medios: sueños, gestos, voluntad.

No me refiero al avance de la edad, hablo de la extinción del impulso brutal, terrible y por tanto maravilloso hacia la sustancia de la belleza, como una bailarina que busca las alturas inalcanzables de la armonía y la estética en su propio cuerpo que baila. No la estética física sino la interior que hace ver la realidad a través de un caleidoscopio y la hace parecer única e inalcanzable. Y se mueve dentro de esta realidad como si fuera irreal.

Pero tal vez es realmente irreal. Sin embargo, me quema por dentro. Y es precisamente el “adentro” el que da vida a cada día.

L’educazione dei Talebani (Ita – Fr – Eng – Esp)

Quadro di MOHSEN HOSSAINI

Nelle regioni più sperdute dell’Afganistan per le donne non cambierà nulla.
Ieri un giornalista diceva d’aver assistito alla visita che una candidata alle elezioni afgane faceva nei villaggi più sperduti dell’Afganistan. Il giornalista a sostegno della sua idea che niente fosse cambiato e che nulla cambierà, ha rilevato che alla candidata vennero consegnate scatole contenti i voti in suo favore.

Ma erano solo i voti delle donne. Nessun uomo aveva votato per lei. Ed è questo il terribile di questa nuova situazione politica: mancherà la possibilità di cambiare.

Le donne perderanno i modelli a cui potersi rifare, le sorelle da cui attingere la forza per farsi avanti e farsi rispettare come essere umano e non come serva dell’uomo.
Donne dove siete? Femministe, questa triste possibilità non vi tocca? Nessuna donna sarà libera finché una sola non lo è.

L’éducation des talibans


Dans les régions les plus reculées d’Afghanistan, rien ne changera pour les femmes.
Hier, un journaliste a déclaré avoir été témoin de la visite qu’une candidate aux élections afghanes a effectuée dans les villages les plus reculés d’Afghanistan. Le journaliste à l’appui de son idée que rien n’avait changé et que rien ne changera, a noté que la candidate s’était vu remettre des cases avec les votes en sa faveur.

Mais ce n’était que les votes des femmes. Aucun homme n’avait voté pour elle. Et c’est ce qui est terrible dans cette nouvelle situation politique : il n’y aura aucune possibilité de changement.

Les femmes perdront des modèles sur lesquels elles peuvent s’appuyer, des sœurs où puiser la force de se manifester et d’être respectées en tant qu’être humain et non en tant que servante d’un homme.
Où êtes-vous les femmes? Féministes, cette triste possibilité ne vous affecte-t-elle pas? Aucune femme ne sera libre tant qu’une seule ne sera pas libre.

The education of the Taliban


In the most remote regions of Afghanistan, nothing will change for women.
Yesterday a journalist said he had witnessed the visit that a woman candidate in the Afghan elections made to the most remote villages of Afghanistan. The reporter in support of her idea that nothing had changed and that nothing will change, noted that the candidate was given boxes happy with her votes in her favor.

But it was only the women’s votes. No man had voted for her. And this is the terrible thing about this new political situation: there will be no possibility of change.

Women will lose models to which they can rely, sisters from which to draw the strength to come forward and be respected as a human being and not as a man’s servant.
Where are you women? Feminists, doesn’t this sad possibility affect you? No woman will be free until only one is free.

La educación de los talibanes


En las regiones más remotas de Afganistán, nada cambiará para las mujeres.
Ayer un periodista dijo haber sido testigo de la visita que realizó una candidata en las elecciones afganas a los pueblos más remotos de Afganistán. La periodista en apoyo a su idea de que nada había cambiado y que nada cambiará, señaló que a la candidata se le entregaron casillas con los votos a su favor.

Pero fueron solo los votos de las mujeres. Ningún hombre había votado por ella. Y esto es lo terrible de esta nueva situación política: no habrá posibilidad de cambio.

Las mujeres perderán modelos en los que puedan confiar, hermanas de las que sacar la fuerza para salir adelante y ser respetadas como ser humano y no como sirviente de un hombre.
¿Dónde estáis las mujeres? Feministas, ¿no les afecta esta triste posibilidad? Ninguna mujer será libre hasta que solo una sea libre.

Il sorriso della dea (Ita – Fr – Eng – Esp)

Auguste Rainaud, Nyx dea greca della notte

Ho avuto una vita infelice? No formalmente.

Ho moglie figli e ho quant’altro un uomo può desiderare. Soddisfazioni lavorative, carriera e retribuzioni economiche che giustificavano i miei sacrifici. Ma nessuno ha spalancato la porta del mio intimo, nessuno si è mai chiesto se io fossi libero o meno e felice o meno. E per questo non ho offerto mai a nessuno, neppure ai più intimi, uno spiraglio per sbirciare dentro il mio animo. Non ho mai chiesto né pietà né comprensione. Del resto la responsabilità del mio modo di vivere è solo mia, dell’educazione ricevuta e delle mia incapacità di ribellarmi.

Una vita fatta di fallimenti, di rinunce, di abbandoni voluti e subiti, di speranze che una ad una ho visto svanire, una vita che solo la mediocrità del mio coraggio di vivere mi ha consentito di sopportare.

È una storia comune a tutti? Forse. Ma quanti fra coloro che hanno una visione chiara del proprio futuro, una strada da seguire, sono ostacolati nelle proprie scelte? Ostacolati non con la prepotenza ma con un sentimento di pietà verso coloro che li ostacolano.

Un sogno adesso ha invaso il mio spirito, ha spalancato quella porta. Un sogno che mi viene a trovare e io mi smarrisco nella sua dolcezza, come ogni uomo si smarrisce tra le braccia della donna che lo ama, lo vede bello e sogna insieme a lui. Un sogno assieme al quale sto camminando su una spiaggia luminosa sotto un sole che guarisce le mie ferite. Ma è un sogno. Un sogno che io vedo come il sorriso di una dea.

Se avessi una pistola me la punterei alla tempia, tirerei indietro il dito sul grilletto e via. Lascerei il sogno libero d’andare via per la sua strada luminosa. Avrei in questo pensiero l’illusione di conservare tutti i momenti di gioia e di piacere e trasformare in piacevoli quei grumi dolorosi che rabbuiano i miei occhi.

Adesso scrivo queste righe perché voi sappiate da quale profondo buio sgorgano le mie parole ne teniate conto e non ve ne scandalizziate.


Ai-je eu une vie malheureuse ? Non formellement.

J’ai une femme, des enfants et j’ai tout ce qu’un homme peut souhaiter. Satisfaction au travail, carrière et salaires économiques qui ont justifié mes sacrifices. Mais personne n’a ouvert la porte intime, personne ne s’est jamais demandé si j’étais libre ou non et heureux ou non. Et pour cette raison, je n’ai jamais offert à personne, pas même le plus intimes, un aperçu de mon âme. Je n’ai jamais demandé pitié ou compréhension. Après tout, la responsabilité de mon mode de vie n’appartient qu’à moi, à l’éducation reçue et à mon incapacité à me rebeller.

Une vie faite d’échecs, de renoncements, d’abandons délibérés et subis, d’espoirs qu’un à un j’ai vu s’évanouir, une vie que seule la médiocrité de mon courage de vivre m’a permis d’endurer.

Est-ce une histoire commune à tous ? Peut-être. Mais combien parmi ceux qui ont une vision claire de leur avenir, un chemin à suivre, sont freinés dans leurs choix ? Freinés non par arrogance mais par un sentiment de pitié envers ceux qui les entravent.

Un rêve a maintenant envahi mon esprit, a ouverte celle porte. Un rêve qui vient me trouver et je me perds dans sa douceur, comme tout homme se perd dans les bras de la femme qui l’aime, le voit beau et rêve avec lui. Un rêve avec lequel je marche sur une plage lumineuse sous un soleil qui guérit mes blessures. Mais c’est un rêve. Un rêve que je vois comme le sourire d’une déesse.

Si j’avais une arme, je la pointerais sur ma tempe, je tirerais mon doigt sur la détente et je partirais. Je laisserais le rêve libre pour aller sur son chemin lumineux. Dans cette pensée, j’aurais l’illusion de retenir tous les moments de joie et de plaisir et de transformer les boules douloureuses qui assombrissent mes yeux en agréables.

Maintenant, j’écris ces lignes pour que vous sachiez de quelle obscurité profonde découlent mes paroles, tenez-en compte et ne vous scandalisez pas.

Did I have an unhappy life? No formally.

I have a wife, children and I have everything else a man could want. Job satisfaction, career and economic salaries that justified my sacrifices. But no one has thrown open the my intimate door, no one has ever wondered if I was free or not and happy or not. And for this reason I have never offered anyone, not even the most intimate, a glimpse into my soul. I never asked for mercy or understanding. After all, the responsibility for my way of life is mine alone, for the education received and for my inability to rebel.

A life made up of failures, of renunciations, of deliberate and suffered abandonments, of hopes that one by one I have seen vanish, a life that only the mediocrity of my courage to live has allowed me to endure.

Is it a story common to all? Perhaps. But how many of those who have a clear vision of their future, a path to follow, are hindered in their choices? Hindered not with arrogance but with a feeling of pity towards those who hinder them.

A dream has now invaded my spirit, he threw that door open. A dream that comes to find me and I get lost in its sweetness, as every man gets lost in the arms of the woman who loves him, sees him beautiful and dreams with him. A dream with which I am walking on a bright beach under a sun that heals my wounds. But it is a dream. A dream that I see as the smile of a goddess.

If I had a gun I would point it to my temple, pull my finger back on the trigger and go. I would leave the dream free to go on its bright path. In this thought, I would have the illusion of retaining all the moments of joy and pleasure and transforming those painful lumps that darken my eyes into pleasant ones.

Now I am writing these lines so that you know from what deep darkness my words flow, take it into account and not be scandalized.

¿Tuve una vida infeliz? No formalmente.

Tengo esposa, hijos y tengo todo lo que un hombre podría desear. Satisfacción laboral, carrera y salarios económicos que justificaron mis sacrificios. Pero nadie ha abierto la puerta de mi íntimo, nadie se ha preguntado nunca si era libre o no y feliz o no. Y por eso nunca le he ofrecido a nadie, ni siquiera al más íntimo, un vistazo a mi alma. Nunca pedí piedad o comprensión. Después de todo, la responsabilidad de mi estilo de vida es sólo mía, de la educación recibida y de mi incapacidad para rebelarme.

Una vida hecha de fracasos, de renuncias, de abandonos deliberados y sufridos, de esperanzas que una a una he visto desaparecer, una vida que solo la mediocridad de mi coraje de vivir me ha permitido soportar.

¿Es una historia común a todos? Quizás. Pero, ¿cuántos de los que tienen una visión clara de su futuro, un camino a seguir, se ven obstaculizados en sus elecciones? Obstaculizados no con arrogancia, sino con un sentimiento de lástima hacia quienes los obstaculizan.

Un sueño ahora ha invadido mi espíritu, abrió esa puerta. Un sueño que viene a buscarme y me pierdo en su dulzura, como todo hombre se pierde en los brazos de la mujer que lo ama, lo ve hermoso y sueña con él. Un sueño con el que camino por una playa luminosa bajo un sol que cura mis heridas. Pero es un sueño. Un sueño que veo como la sonrisa de una diosa.

Si tuviera una pistola, me apuntaría a la sien, tiraría del gatillo hacia atrás y me iría. Dejaría el sueño libre para seguir su brillante camino. En este pensamiento, tendría la ilusión de retener todos los momentos de alegría y placer y transformar esos bultos dolorosos que oscurecen mis ojos en placenteros.

Ahora les escribo estas líneas para que sepan de qué profunda oscuridad fluyen mis palabras, tomen esto en cuenta y no se escandalicen.