Nel fiume le nostre mani

SGURO-GABBIANO-1979

G. Sguro, Il gabbiano, 1979

Ascolta bene
le parole svaniscono assieme ai nostri volti
quando nascondiamo le pupille dietro il fuoco delle palpebre
apriamo le mani e lasciamo fuggire dalle dita
sanguinanti il lento scorrere del tempo. Un fiume
invade il cielo tra gli argini di nuvole desiderando
spargere nel silenzio le nostre parole e ritrovare il loro destino
tra le braccia del mare in attesa.

Ascolta bene le nostre mani
immerse nell’ azzurro più profondo e freddo delle acque
abbandonate come oggetti dimenticati si cercano 
Per guidarci, ma verso cosa? Un gabbiano vola
lentamente sulle acque in silenzio. Lo vediamo fuggire lontano.
Nel becco è l’argento di squame che si dibattono
sempre più rassegnate al destino.

 

 

 

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Il bacio

Rodin bacio

Rodin, Bacio

 

No, non è la forza rumorosa del vento che ci spinge
verso l’infinito desiderato.
Il silenzio degli sguardi
i dorsi delle mani sulle pagine del libro.
Esistiamo solo noi due.
Le nostre dita s’incrociano,
ci legano l’uno all’altra
si toccano le labbra con un soffio misterioso.
Lontano le ali dei sogni bruciavano fra le nuvole.
Il fuoco si spandeva come fosse il nostro destino.
Non esistevano porte e lungo i corridoi
soltanto fiamme. Non sapevamo nulla. Non parlavamo.
Soli eravamo e senza alcun sospetto
nel buio cercavamo le nostre bocche.
Le parole furono i nostri sguardi e il nostro bacio
fu quello della morte.

 

  • Il titolo originario della scultura di Rodin fu “Paolo e Francesca”
  • I versi si riferiscono al Canto V dell’ Inferno della Divina Commedia (incontro di Dante con Francesca da Rimini e Paolo Malatesta) e il verso non in corsivo inserito nella mia poesia è il 129esimo del Canto.

D’autismo

Autismo

a Francesca Montana

Perché il grido della donna che ha partorito si prolunga
come un’eco tra le tue labbra e nei tuoi occhi appare
quella stessa luce innamorata
dono delle tue figlie ?
Perché poni le tue mani intorno
alle tempie di quei cuccioli
confusi dal turbinare di persone e luoghi ,
di rumori e di segnali che si aprono e si chiudono
con squarci di cielo tra il grigio delle nuvole ?

Le mani cadono e la solitudine ronza
come una vespa dentro il loro cervello.
Accucciati, inginocchiati nell’angolo più alto del soffitto
ti guardano atterriti nell’intimo impenetrabile del cuore
da una realtà che li spaventa e li offende.
Il fiorire dei colori che poni innanzi ai loro occhi
incupiti dona una grazia ai loro gesti, alle parole che
dalle loro labbra dicono: arriva
ora arriva. Ed è un fiore che li attende. Un fiore
che cresce ed alberi
piccoli piccoli che spingi verso la serenità.

Nel silenzio dell’uomo che ti si è posto accanto c’è la calma
del mare che scioglie le tensioni.
Separa dal tuo corpo la fragilità dei cuccioli
che ti fa debole e agita un odore di malattia che non si vede,
di stanchezza dentro le tue vene.
Lui bussa al tuo fianco e quieta i tuoi sogni
anche i più profondi e bui.

 

 

Tutta l’Africa vale più del tuo pianto?

Si sarebbe potuto chiamare Mario, Angelo, Giovanni o Marco il giovane poeta che in questi versi cerca di stringere tra le sua braccia la ragazza che ama.

Invece si chiama Sesto Aurelio e ci viene tramandato col nome di Properzio che richiama alla nostra mente l’arzillo portinaio di un vecchio palazzo romano.

Ma è un giovane abruzzese che visse a Roma e la cui vita non arrivò ai quarantanni.

Credi che si ricordi ancora come sei fatta
colui che dal tuo letto, l’hai visto, ha preso il mare?
Crudele, chi a una donna preferisce il denaro !
forse che tutta l’Africa vale più del tuo pianto ?

Ma tu, ingenua, credi agli dèi e alle parole vane :
mentre lui già si consuma per un altro amore.
Hai una bellezza splendida, hai le arti della casta Pallade
e la gloria di un antenato illustre,
felice la tua casa, con accanto un amico fedele.

Fedele io ti sarò: corri, fanciulla, al nostro letto !
Ed anche tu, Sole, che d’estate ardi in fuochi
più lunghi, abbrevia l’indugio della luce.
Venga presto per me la notte! Per la sua datele tempo!

Luna, sui primi abbracci soffermati più a lungo.
Molte ore passeranno prima che ceda ai miei discorsi
prima che Venere ci sospinga a dolci lotte !

Bisogna stabilire i patti, firmare i giuramenti
e scrivere le regole di un amore nuovo.
Col suo sigillo Amore conferma questi pegni :
lo testimonia la corona della notte stellata.

Dove patti chiari non avvincono un letto,
le notti solitarie non ottengono vendetta dagli dèi.
La passione scioglie i nodi che strinse :
i patti iniziali ci serbino la fede.

Dunque, chi rompe i patti giurati sugli altari,
e contamina in altri letti le nozze sacre,
provi lo stesso dolore che alberga in chi ama,
e si prepari ad essere sulla bocca di tutti,
al suo lamento notturno non s’apra la finestra :
ma sempre ami ed elemosini il frutto dell’amore.

Sesto Aurelio Properzio, Elegie, III libro, 20 (traduzione di Marcello Comitini)

 

Credis eum iam posse tuae meminisse figurae,
vidisti a lecto quem dare vela tuo?
Durus, qui lucro potuit mutare puellam !
tantine, ut lacrimes, Africa tota fuit?

At tu, stulta, deos, tu fingis inania verba :
forsitan ille alio pectus amore terat.
Est tibi forma porens, sunt castae Palladis artes,
splendidaque a docto fama refulget avo,
fortunata domus, modo sit tibi fidus amicus.

Fidus ero: in nostros curre, puella, toros !
Tu quoque, qui aestivos spatiosius exigis ignis,
Phoebe, moraturae contrahe lucis iter.
Nox mihi prima venit! primae data tempora noctis !

Longius in primo, Luna, morare toro.
Quam multae ante meis cedent sermonibus horae
dulcia quam nobis concitet arma Venus !

Foedera sunt ponenda prius signandaque iura
et scribenda mihi lex in amore novo.
Haec Amor ipse suo constringit pignora signo :
testis torta corona sidereae deae.

Namque ubi non certo vincitur foedere lectus,
non habet ultores nox vigilanda deos,
et quibus imposuit, solvit mox vincla libido:
contineant nobis omina prima fidem.

Ergo, qui pactas in foedera ruperit aras,
pollueritque nova sacra marita toro,
illi sint quicumque solent in amore dolores,
et caput argutae praebeat historiae,
nec flenti dominae patefiant nocte fenestrae :
semper amet, fructu semper amoris egens.

Sesto Aurelio Properzio, Elegiae, III libro, 20

“Il y a des choses que je ne dis à personne”, Louis Aragon.

Grazie a Barbara  Auzou che ha pubblicato l’originale in francese sul suo blog https://lireditelle.wordpress.com/ . Questa è la mia traduzione:

Ci sono cose che non dico a Nessuno Allora
Non fanno male a nessuno Ma
La sventura è
Che io
La sventura la sventura è
Che io queste cose le so

Ci sono cose che mi rodono La notte
Per esempio delle cose come
Come dire non so come dei sogni
E la sventura è che non sono per niente dei sogni

Ci sono cose che sono per me assolutamente
Ma assolutamente insopportabili anche se
Non dico nulla anche se
Non dico nulla comprendetemi comprendetemi bene

Allora questo vi a volte questo vi soffoca
Guardatemi guardatemi bene
Guardate la mia bocca
Che si apre e si chiude e non dice nulla

Pensare soltanto altre cose
Sognare a voce alta e da me
Escono parole di cui mi meraviglio
Che non fanno male a nessuno

Viceversa ho paura di me
Di questa cosa in me che parla

So bene che non bisogna
Ma cosa volete che faccia
La mia bocca si apre e l’anima è là
Che palpita uccello sulle mie labbra

Oh tutto ciò che non dico
Ciò che non dico a nessuno
La sventura è che questo squilla
E sbatte ostinatamente in me
La sventura è che quel che è in me
Anche se nessuno lo sa
Non lasciatemi non lasciatemi
A volte me lo dico a volte

È meglio parlare che tacere

E poi sento inaridirsi
Queste parole di me nella mia saliva
È là la sventura non la mia
La sventura che abbiamo in comune
Spavento degli altri uomini
E che dunque ti ha dato la mano
Essendo certi di ciò che noi siamo

Per paura per paura che tu l’abbia detto
Ciò che non può prendere forma
Ciò che ti abita e prende forma
Almeno che è sul punto
Di sconfiggere il tuo pugno
E la gente Che volete dire
Tu ti senti come ti senti
Stupido di fronte alla gente Chi ero io
Chi ero io da dire Ah sì forse
Che c’è il sole che sta per piovere che bisogna andare via
Dove dunque Anche ciò è troppo
E le trattengo tra i denti
Queste parole della paura che esprimono

Non mi guardate dentro
Che ci sia il sole vi basti
Posso ben dire che c’è il sole
Anche se piove sul mio viso
Credere nel sole quando cade la pioggia
Le parole in me muoiono con tale violenza
Che così violentemente mi feriscono
Le parole che io non formulo
È forse la loro morte in me che morde

La sventura è sapere di cosa
Non parlo a volte
E di cosa tuttavia io parlo

È in noi che dobbiamo tacere

Louis Aragon, da « Le Fou d’Elsa » (traduz. Marcello Comitini)

Il y a des choses que je ne dis a Personne Alors
Elles ne font de mal à personne Mais
Le malheur c’est
Que moi
Le malheur le malheur c’est
Que moi ces choses je les sais

Il y a des choses qui me rongent La nuit
Par exemple des choses comme
Comment dire comment des choses comme des songes
Et le malheur c’est que ce ne sont pas du tout des songes

Il y a des choses qui me sont tout à fait
Mais tout à fait insupportables même si
Je n’en dis rien même si je n’en
Dis rien comprenez comprenez moi bien

Alors ça vous parfois ça vous étouffe
Regardez regardez moi bien
Regardez ma bouche
Qui s’ouvre et ferme et ne dit rien

Penser seulement d’autre chose
Songer à voix haute et de moi
Mots sortent de quoi je m’étonne
Qui ne font de mal à personne

Au lieu de quoi j’ai peur de moi
De cette chose en moi qui parle

Je sais bien qu’il ne le faut pas
Mais que voulez-vous que j’y fasse
Ma bouche s’ouvre et l’âme est là
Qui palpite oiseau sur ma lèvre

O tout ce que je ne dis pas
Ce que je ne dis à personne
Le malheur c’est que cela sonne
Et cogne obstinément en moi
Le malheur c’est que c’est en moi
Même si n’en sait rien personne
Non laissez moi non laissez moi
Parfois je me le dis parfois

Il vaut mieux parler que se taire

Et puis je sens se dessécher
Ces mots de moi dans ma salive
C’est là le malheur pas le mien
Le malheur qui nous est commun
Épouvantes des autres hommes
Et qui donc t’eut donné la main
Étant donné ce que nous sommes

Pour peu pour peu que tu l’aies dit
Cela qui ne peut prendre forme
Cela qui t’habite et prend forme
Tout au moins qui est sur le point
Qu’écrase ton poing
Et les gens Que voulez-vous dire
Tu te sens comme tu te sens
Bête en face des gens Qu’étais-je
Qu’étais-je à dire Ah oui peut-être
Qu’il fait beau qu’il va pleuvoir qu’il faut qu’on aille
Où donc Même cela c’est trop
Et je les garde dans les dents
Ces mots de peur qu’ils signifient

Ne me regardez pas dedans
Qu’il fait beau cela vous suffit
Je peux bien dire qu’il fait beau
Même s’il pleut sur mon visage
Croire au soleil quand tombe l’eau
Les mots dans moi meurent si fort
Qui si fortement me meurtrissent
Les mots que je ne forme pas
Est-ce leur mort en moi qui mord

Le malheur c’est savoir de quoi
Je ne parle pas à la fois
Et de quoi cependant je parle

C’est en nous qu’il nous faut nous taire

Louis Aragon, da « Le Fou d’Elsa »

Lire dit-elle

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Il y a des choses que je ne dis a Personne Alors
Elles ne font de mal à personne Mais
Le malheur c’est
Que moi
Le malheur le malheur c’est
Que moi ces choses je les sais

Il y a des choses qui me rongent La nuit
Par exemple des choses comme
Comment dire comment des choses comme des songes
Et le malheur c’est que ce ne sont pas du tout des songes

Il y a des choses qui me sont tout à fait
Mais tout à fait insupportables même si
Je n’en dis rien même si je n’en
Dis rien comprenez comprenez moi bien

Alors ça vous parfois ça vous étouffe
Regardez regardez moi bien
Regardez ma bouche
Qui s’ouvre et ferme et ne dit rien

Penser seulement d’autre chose
Songer à voix haute et de moi
Mots sortent de quoi je m’étonne
Qui ne font de mal à…

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ARTE – CULTURA – POESIA – Novità Editoriali – Liberandosi dai disinganni con spietata e struggente sofferenza umana. QUARTO GIORNO di MARCELLO COMITINI.

Il blog di Manuel Giuliano – Giornalista indipendente – mi ha dedicato una pagina con una scelta quanto mai accurata e attenta dei versi più significativi di questo mio ultimo libro. Una scelta che conferma, a chi ancora non lo conoscesse, le sue doti di giornalista particolarmente colto e attento agli aspetti emozionali.

Giornalista Indipendente

QUARTO GIORNO di MARCELLO COMITINI – Edizioni Caffè Tergeste 2018. Immagini Courtesy l’autore, Official Instagram Marcello Comitini.

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Spietato come per chi spietata è stata la sofferenza che ha ucciso i suoi sogni. Una poesia struggente come spesso obbligano i canoni classici che impediscono cambiamenti e attitudini. Marcello Comitini trae dalla sua esperienza di direttore organizzativo teatrale e di traduttore letterario una volontà di riflettere sulla poesia come espressione libera e senza titolo. “I vagabondi”, “Esercizi di danza”, “La Sposa”, anche un’attenta descrizione dei particolari e delle emozioni diventa nelle strofe di Comitini autentica poetica. Quarto Giorno è un libro non facile da accettare in un sistema attuale di illusioni ripetute se non si è consapevoli e disingannati dalla sofferenza e dalla felicità della vita di tutti i giorni. (m.g.)

QUARTO GIORNO di MARCELLO COMITINI – Edizioni Caffè Tergeste 2018. Immagini Courtesy l’autore.

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Edizione con copertina rigida:       

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Un ruolo insignificante

ruolo insignificante

Certamente non so vendermi , non partecipo a concorsi, non mi faccio pubblicare da case editrici a pagamento, non pago nessuno per farmi recensire,  non corteggio i miei lettori, non inserisco i loro nomi nei tag, attendo che siano loro a venirmi a trovare.

È normale tutto questo? È corretto comportarsi in questo modo? È corretto lasciare che ciascuno sia libero di esprimermi o meno il suo gradimento, senza far nulla per sollecitarlo ?

Non lo so.

So che altri, che svolgono la mia stessa attività (scrivere versi),  vincono  ai concorsi, ringraziano a destra e a manca per essere stati nominati a questo o a quel premio, ricevono gli applausi degli “amici”.

Mentre scrivo mi chiedo perché io stia scrivendo queste cose…

A volte mi sento talmente inutile, non solo io ma tutto il mio scrivere, tutta la mia esistenza, che l’unico desiderio che ho è quello di morire. E mi torna in mente Cesare Pavese, la sua vita, la sua difficoltà a intessere rapporti umani, la sua incapacità a mantenerli, a suscitare amore.  E la sua caratteristica di non aver vinto mai un premio se non il premio Strega . E la sua terribile delusione quando si accorse,  subito dopo aver vinto,  che era stato merito dell’editore Einuadi  e non della validità della sua opera “La Bella Estate”.

«Cosa ho messo insieme? Niente.» Si chiedeva Pavese qualche giorno prima di suicidarsi

Ho pensato spesso al suo suicidio come un gesto disperato. Ma sono certo che così non è. È stato l’unico modo per affermare  «la dignità dell’uomo davanti al destino», come lui stesso definisce nel suo diario l’idea del suicidio.

Non ha tutti i torti.

Di fronte a una vita che mi usa, una vita in cui le circostanze mi costringono a fare ciò che non mi piace fare,  che mi assegna un ruolo insignificante e fa sentire insignificante tutto me stesso, l’unico modo è quello di salutare tutti e fare un salto nel buio, portando con me la luce delle ultime frasi che proprio Cesare Pavese scrisse prima di assumere i barbiturici:

«L’ uomo mortale non ha che questo d’ immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia».

«Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti».

«Ho cercato me stesso».

Che si muoia per mezzo di barbiturici o si muoia per cause più o meno naturali non fa nessuna differenza. Il buio è sempre quello.

Ma tu non hai quel coraggio. La vita ti ha tolto anche questo.

Che lo scrivi a fare?

Il mio quartiere è una nave

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Foto mia, Vista notturna del quartiere Inviolatella (Roma)

 

Il mio quartiere è una nave ancorata.

Il mio quartiere è una nave ancorata che guarda dall’alto il mare verde dell’Inviolatella e le sue onde di alberi e prati. Protende al cielo le sue ciminiere fumanti, le antenne e i suoi radar sui palazzi e le strade.

In cima ai pennoni porta lo stemma di cuori liberi e affranti. I passeggeri s’imbarcano salendo per due passerelle tortuose come strade di campagna gettate dal ponte sui moli di Roma.

Sul ponte le sue cabine sono palazzi. Alcuni strutturati come tenere alcove per ospitare amori clandestini. S’imbarcavano in auto all’ora del tramonto indorata dal sole e andavano via a fari spenti nel cuore della notte come coloro che vengono da terre lontane e svaniscono inghiottiti dal buio. Adesso che gli amori sono finiti, s’imbarcano coloro che vengono da terre lontane, salgono scendono, vanno via e svaniscono. Lasciano volti nuovi e portano via quelli vecchi.

Al piano terra d’un palazzo ci sono le stive, le sala macchine che fanno pulsare tutta la nave. Erano locali adibiti a supermercato messo in piedi per attrarre clienti sulla nave in procinto di salpare. Il supermercato è fallito e i locali sono stati divisi dagli scafisti di terra per ritagliare cunicoli bui e darli in affitto.

Il mio quartiere fa il giro del mondo ma non ha ancore da gettare nel fondo dei tombini. Non ha bar, non ha boutique, non ha negozi dove comprare ciò che nessuno può comprare. Chiunque entra ed esce, va via e svanisce. Il mio quartiere non ha limiti. I suoi confini si sciolgono nelle sue pozzanghere che specchiano il cielo, le nuvole che fuggono all’alitare del vento e si sperdono sui tetti dei palazzi. Nelle pozzanghere si specchiano i volti delle ragazze che non hanno altro modo per guardarsi se non sporgere il viso verso i bagliori del fango. Si specchiano i corpi ancheggianti dei ragazzi fuggiti dal Brasile che in questi cunicoli, una volta nidi d’amore, hanno la libertà di mostrare il proprio corpo di donna.

Il mio quartiere non ha limiti, i suoi confini si dissolvono mescolandosi lentamente al frastuono della città alle spalle. Non ha spiagge per distendere al sole i cadaveri e sulle scogliere non s’infrangono le imbarcazioni che trasportano in equilibrio la speranza e la morte.

Ai moli della città lega temporaneamente le cime delle funi di quelle piccole stanze soffocanti d’estate, maleodoranti di muffa e di freddo in inverno, che gli scafisti di terra danno in affitto a coloro che sono giunti da lontano.

Dalle pareti granelli verdastri s’intrufolano come polvere nei polmoni e negli occhi. Nelle strade tutto appare tranquillo, i balconi traboccano d’inutili cimeli come vecchi cimiteri d’oggetti dimenticati, sospesi tra il cielo e la terra.

Quando coloro che sono giunti da lontano scendono in strada al mattino, dai loro volti straniti traspare la stanchezza d’avere smaniato per un sonno che non è mai arrivato, tutti ammucchiati nello stesso letto, l’amarezza d’aver fatto all’amore violando il sonno dei figli, d’aver negato ai propri desideri il diritto di desiderare.

Nulla appare agli occhi di coloro che sono nati qui, simili a eterni capitani della nave, perché i loro occhi vedono solo sé stessi o solo quelli degli altri nati qui come loro.
Di quelli giunti da lontano vedono il colore diverso della pelle, il biancore scheletrico dei denti, il taglio degli occhi stretti in un sorriso inesistente o sgranati nello stupore d’essere sfuggiti alla morte. Vedono il capo coperto delle donne e sanno che le donne sono ancora schiave di quegli uomini che girano per le strade con aria stranita.

Vedono negli angoli le bottiglie di birra abbandonate, i resti carbonizzati di banchetti e panni stesi al sole della piazza. L’ombra pungente di un’opunzia, carica di frutti che cadono acerbi sull’asfalto, alimenta l’illusione di coloro che sono giunti da lontano, d’essersi incontrati nella piazza di una città vicina alla loro terra.

Della loro terra sognano i suoni e i colori. Per non dimenticare ascoltano la musica che vibra tra le mura sottili. E tutto il quartiere trema dei suoni e dei profumi che sanno delle loro terre molto lontane.

Coloro che al tramonto una volta s’imbarcavano con i loro amori clandestini, vengono da altri quartieri. Non cercano le proprie figlie ma guardano le ragazze adolescenti dal colore del rame o i ragazzi brasiliani, che hanno sulle labbra la voglia d’essere baciati e i seni che promettono oscuri piaceri.

Basta sorridere, chiedere che si lascino ammirare, che si lascino tenere per mano. E poi lasciano che alle ragazze, nel chiuso delle stanze soffocanti di muffa, scorrano le lacrime sulle ceneri delle illusioni.

I ragazzi del Brasile sognano sempre i loro amori impossibili.

Aquilone

Aquilone

dal web

A dita spalancate
il vento tocca
la cresta delle onde.
S’acquieta il mare
sulla spiaggia
in spume luminose d’aria.

Il filo che trattiene l’aquilone
strattona le mie mani
tese ad avversare
l’impeto del vento.

Nell’aria l’aquilone scuote
lunghi nastri colorati
come farfalle in mezzo ai sogni.
Il mio cuore
nell’azzurro assieme a lui,
sente con stupore
che il mio corpo affonda
ancora
nel freddo della sabbia.