La mia sola lietezza – di P.P. Pasolini

Pier paolo pasolini scugnizzi

Eccomi nel chiarore di un vecchio aprile,
a confessarmi inginocchiato,
fino in fondo, fino a morire.

Ci pensi questa luce a darmi fiato,
a reggere il filo con la sua biondezza
fragrante, su un mondo, come la morte rinato.

Poi… ah, nel sole è la mia sola lietezza…
Quei corpi, coi calzoni dell’estate,
un po’ lisi nel grembo per le distratta carezza

di rozze mani impolverate… Le sudate
comitive di maschi adolescenti,
sui margini di prati, sotto facciate

di case nei crepuscoli cocenti…
L’orgasmo della città festiva,
la pace nelle campagne rifiorenti…

E loro, con le loro facce livide
o nere d’ombra, come di cuccioli lupi,
in pigre scorribande, in lascive

ingenuità… quelle nuche! Quei cupi
sguardi! Quel bisogno di sorridere
ora per i loro discorsi, un poco stupidi,

d’innocenti, ora come per sfida
al resto del mondo che li accoglie:
FIGLI. Ah, quale Dio li guida

Così certi, qui lungo le strade più spoglie,
ai Castelli, alle Spiagge, alle Porte
della città, nelle previste, antiche voglie

di chi sa già che giungerà alla morte
dopo essere veramente vissuto:
che la vita che ha in sorte

è quella giusta, e nulla avrà perduto.
Umili, certo. E quello che sarà
il loro modo vile, poi, d’aver compiuto

se stessi (il loro destino è la viltà),
è ancora un albeggiare quasi
su sconosciuti alberi, in cui ha

la natura soltanto gemme, in una stasi
di purezza suprema, di coraggio.
Oh, certo, essi sono invasi

ormai dal male che ricevono in retaggio
dai padri – mia coetanea, nera razza.
Ma in che cosa sperano? che raggio

di luce li colpisce, in quella faccia
dove l’attaccatura dei capelli
alla fronte, i ciuffi, le onde sono grazia

più che corporea?… Dolcemente ribelli,
e, insieme, contenti del futuro dei padri:
ecco che cosa li fa così belli!

versi tratti da “La realtà” di Pier Paolo Pasolini, in Poesie (Garzanti, 1999, pag.127-128)

 

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Paesaggio IV di Cesare Pavese

Carlo Carrà Nuotatrice

Carlo Carrà – Le nuotatrici

(a Tina)

I due uomini fumano a riva. La donna che nuota

senza rompere l’acqua, non vede che il verde

del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante

si distende quest’acqua e la donna vi scorre

senza corpo. Nel cielo si posano nuvole

come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria.

 

Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna

vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo,

l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque

altro peso. Noi soli sentiamo la terra.

Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso,

sente l’avido gelo assorbirle il torpore

delle membra assolate e discioglierla viva

nell’immobile verde. Il suo capo non muove.

 

Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata.

Il suo volto socchiuso posava sul braccio

e guardava nell’erba. Nessuno fiatava.

Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío

che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo.

Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante

nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi.

La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua

– rauca e fresca, è la voce di prima.

 

Pensiamo, distesi

sulla riva, a quel verde piú cupo e piú fresco

che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi

piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle

in bracciate schiumose, l’immobile verde.