Louise Glück, Approccio all’orizzonte (18)

DigitalArt mia

Una mattina mi sono svegliata incapace di muovere il braccio destro.
Avevo sofferto periodicamente di notevoli
dolori su quel lato, il mio braccio da pittrice,
ma in questo caso non c’era dolore.
In effetti, non c’era sensibilità.

Il mio medico è arrivato entro un’ora.
Ci fu subito la richiesta di altri dottori,
vari test, procedure —
Ho mandato via il dottore
e invece ho assunto il segretario che trascrive queste note,
le cui capacità, mi è stato assicurato, sono adeguate alle mie esigenze.
Si siede accanto al letto a testa bassa,
possibilmente per evitare di essere ritratto.

Quindi iniziamo. C’è un senso
di allegria nell’aria,
come se gli uccelli cantassero.
Dalla finestra aperta arrivano ventate di aria dolce e profumata.

Il mio compleanno (ricordo) si sta avvicinando velocemente.
Forse i due grandi momenti collideranno
e vedrò me stessa incontrarsi, andare e venire –
Naturalmente, gran parte del mio io originale
è già morto, quindi un fantasma sarebbe costretto
ad abbracciare una mutilazione.

Il cielo, ahimè, è ancora lontano,
non proprio visibile dal letto.
Esiste ora come ipotesi remota,
un luogo di libertà del tutto svincolato dalla realtà.
Mi ritrovo a immaginare i trionfi della vecchiaia,
immacolati, visionari disegni
fatti con la mia mano sinistra –
“Sinistra”, anche, come “residuo”.

La finestra è chiusa. Di nuovo silenzio, moltiplicato.
E nel mio braccio destro, ogni sensibilità scomparsa.
Come quando la hostess annuncia la conclusione
attraverso l’audio del servizio di bordo.

La sensibilità è scomparsa – mi viene in mente
che sarebbe una bella lapide.

Ma ho sbagliato a suggerire
che questo sia già accaduto.
In effetti, sono stata perseguitata dalla sensibilità;
è il dono dell’espressione
che così spesso mi ha delusa.
Mi ha delusa, mi ha tormentata, praticamente per tutta la vita.

Il segretario alza la testa,
pieno di astratta deferenza
ispirata dall’approccio della morte.
Non può aiutare, realmente, ma essere emozionante,
questo emergere della forma dal caos.

Una macchina, vedo, è stata installata vicino al mio letto
per informare i miei visitatori
del mio progresso verso l’orizzonte.
Il mio stesso sguardo continua a spostarsi su di essa,
linea instabile delicatamente
ascendente, discendente,
come una voce umana in una ninna nanna.

E poi la voce si ferma.
A quel punto la mia anima si sarà fusa
con l’infinito, rappresentato
da una linea retta,
come un segno meno.

Non ho eredi
nel senso che non ho nulla di sostanziale
da lasciare.
Forse il tempo attutirà questa delusione.
Per chi mi conosce bene non sarà una novità;
Lo capisco. Quelli a cui
sono legata dall’affetto
perdoneranno, spero, le distorsioni
imposte dall’occasione.

Sarò breve. Così si conclude,
come dice la hostess,
il nostro breve volo.

E tutte le persone che non si conosceranno mai
si affollano nel corridoio e vengono tutte incanalate
nel terminale.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Stefanie Golisch, Quando una vecchia suora si prepara per la notte (Ita – Fr – Eng – Esp)

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

Quando una vecchia suora si prepara per la notte,
prima si toglie le pesanti scarpe marroni, poi il velo,
chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro. Aprendo
la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra. Nella sua sottoveste ingiallita sta davanti a nessuno
specchio. Invece della propria immagine, le sorride
seducente un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi
che dice: non aver paura, sei o non sei la mia sposa
diletta? Fiduciosa, sfila i collant color pelle, il reggiseno
color pelle e le mutande color pelle. Nella luce diffusa
di una fredda notte d’autunno, eccola, nuda davanti al
suo Signore. Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte. Persa come una goccia
di pioggia in un cielo senza nuvole, fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe, dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta


Quand une vieille religieuse se prépare pour la nuit

Quand une vieille religieuse se prépare pour la nuit,
d’abord elle enlève ses lourdes chaussures marron, puis son voile,
fermé derrière le cou par une bande velcro. En ouvant
la longue fermeture le long du dos elle laisse tomber la robe
au sol. Dans son jupon jauni, elle se tient devant aucun
miroir. Au lieu de sa propre image, il lui sourit
séduisant un jeune homme aux longues boucles blondes
qui dit: n’aies pas peur, es-tu ou n’es-tu pas mon épouse
bien-aimé? Confiante, elle enlève ses collants couleur peau, le soutien-gorge
couleur peau et les culotte couleur peau. En lumière diffuse
d’une froide nuit d’automne, la voici, nue devant
son Seigneur. Tremblante elle met une chemise de nuit rose,
et se glisse sous les couvertures. Perdue comme une goutte
de pluie dans un ciel sans nuages, fait disparaître ses doigts lasses
dans la grotte sacrée entre ses jambes, où la vie se cache
humide, sombre, silencieuse

When an old nun is getting ready for the night

When an old nun is getting ready for the night,
first she takes off her heavy brown shoes, then her veil,
closed behind the neck with a velcro strip. By opening
the long closure along the back she drops the dress
on the ground. In her yellow petticoat, she stands in front of none
mirror. Instead of his own image, he smiles at her
seducing a young man with long blond curls
who says: do not be afraid, are you or are you not my wife
beloved? Confident, she takes off her skin-colored tights, the bra
skin color and skin color panties. In diffused light
of a cold autumn night, here she is, naked in front of
his Lord. Trembling she puts on a pink nightgown,
and fits under the covers. Lost like a drop
of rain in a cloudless sky, makes weary fingers disappear
in the sacred cave between his legs, where life hides
wet, dark, silent

Cuando una vieja monja se prepara para pasar la noche

Cuando una vieja monja se prepara para la noche,
primero se quita los pesados zapatos marrones, luego el velo,
cerrado detrás del cuello con una tira de velcro. Abriendo
el cierre largo a lo largo de la espalda deja caer el vestido
en el suelo. En su enagua amarilla, ella se para frente a nadie
espejo. En lugar de su propia imagen, le sonríe.
seductor a un joven de largos rizos rubios
quien dice: no tengas miedo, ¿eres o no eres mi esposa
amada? Confiada, se quita las medias color piel, el sujetador
color de piel y bragas de color de piel. En luz difusa
de una fría noche de otoño, aquí está, desnuda frente a
su Señor. Temblanda se pone un camisón rosa
y se desliza bajo las mantas. Perdida como una gota
de lluvia en un cielo despejado, hace desaparecer los dedos cansados
en la cueva sagrada entre sus piernas, donde se esconde la vida
mojada, oscura, silenciosa

Le traduzioni in francese, inglese e spagnolo sono di marcello comitini
(l’autrice non è responsabile degli eventuali errori)

les traductions en français, anglais et espagnol sont par marcello comitini
(l’auteur n’est pas responsable d’éventuelles erreurs)

the translations into french, english and spanish are by marcello comitini
(the author is not responsible for any possible errors)

las traducciones en francés, inglés y español son de marcello comitini
(el autor no se hace responsable de posibles errores)

Ai piedi di un solo albero, di Barbara Auzou (Fr – Ita)

Photo du blog de Barbara, traitée graphiquement par moi

I

ici commence le territoire

le retrait effronté des plus belles fleurs a ouvert des volières

le sang s’est fait plus léger comme des tâches de soleil sur l’enfance

dans le luth des respirations en renaît l’ardeur et cet amour qui va

au-delà toujours de ce qu’il aime

la lune dans nos paumes enchâssées nous a fait un corps de tendre laine

et d’écorces

chercheuses d’or et de silences occupées à caresser le cercle parfait

des heures hautes

concluant une paix avec la nécessaire frivolité du voyage

nous ne savions pas alors qu’avec force à nos bouches éclaterait

l’aromate de toutes les légendes au pied d’un seul arbre

II

dans ce monde où les enfants dorment mal

au lieu d’explorer librement l’espace

me réveiller pour m’endormir encore

épuiser le capital d’images de mes rêves totalitaires

de tes mains la trace le corps et puis la pluie messagère

le soleil passé dans les claies je suis

une églantine sur une pirogue de verre

tout est là

dans un seul bouleau je bois l’âme de tous les cocotiers

la mer et ses filles et le sanglot des fleurs

je tremble de terre

quand les oiseaux s’ éprennent de hauteurs

Barbara Auzou, Au pied d’un seul arbre

Page originale – I – ICI

Page originale – II – ICI


I

qui inizia il territorio

il ritrarsi sfacciato dei fiori più belli ha aperto le voliere

il sangue si è fatto più lieve come macchie di sole sull’infanzia

nel flauto dei fiati rinasce l’ardore e questo amore che va

sempre al di là di ciò che ama

la luna chiusa nelle nostre palme ha reso i nostri corpi

di tenera lana e cortecce

cercatrici d’oro e di silenzi intenti a carezzare il cerchio

perfetto delle ore piene

stipulando una pace con la necessaria frivolezza del viaggio

allora non sapevamo con quale forza dalle nostre bocche sarebbero esplosi

gli aromi di tutte le leggende ai piedi di un unico albero

II

in questo mondo dove i bambini dormono male

invece di esplorare liberamente lo spazio

mi sveglio per addormentarmi di nuovo

esaurisco il capitale d’immagini dei miei sogni assoluti

delle tue mani la traccia il corpo e poi la pioggia messaggera

il sole filtrato dal reticolo io sono

una rosa selvatica su una canoa di vetro

è tutto qui

in un’unica betulla bevo l’anima di tutte le palme da cocco

il mare e le sue figlie e il pianto dei fiori

io tremo profondamente

quando gli uccelli si innamorano delle altezze

Barbara Auzou, Ai piedi di un solo albero, traduzione di Marcello Comitini.

La mia sola lietezza – di P.P. Pasolini

Pier paolo pasolini scugnizzi

Eccomi nel chiarore di un vecchio aprile,
a confessarmi inginocchiato,
fino in fondo, fino a morire.

Ci pensi questa luce a darmi fiato,
a reggere il filo con la sua biondezza
fragrante, su un mondo, come la morte rinato.

Poi… ah, nel sole è la mia sola lietezza…
Quei corpi, coi calzoni dell’estate,
un po’ lisi nel grembo per le distratta carezza

di rozze mani impolverate… Le sudate
comitive di maschi adolescenti,
sui margini di prati, sotto facciate

di case nei crepuscoli cocenti…
L’orgasmo della città festiva,
la pace nelle campagne rifiorenti…

E loro, con le loro facce livide
o nere d’ombra, come di cuccioli lupi,
in pigre scorribande, in lascive

ingenuità… quelle nuche! Quei cupi
sguardi! Quel bisogno di sorridere
ora per i loro discorsi, un poco stupidi,

d’innocenti, ora come per sfida
al resto del mondo che li accoglie:
FIGLI. Ah, quale Dio li guida

Così certi, qui lungo le strade più spoglie,
ai Castelli, alle Spiagge, alle Porte
della città, nelle previste, antiche voglie

di chi sa già che giungerà alla morte
dopo essere veramente vissuto:
che la vita che ha in sorte

è quella giusta, e nulla avrà perduto.
Umili, certo. E quello che sarà
il loro modo vile, poi, d’aver compiuto

se stessi (il loro destino è la viltà),
è ancora un albeggiare quasi
su sconosciuti alberi, in cui ha

la natura soltanto gemme, in una stasi
di purezza suprema, di coraggio.
Oh, certo, essi sono invasi

ormai dal male che ricevono in retaggio
dai padri – mia coetanea, nera razza.
Ma in che cosa sperano? che raggio

di luce li colpisce, in quella faccia
dove l’attaccatura dei capelli
alla fronte, i ciuffi, le onde sono grazia

più che corporea?… Dolcemente ribelli,
e, insieme, contenti del futuro dei padri:
ecco che cosa li fa così belli!

versi tratti da “La realtà” di Pier Paolo Pasolini, in Poesie (Garzanti, 1999, pag.127-128)

 

Paesaggio IV di Cesare Pavese

Carlo Carrà Nuotatrice

Carlo Carrà – Le nuotatrici

(a Tina)

I due uomini fumano a riva. La donna che nuota

senza rompere l’acqua, non vede che il verde

del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante

si distende quest’acqua e la donna vi scorre

senza corpo. Nel cielo si posano nuvole

come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria.

 

Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna

vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo,

l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque

altro peso. Noi soli sentiamo la terra.

Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso,

sente l’avido gelo assorbirle il torpore

delle membra assolate e discioglierla viva

nell’immobile verde. Il suo capo non muove.

 

Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata.

Il suo volto socchiuso posava sul braccio

e guardava nell’erba. Nessuno fiatava.

Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío

che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo.

Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante

nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi.

La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua

– rauca e fresca, è la voce di prima.

 

Pensiamo, distesi

sulla riva, a quel verde piú cupo e piú fresco

che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi

piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle

in bracciate schiumose, l’immobile verde.