Strada viva

Ecco un’altra bella poesia di Daniela Cerrato dal suo blog “Il canto delle Muse”. Versi che descrivono sentimenti e cose come elementi integranti dei luoghi che la poetessa percorre donando loro un’anima e un senso di vita simbolica e palpitante. Un percorso che si arresta all’incontro con una “strada provinciale”, segno dell’umana presenza e torna indietro ripercorrendo gli stessi luoghi, già trasformati dalla pioggia, che offrono una nuova e più serena percezione.

Il Canto delle Muse

La chiamavano da sempre strada viva
quel sentiero di mezza collina
che iniziava a scendere all’angolo
di una casa da poco abbandonata,
fiori perenni nel giardino cintato
mostravano ancora il gusto
di chi l’aveva abitata.
La percorsi, tutta, d’improvviso,
un dì che pioveva a secchiate
ebbra di rabbia trattenuta,
sfogai la foga con passi decisi
a tratti scivolosi, in un sottile
giacchino a cappuccio che dopo poco
iniziò a stingere il vivo colore.
Rivoli fucsia gocciolavano rigando
le mani fradice, incapaci di asciugare
il viso, grondante lacrime e pioggia,
la vista annebbiata non fermava
il cammino che proseguiva
con un’ energia cinetica potente,
non so quanto fango calpestai
ma dopo un restringimento della strada
mi trovai di fronte a un campo limitato
dall’asfalto di una provinciale.
Ripercorsi a ritroso, stavolta in salita,
il sentiero divenuto rigagnolo notando
qualche sprazzo di luce che apriva
il fronte di nubi cupe, la pioggia

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Puberale

Pubertà Munch Margherita pic

Ernest Ludwig Kichner, Margherita, 1909

Lui

Il vento a piene mani

lascia cadere sulla terra

piume bianche di semi.

Al fiorire delle gemme

tra smarrimenti e ansie

l’adolescente che s’incanta

freme nel vento

oscuro dei suoi sogni.

Solca le zolle e le frantuma

con l’aratro in cerca di sé stesso.

In un corpo immaginato

di ragazza

si sperdono e muoiono i suoi semi.

 

Lei

Scosta i fili d’erba l’argento della luna

incanta e schiude gemme

bagna le zolle della terra

fa scorrere nel sangue

i semi della vita.

Li scalda con il fiato, la ragazza.

Ma non è ancora vita

ciò che si schiude tra le zolle.

Solo abbandono e rapimento

alle carezze della luna.

“A colei che non tradisce” di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini

Un poeta simobolista da me tradotto e pubblicato sul blog di Daniela Cerrato “Il Canto delle Muse”.

Il Canto delle Muse

Leggendo qua e là mi imbatto talvolta in autori sconosciuti e ne nasce una curiosità dettata dal periodo storico in cui sono vissuti, epoca che mi affascina moltissimo in vari ambiti artistici; è il caso di questo autore belga di cui ho inizialmente trovato una poesia e poi a seguire altre similmente interessanti. Pensando di poterne fare un post mi sono avvalsa dell’indispensabile e preziosa gentilezza di Marcello Comitini, che cortesemente si è occupato della traduzione del testo con la solita maestria che molti di voi ormai conoscono.
Prima della poesia inizio a presentarvi l’autore con una foto e una breve biografia.
Albert Mockel

Albert Mockel (1866 -1945) è stato uno scrittore belga, poeta, giornalista, docente e critico letterario, con studi su Mallarmé e Verhaeren e membro dell’Accademia reale del Belgio.
Originariamente dalla periferia di Liegi ha fatto il suo esordio letterario pubblicando una rivista, Vallonia, che s’avvalse della collaborazione di scrittori…

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Meteora

Dal blog di Daniela Cerrato, una sua poesia.

Il Canto delle Muse

Corre il tempo su binari invisibili
senza tappe per lunghe distanze
attraversa secoli epoche generazioni
scandisce avvenimenti col suo fiato
mortale cui nulla sfugge, rigido dettame
padrone assoluto di scadenze ignorate
di una natura in cammino precario
e intanto che corre irraggiungibile
non come preda ma infallibile predatore
ondeggia impetuoso un oceano di vita
ove l’uomo da crisalide a falena
non può che godere di unico assaggio.
Daniela Cerrato, 2017

Nicolas Poussin (1594–1665), “A Dance to the Music of Time”(detail)

Nicolas Poussin (1594–1665), A Dance to the Music of Time (detail) (c 1634-6),

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Paesaggio IV di Cesare Pavese

Carlo Carrà Nuotatrice

Carlo Carrà – Le nuotatrici

(a Tina)

I due uomini fumano a riva. La donna che nuota

senza rompere l’acqua, non vede che il verde

del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante

si distende quest’acqua e la donna vi scorre

senza corpo. Nel cielo si posano nuvole

come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria.

 

Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna

vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo,

l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque

altro peso. Noi soli sentiamo la terra.

Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso,

sente l’avido gelo assorbirle il torpore

delle membra assolate e discioglierla viva

nell’immobile verde. Il suo capo non muove.

 

Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata.

Il suo volto socchiuso posava sul braccio

e guardava nell’erba. Nessuno fiatava.

Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío

che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo.

Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante

nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi.

La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua

– rauca e fresca, è la voce di prima.

 

Pensiamo, distesi

sulla riva, a quel verde piú cupo e piú fresco

che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi

piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle

in bracciate schiumose, l’immobile verde.