Dietro il sipario

 

Mariella lo giudice 02

Mariella Lo Giudice , Attrice di teatro (1953-2011) (Foto di Sandro Nicolosi)

Dietro il sipario che si chiude lentamente

al mite soffio della tua memoria

come una lama che vuole separare

dalla scena la platea sommersa dalle acque nere

dove sprofondiamo nel suo fondale oscuro

scompaiono lontani i volti delle tue compagne

le maschere dei sogni i desideri inappagati.

Hanno vibrato dentro la tua anima con sussurri e urla

t’hanno segnato il viso con risate e pianti.

Hai seminato di parole acuminate

come punte di diamanti che s’addensano in ricordi

l’immenso mondo di emozioni e sentimenti

tutta la nostra vita che non vedremo più sbocciare

dalle tue labbra come petali vermigli.

Nel tuo corpo il morso

lento e tenace di demoni o di dei

ha stravolto ogni tuo slancio

ha sgretolato ogni presagio dei tuoi giorni.

Ora a sipario chiuso la tua anima

nel silenzio della platea trova la pace,

quieta le tue mani, come lune spente

le poggia sul tuo petto.

Ti scivola sul corpo la luce del tramonto

ti riveste amorosa della sua veste rossa

sulle guance ti cosparge d’una polvere bianca

sfiora le tue tempie con un bacio.

All’orizzonte il sipario della notte sta in attesa.

Anche il silenzio attende sulle tue labbra chiuse.

 

Ah, questa veste come ti porta via!

Come carezza il vento i tuoi capelli rossi!

 

Ecco, una voce canta il senso dei tuoi sogni

e culla dolcemente di memorie la malinconia.

 

Di quanti filtri

Marina si domanda “quando / saremo noi / fuori dai lacci?”. La domanda, rivolta anche a noi, non può che attendere una disperata (o rassegnata) quanto negativa, risposta, che già Marina stessa sente dentro di sé con lacerante certezza.

poesie e altro

Di quanti filtri
pellicole adesive trasparenti
maschere d’argilla o creta
rapprese ai bordi, crepate con fulmini
in trasversale sull’anima,
di quanta cartapesta e fondotinta
sul volto abbiamo bisogno
per sentirci esistere
e calamitare l’altrui attenzione –
quante reti comprimono
gesti, pensieri, parole
in quali cavità la mente cola
corpo e spirito trafugati
da illusioni precarie
coazioni a ripetere
serialità stampigliate
di stereotipi –
quando
saremo noi
fuori dai lacci?

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Gelosia

gelosia eduard munch

Edvard Munch, Sjalousi (Gelosia), 1895

Da quale mondo viene e quale lingua parla

questa compagna che mi giace a fianco

con il suo sguardo viola e l’anima di luce.

Ride cantando e muove nella danza

lenta le braccia dimenando i fianchi

e lascia che m’inebri del suo corpo

come di nube bianca che mi avvolge.

 

Forse non pensa, forse le parole

che lei ripete come una preghiera

sono soltanto il fiato caldo di un incontro

nell’infingibile abisso dell’amore.

Mi carezza gli occhi mi bacia sulle labbra

mi si struscia addosso piega la mia fronte

sopra il tepore bianco dei suoi seni.

 

Io guardo là dove mi dice di guardare

mentre mi scorrono sul viso lacrime improvvise

e un oscuro enigma scintilla nei miei occhi.

Mi volto indietro al grido che inatteso

sfugge dal mio cuore freddo come maschera.

 

In quel voltarmi indietro cerco la memoria

che spezzi il cerchio da cui mi sento avvinto.

 

L’amante che mi abbraccia silenziosa

resta sveglia nel cuore della notte.

 Gelosa mi contorce le budella

con il veleno aspro dell’amore

inietta nel mio sangue il male atroce

che mi giunge al cervello e mi stordisce.

Mi scava nella pelle divora la mia carne

e lascia i sentimenti

volare via come colombe affrante.

La tentazione delle nuvole di Georges Rodenbach (1855 – 1898) Traduzione di Marcello Comitini

Rebloggo il post di Daniela Cerrato senza aggiungere altro, perché voglio che abbia il massimo risalto il suo commento introduttivo, quanto mai necessario alla comprensione dello spirito poetico che permea questa poesia, e dell’attualità del tema incentrato sul ruolo simbolico delle finestre quale invito alla fuga dalla quotidiana realtà.

Il Canto delle Muse

I viaggi delle nuvole sono visioni riprese e dipinte da famosi artisti, che spesso anche noi fotografiamo, nel loro scorrere naturale in cielo o riflesse sui vetri delle finestre, gli occhi delle case che trasmettono, attraverso sagome dinamiche, la vita interna o esterna, secondo la luce diurna o notturna ; le stesse sono state raccontate dalla poesia che segue di Georges Rodenbach, poeta e scrittore belga di corrente simbolista, di cui pubblicai un’altra poesia due anni fa.
Questa Tentazione delle nuvole è stata  tratta da LES VIES ENCLOSES, testo pubblicato nel 1896, e tradotta dall’ormai impagabile Marcello Comitini, già noto traduttore ed estimatore del pensiero Baudleriano, che è riuscito ad arrivare a questa versione per me straordinaria, di non facile quadratura, poichè da quanto ho inteso è stato difficile per lui calarsi nel pensiero dell’autore  che ha una percezione diversa della vita e della realtà. Ma Comitini è giunto…

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Luna

Ruben Jimenez Notte su Praga

foto di Ruben Jimenez, Praga

Deboli stelle rade in questo cielo giallo
smaltato dai lampioni della città assordante.

Il fiume scende lentamente tra le alte mura grigie.

E tu luna che appari mite negli angoli più oscuri
ormai non trovi asilo che in ombrose memorie.

Spegni la tua inutile faccia bonaria
sulle dimore dove ronzano fragili speranze
dentro cuori di vetro, freddi come mai

tu sei stata, luna

 

L’attesa

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Aleksei Makarenok, Olga
A colei che diffonde in rete
con dolcezza il Canto delle Muse
(dedica del traduttore)

Il cuore ha spalancato adesso i suoi battenti.

Ti attende, o mia Adorata: ma verrai?

Verrai oggi o domani, poco importa!

Sarà più dolce il giorno se vicino o lontano?

 

Non è inutile male quello dell’attesa!

Il desiderio antico lo mantiene vivo.

La felicità inattesa sopraggiungendo incanta,

svanisce non appena ne gustiamo il senso.

 

E dichiariamo inutile l’essenza delle cose

perché non siamo ad esse a sufficienza pronti:

insensato respingere un mazzo di rose fresche

accusando il profumo che non abbiamo respirato.

 

Un’ora, solo un’ora di puro godimento

purché Dio mi conceda un quarto di secolo

con un sogno interiore e una giovane speranza

per riflettere su di lei e per capirla a fondo,

 

per stabilire l’attimo supremo decisivo

in cui nulla si perda e tutto, anche la briciola

più piccola, sia goduto e il tempo se ne vada

rapido via portando solo quel che è scialbo!

 

Un’ora basterà. La vita avrò vissuto

piena come un fiume nel suo corso migliore

colma di un’ora sola più che di giorni folli,

un’ora, essenza e frutto sostanziale del vivere !

 

Il cuore ha spalancato adesso i suoi battenti.

Ti attende, o mia Adorata: ma verrai?

Verrai oggi o domani, poco importa!

La mia attesa d’amore farà in modo che

la felicità lontana diverrà più dolce.

(Albert Louzeau, Intimitè et autres poémes, Traduzione di Marcello Comitini)

L’ATTENTE

Mon cœur est maintenant ouverte comme une porte.

Il vous attend, ma Bien-aimée : y viendrez-vous?

Que vous veniez aujourd’hui ou demain, peu m’importe!

Le jour, lointain ou proche, en sera-t-il moins doux?

 

Ce n’est point un vain mal que celui de l’attente!

Il conserve nouveau le plus ancien désir.

L’inattendu bonheur dont la venue enchante

Passe; à peine en a-t-on su goûter le plaisir.

 

Et l’on s’en va criant l’inanité des choses,

Pour ne s’être jamais aux choses préparé;

Insensé, qui repousse un frais bouquet de roses,

Accusant le parfum qu’il n’a pas respiré.

 

Une heure seulement de pure jouissance,

Pourvu que Dieu m’accorde un quart de siècle entier

De rêve intérieur et de jeune espérance,

Pour méditer sur elle et pour l’étudier,

 

Pour ordonner l’instant suprême qui décide,

Pour que rien ne se perde et que tout soit joui

Jusqu’à la moindre miette, et que le temps rapide

S’envole, n’emportant que de l’évanoui!

 

Une heure suffira. J’aurai vécu ma vie

Aussi pleine qu’un fleuve au large de son cours,

L’ayant d’une heure, mieux que de jours fous, emplie;

D’une heure, essence et fruit substantiel des jours!

 

Mon cœur est maintenant ouvert comme une porte.

Il vous attend, ma Bien-Aimée: y viendrez-vous ?

Que vous veniez demain ou plus tard, il n’importe!

Mon attente d’amour fera de telle sorte

Que mon lointain bonheur en deviendra plus doux.

(Albert Louzeau, Intimitè et autres poémes, Edition Les herbes rouges, Montreal, 1997)

Le Ombre

Ida Chessa Milano 11022025rit

Ida Chessa, Milano, 2015

Oh, la notte che invade strade e piazze

lacerata dai rami dorati dei fanali

sopra la quiete delle auto in sosta

ordinate in quell’unica lunga ombra

che il loro starsene in fila proietta sull’asfalto.

Dai palazzi s’illuminano gli occhi

teneri e caldi d’infinita stanchezza

e dai vetri traspaiono le ombre

che posano sui piatti pietanze fumanti.

Parlano del giorno che si è appena concluso

fingendo un’ironia che maschera tristezza.

Traspaiono dai vetri le speranze degli uomini

che sfiorano la fronte serena dei bambini,

quelle delle mani che sui cuscini toccano

il tepore di labbra umide d’azzurro.

Nel fiatare muto i corpi che si cercano

allontanano la fredda angoscia del tempo,

trattengono la luce gli sguardi nel buio

come farfalle nel cielo del tramonto.

 

Da una finestra opaca sulla cima del palazzo

si spalanca una musica che vibra e si diffonde

nelle strade deserte e rimane muta

dietro i vetri delle finestre illuminate.

Un uomo silenzioso si spoglia nella stanza

danza passi lenti davanti allo specchio

assieme alla sua ombra incatenata ai piedi.

 

Oh, chiudono una ad una le finestre e i rami

dei fanali scintillano dorati nelle ultime ore della notte.

Nelle ultime ore. O per sempre!

I vagabondi

i vagabondi

Leonardo, L’ultima cena, mia è l’elaborazione grafica.

Resta soltanto il silenzio delle sedie in disordine intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia tra i calici rossi di vino
come gelidi fiori d’anemoni alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.
Alle pareti gli specchi pieni di ombre
moltiplicano il vuoto lasciato dai vagabondi
che senza pace sono fuggiti in cerca di fiumi tranquilli
e prati su cui adagiare la loro inquietudine.
Senza cedere il passo ai segni del tempo trascorso
ridevano allontanandosi.
Chi ha voltato le spalle chiuso in sé stesso
chi sottobraccio all’amata ha strappato le proprie radici
chi guardando il tenue orizzonte lontano
ha ripensato al monte scalato in silenzio
in solitaria fatica e al dolce tormento
della pioggia sul volto a bruciare le pupille e il fiato.

Resta soltanto la tavola pronta dell’ultima cena mai terminata
per raccogliervi intorno i vagabondi che mai cederanno al passato
il profumo dei fiori di campo carezzati dal vento.

Tornerò in quella stanza mi guarderò intorno. Vedrò negli specchi
il gelo che appanna le ombre, respirerò l’inebriante
profumo del vino e le inafferrabili distanze del tempo.

Siederò a quella tavola solo.

 

Strada viva

Ecco un’altra bella poesia di Daniela Cerrato dal suo blog “Il canto delle Muse”. Versi che descrivono sentimenti e cose come elementi integranti dei luoghi che la poetessa percorre donando loro un’anima e un senso di vita simbolica e palpitante. Un percorso che si arresta all’incontro con una “strada provinciale”, segno dell’umana presenza e torna indietro ripercorrendo gli stessi luoghi, già trasformati dalla pioggia, che offrono una nuova e più serena percezione.

Il Canto delle Muse

La chiamavano da sempre strada viva
quel sentiero di mezza collina
che iniziava a scendere all’angolo
di una casa da poco abbandonata,
fiori perenni nel giardino cintato
mostravano ancora il gusto
di chi l’aveva abitata.
La percorsi, tutta, d’improvviso,
un dì che pioveva a secchiate
ebbra di rabbia trattenuta,
sfogai la foga con passi decisi
a tratti scivolosi, in un sottile
giacchino a cappuccio che dopo poco
iniziò a stingere il vivo colore.
Rivoli fucsia gocciolavano rigando
le mani fradice, incapaci di asciugare
il viso, grondante lacrime e pioggia,
la vista annebbiata non fermava
il cammino che proseguiva
con un’ energia cinetica potente,
non so quanto fango calpestai
ma dopo un restringimento della strada
mi trovai di fronte a un campo limitato
dall’asfalto di una provinciale.
Ripercorsi a ritroso, stavolta in salita,
il sentiero divenuto rigagnolo notando
qualche sprazzo di luce che apriva
il fronte di nubi cupe, la pioggia

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L’attesa – Guy Goffette

Ripropongo questa poesia di Guy Goffette, nella mia traduzione, appena pubblicata da Titti de Luca nel suo blog Poesia in Rete.

Poesia in Rete

Richard Tuschman, from Hopper Meditations Series

Se vieni per restare, lei dice, non parlare.
Bastano pioggia e vento sopra le tegole,
basta il silenzio accumulato sui mobili
come polvere dopo secoli senza te.

Non parlare ancora. Ascolta ciò ch’è stato
lama nella mia carne: ogni passo, un ridere lontano,
l’abbaiare di un cane, lo sportello che sbatte
e questo treno che non finisce mai di passare

sulle mie ossa. Rimani senza parole: non c’è nulla
da dire. Lascia che la pioggia ridiventi pioggia
e il vento questa marea sotto le tegole, lascia

il cane gridare il suo nome nella notte, lo sportello
sbattere, andarsene lo sconosciuto in quel luogo vuoto
dove io morivo. Rimani se vieni per rimanere.

 Guy Goffette

(Traduzione di Marcello Comitini)

∗∗∗

L’attente

Si tu viens pour rester, dit-elle, ne parle pas.
Il suffit de la pluie et du vent sur les tuiles,
il suffit du silence…

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