L’illusione

rivista 03

Mia elaborazione grafica di foto dal web

Chino a leggere le pagine della rivista

sfoglio incurante le immagini come si tolgono

le rare foglie sul prato con dita leggere

in una giornata estiva priva di vento.

Tra i colori appare una spiaggia e una donna

in piedi nell’onda che s’infrange alla riva.

Il suo volto sorride con lo sguardo lontano

verso qualcuno che dietro le spalle mi spia

con la malignità della sua giovinezza.

Un rivale che mi somiglia o forse me stesso

che la vita ha smarrito tra boschi di vetro

piangente e confusa dal tumulto di un mondo

putrescente di musica e schiuma.

Sorride la donna. Il sorriso suscita in me il desiderio

di sfondare la nebbia dell’illusione,

giungere con dita leggere alla soffice pelle

deviare i suoi occhi dal nero velluto del vuoto

con una carezza.

È un sogno? Un sogno.

Mentre volto la pagina vedo che un lampo

oscura il suo sguardo nel separarsi dal mio.

 

 

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Mare di Sicilia

acitrezza

Alba sul mare di Acitrezza (Davide Calasanzio, 2017)

Ti chiudi a riccio – mi dicono.
A volte – e chissà quante volte l’ho detto, rispondendo – non ho nulla dentro il cervello.
Il vuoto. 
Che mi fa apparire come se mi fossi chiuso a riccio, a riccio di mare, nero e lucido che muove i suoi aculei come fossero mille tentacoli rigidi in cerca della preda o mille braccia tese ad allontanare chi mi vorrebbe stare accanto.
In fondo penso che ci sono momenti in cui il pescivendolo sotto casa è più ricco di pensieri di me: gli sono arrivate le triglie fresche che profumano di mare, il tonno che ha versato sangue prima di morire, il polipo che ha cercato disperatamente una via di fuga con il terrore negli occhi e ancora brancola cieco dentro la nassa.
(non ci sono pescivendoli sotto casa, anzi non c’è nulla sotto casa. C’era prima di lasciare la Sicilia, c’era e stava sotto il balcone di quella casa nell’infanzia e nella giovinezza).
Come vedi – avrei dovuto rispondere – oggi sogno il mare, il mare vivo di vita della Sicilia.
Sono cose di cui posso fare a meno – mi dico -, vivo ugualmente e benissimo, ma tornano nel cuore a tradimento. E allora mi viene da piangere mentre sento che il sole va tramontando e si porta appresso tutte le speranze. Ne rimane una: quella di vivere il meno peggio possibile. Che poi è quella che davvero non riesco a realizzare.

L’ex-amica

jene ridensrit

Foto di Marco Pozzi

Una mia ex-amica, di cui non faccio il nome per pietà e per rabbia, che spesso ho nominato in queste pagine, ha sputato sulla bellezza, di cui era la regina, per raccattare qualche spicciolo di utile. È normale quindi che abbia cancellato dal suo passato ogni traccia della nostra amicizia.

Adesso gode circondata da jene ridens.

L’amore bracconiere – di Alberto Bevilacqua

 

Diana cacciatrice

Anonimo fiorentino sec. XVII

L’amore tuo bracconiere

ora lo so a che punta:

la credevo anche delizia

la croce

dove aggiustavi nel mirino

la mia anima

all’erta con le orecchie diritte

 

non fu che malizia

di fucilata

esatta

 

Eluso gabelliere

In luogo e in tempo proibito,

eppure io ti penso

bella come l’involontario silenzio

che cade tra le parole distratte

con la sospensione casta

dell’alba

 

Alberto Bevilacqua, Il corpo desiderato, Arnoldo Mondadori Editore (I poeti dello Specchio), 1988 

Les fleurs oubliées … Taraxacum Officinalis

Francesco sa unire la semplicità armoniosa dei fiori e la profondità musicale del pensiero.

EPOCHE' (fotoblog di francesco)

Taraxacum Officinalis,  piccola pianta erbacea, infestante, edibile a fiore giallo usata fin dall’antichità per le sue proprietà medicamentose. Viene comunemente chiamato Taràssaco, Dente di Leone, Dente di Cane, Soffione, Cicoria Selvatica, Ingrassaporci, Piscialetto, Girasole dei Prati … simboleggia forza, speranza e fiducia.

Tarassaco Tarassaco
In Via Poggio – Torriana 17-04-2016

The First Dandelion

Simple and fresh and fair from winter’s close emerging,
as if no artifice of fashion, business, politics, had ever been,
forth from its sunny nook of sheltered grass, innocent, golden, calm as the dawn,
the spring’s first dandelion shows its trustful face

Semplice fresco e gentile emergendo sul finir dell’inverno,
quasi mai non vi fossero stati artifici di moda, affari, politica,
dall’angolo solatio, annidato nell’erba, dorato, innocente, tranquillo come l’alba,
il dente di leone, il primo di questa primavera, ci mostra il suo volto fidente.

Walt Whitman

Tarassaco Tarassaco
In via Poggio – Torriana 17-04-2016

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Lungo i viali

viali solitari

Foto tratta dal bolg di Romina “Oltre il cancello”

 

Lungo i viali solitari trasformati dal tempo

in sentieri inariditi dal silenzio

stringo tra le dita le ore purpuree

che sbocciarono inattese 

dall’oscuro bozzolo dei giorni.

 

La ghiaia degli anni mi ferisce i talloni

che affondo a passi frettolosi 

per non lasciare che il cuore 

possa gridare di malinconia.

 

Agito lunghi steli di dolore,

celebro la mia vittoria sui ricordi

trascino nella polvere il trofeo dei sogni.

Notte (Fiaba)

Chi può mai immaginare che un Big Bang entri in punta di piedi nella poesia? Forse neppure Marco Torracchi, autore di questo melodioso brano, pensando solo di scrivere una meravigliosa fiaba.

La Taberna Simposiale

Tanto tanto tempo fa, quando ancora non esistevano i pianeti e le stelle, l’unica abitante di questo universo era la Notte.
Solitaria senza sapere cosa fosse la solitudine, trascorreva il tempo senza sapere cosa fosse il tempo. Così come non sapeva cosa fosse il buio, pur essendo lei la cosa più buia immaginabile (seppure questo sia solo un nostro pensiero fatto col senno di poi).
Potremmo dire che vegetava in tutta tranquillità o che nessun bisogno crea il niente.
Ma per volere divino o per un fattore fisico ancora a noi sconosciuto avvenne un fatto straordinario: un puntino di luce apparve per un attimo.
Difficile comprendere l’effetto che ebbe il quasi niente sul tutto, quella frazione di secondo di luce sulla Notte.
Molti lo chiamarono poi Big Bang, ma di frastuono o di esplosione energetica non ebbe proprio niente.
La comparsa del puntino di luce scosse la Notte.
Fu scoperta…

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Dialogo

diaologo

 

Secondo il sociologo Zygmunt Bauman (scomparso il 9 gennaio di quest’anno) il dialogo è «parlare con qualcuno che ha idee diverse dalle nostre e correre il rischio di avere torto.»

Non sono d’accordo perché non è possibile sapere a priori se colui con cui si vuol dialogare avrà idee diverse né si può esser certi che si dovrà correre il rischio di avere torto.

Sono convinto che dialogare significhi avere certamente e ben presente la consapevolezza che l’altro possa nutrire idee diverse dalle mie e che io debba in ogni caso rispettarle.

Dialogare non è un soccombere o un prevalere, ma uno strumento per arricchirsi scambievolmente.

L’elemento più rilevante in un dialogo è la predisposizione di coloro che partecipano al dialogo. Se manca una predisposizione all’ascolto sarebbe opportuno evitare di dialogare.

Si può benissimo mettersi davanti a uno specchio e… “dialogare” con chi non potrà mai contraddirlo…

Il cieco (poesia di Jacques Chessex – traduzione di Marcello Comitini)

chessex

 Scena tratta dall’opera FURY di Sarah Baltzinger

Ho visto le tue fanciulle, Dio degli eserciti,

e subito ho amato i loro occhi torbidi

le capigliature di felci notturne

e l’odore di menta dei ruscelli sulle loro tempie

 

Ho respirato le tue fanciulle, o Eterno

Ho bevuto gocce di sudore dalle loro ascelle

La polvere dell’estate dal loro collo

Lacrime ho bevuto dalle loro palpebre

 

Le tue fanciulle, Dio geloso, ho divorato

Ho tenuto la punta dei loro seni tra le labbra

Tra i denti ho stretto la loro polpa

La mia bocca ho premuto sulla loro bocca nera e sulla bocca bianca

Con la mia lingua ho catturato il serpente carnoso della loro lingua

 

Ora che sono vecchio e sono cieco, Dio vincente

Non ho più la forza dell’albero e le mie mani tremano

Cosa mi resta delle fanciulle innumerevoli?

Cosa delle loro risa sotto le mie dita morte?

Jacques Chessex (traduzione di Marcello Comitini)

 

J’ai vu tes filles, Dieu des armées

Et tout de suite j’ai aimé leurs yeux de brume

J’ai aimé leur chevelure de fougère nocturne

Et l’odeur de la menthe des ruisseaux à leurs tempes

 

J’ai respiré tes filles, ô Éternel

J’ai bu les gouttes de sueur à leur aisselle

La poussière de l’été à leur cou

J’ai bu leurs larmes à leurs paupières

 

J’ai mangé tes filles, Dieu jaloux

J’ai tenu la pointe de leurs seins entre mes lèvres

J’ai tenu leur pulpe entre mes dents

J’ai pressé ma bouche sur leur bouche noire et sur leur bouche blanche

J’ai happé le serpent charnu de leur langue avec ma langue

 

Maintenant je suis vieux et je suis aveugle, Dieu vainqueur

Je n’ai plus ma force d’arbre et mes mains tremblent

Que me reste-t-il de tes filles innombrables ?

Que me reste-t-il de leur rire sous mes doigts morts?

 Jacques Chessex, Le calviniste (Edition Grasset, 1983)