My beating heart (Il mio cuore palpitante)

My beating heart

Foto tratta dal Web da me elaborata graficamente

Ho indossato un paio di guanti neri
ho afferrato il coltello della luna
e con un cerchio al petto ho estratto il mio cuore.
Era rosso
palpitava come un piccolo animale
e tremava di paura.
Dove hai messo l’amore, gli ho chiesto,
quell’amore intimidito dai tuoi forti battiti.

Ha smesso di pulsare.
E tra le dita mi è rimasto il sapore delle lacrime.

 

 

 

 

Al chiuso

Al chiuso Edmund Kesting,Tanz Dore Hoyer, Dresden, 1926

Edmund Kesting, Tanz Dore Hoyer, 1926

Come luce soffusa nella stanza
la mia memoria imprime sulle pareti bianche
l’ombra armoniosa del tuo corpo come l’ala mite di colomba
e come il grido dolce della luna nascosta tra le nubi.
Il corpo che stringevo tra le braccia
in fondo a un campo rosso di papaveri e nel profumo
di gladioli celesti
ora è soltanto l’ombra che danza nel chiuso di pareti spoglie.

 

 

 

 

 

Scarti

scarti

Le pagine strappate da un quaderno a righe
d’uno sbiadito azzurro e le parole slavate
da lacrime ormai gialle
ho lasciato volare via dalle mie dita
sciolte dalla zavorra del passato.

Le mie mani non tremavano, lasciavano cadere
le foto in disordine di foglie,
e i volti sorridenti
si spegnevano spargendosi per terra.

Lasciando scivolare la sciarpa ancora avvolta
al risvolto consunto
della giacca logorata dagli anni di lavoro
pensavo ad un addio?

Mai mi sono chiesto perché lasciare andare
i resti di una vita
gelosa e irrequieta che adesso giace silenziosa
tra gli scarti come obolo per l’uomo
che ogni giorno teme l’arrivo della sera.

Quale risposta posso darmi
se scalcio via con la punta delle scarpe
ogni amara certezza
che tutto ciò che dura mi sgomenta?

Coi pugnali del sonno

Insonnia (guttuso melancholia Nova 1980)

Renato Guttuso, Melancholia Nova, 1980

In fondo cosa muta
se adagi il tuo corpo sulla pietra bianca dei sogni
dove intorno vagano le ombre degli amori smarriti,
di colei che amata non ha saputo amare,
della donna che ha spento la sua vita nei tuoi baci?

Coi pugnali del sonno piantati negli occhi
stremato dal desiderio ti abbandoni
al languore del giorno che fiorisce.
Raggiungi le ombre della tua memoria
che si muovono lievi nella luce
come farfalle purpuree in fondo al pozzo dell’oblio.

In fondo cosa muta.

 

 

Posso chiudere gli occhi

Immagine correlata

Foto:masdemx

I

Non voglio vivere come vivono i ciechi

che pregano il sole senza averlo visto

e credono che Dio sia il raggio che li carezza

saggiandone tepore morbidezza e languore.

Temono il silenzio come temono il rumore

sentono nel vento lo schiaffo della natura

e nella tempesta la condanna di Dio.

Toccano l’acqua come un essere immondo

che striscia e li avvolge con viscide spire

e sentono la terra un rifugio sicuro

un guanciale per ascoltare i battiti del cuore.

 

Non voglio vivere come vivono i sordi

che percepiscono il cuore toccandosi il polso

e guardano le vene sul dorso della mano

chiedendosi se il sangue è un fiume che rumoreggia.

Vedono nelle labbra della persona amata

schiudersi il vermiglio sull’alabastro dei denti

e non sapranno mai se la luce che brilla

è un sorriso schietto o un’ironica smorfia.

Guardano all’orizzonte tra fiammate di nuvole

il sorgere del sole, l’uragano che nasce

e divampa negli occhi assetati di musica

il desiderio ansioso di una memoria antica.

 

Non posso vivere come vivono i muti

che hanno la gola cieca e sorda la bocca

che assorbono come spugne il soffio della vita

e si gonfiano come otri senza vie di fuga.

Zampogne senza bordoni, tamburi senza suoni,

eseguono con i gesti pentagrammi di musiche

e parole che mai leniranno il cuore.

 

II

Posso chiudere gli occhi come fanno

tutti i poveri al mondo, i cenciaioli,

con orecchie tappate e labbra strette

per non sentire le voci che osannano

al Dio che tutto suo malgrado perdona,

per non gridare il dolore che morde

i sogni acciambellati in fondo alla coscienza.

 

Voglio morire come muoiono coloro

che vivono spingendo carrelli della spesa

colmi di stracci e di speranze miserabili.

Coloro che, lungo strade di scaffali vuoti,

lungo corsie di case spente e tutte uguali,

annegano nel vino che fa dolce il rossore

piagnucoloso delle loro facce.

 

Chiuderò gli occhi, serrerò le orecchie.

Con le viscere piene del fuoco del liquore

mi stenderò supino lungo spiagge deserte

e guarderò le stelle chiuse nel mio cuore.

Ascolterò le onde che mi lambiscono la mente

e quando all’orizzonte s’infiammeranno i soli

chiederò alle farfalle, vanesse, colie, brintasie,

di coprirmi gli occhi e da dolci amiche

bere le lacrime che scorreranno

involontarie sul mio viso.

 

Europa

Risultati immagini per bandiera d'europa

Foto dal web

In un antico teatro ad emiciclo

dalle pareti ricoperte d’oro e specchi

come finestre da cui si affaccia un mondo

con le mani sulla bocca e sulle orecchie,

esperti giocolieri

tengono in equilibrio le sfere colorate

di politica finanza economia e morale.

Discutono si azzuffano come dei nemici

ma tutti insieme sanno conciliare

religione costume fede di partito

come armi per spegnere il cervello

e soffocare l’anima.

 

Le loro grida come uccelli a stormi

salgono dai tetti del teatro

si nascondono tra le nubi con toni minacciosi

e graffiano le mura con gli artigli e i becchi.

Come lacrime il sangue scorre sulle pietre

e si odono i flebili lamenti di poveri miei simili

miei umili compagni dolcissimi fratelli.

Sono i prigionieri inconsapevoli

delle verità tagliate su misura come abiti

modellati su menzogne falsamente vere,

pronunciate da coloro

che hanno assolto sé stessi come arbitri

chiamati a giudicare con clemenza quei delitti

che hanno commesso sotto un’altra veste.

 

Alzando gli occhi verso il cielo,

stendono su di noi le loro mani bianche

evocano riti di pace e fratellanza

suscitano pensieri omologati

per il bene comune, per il bene di tutti

 

Con le braccia conserte li ascoltiamo,

come un popolo di ignoranti e sognatori

attratti dalle loro storie.

 

E mentre ci ricordano il diritto

che tutti hanno di vivere,

ricacciano dietro le frontiere

di miseria e di stenti chi minaccia

la tranquillità dei loro sonni e la ricchezza.

Noi gridiamo con i pugni in alto: solo i ricchi

sanno scrollarsi di dosso la vergogna.

Noi resteremo poveri, loro  più ricchi.

Ma sapranno un giorno quanta fame ci morde

nel cuore e nel cervello di verità e giustizia.

 

 

 

L’illusione

rivista 03

Mia elaborazione grafica di foto dal web

Chino a leggere le pagine della rivista

sfoglio incurante le immagini come si tolgono

le rare foglie sul prato con dita leggere

in una giornata estiva priva di vento.

Tra i colori appare una spiaggia e una donna

in piedi nell’onda che s’infrange alla riva.

Il suo volto sorride con lo sguardo lontano

verso qualcuno che dietro le spalle mi spia

con la malignità della sua giovinezza.

Un rivale che mi somiglia o forse me stesso

che la vita ha smarrito tra boschi di vetro

piangente e confusa dal tumulto di un mondo

putrescente di musica e schiuma.

Sorride la donna. Il sorriso suscita in me il desiderio

di sfondare la nebbia dell’illusione,

giungere con dita leggere alla soffice pelle

deviare i suoi occhi dal nero velluto del vuoto

con una carezza.

È un sogno? Un sogno.

Mentre volto la pagina vedo che un lampo

oscura il suo sguardo nel separarsi dal mio.

 

 

Lungo i viali

viali solitari

Foto tratta dal bolg di Romina “Oltre il cancello”

 

Lungo i viali solitari trasformati dal tempo

in sentieri inariditi dal silenzio

stringo tra le dita le ore purpuree

che sbocciarono inattese 

dall’oscuro bozzolo dei giorni.

 

La ghiaia degli anni mi ferisce i talloni

che affondo a passi frettolosi 

per non lasciare che il cuore 

possa gridare di malinconia.

 

Agito lunghi steli di dolore,

celebro la mia vittoria sui ricordi

trascino nella polvere il trofeo dei sogni.

La lama del tempo

POMERIGGIO-CON-IL-TORO salvatore fiume1958

Salvatore Fiume, Pomeriggio con il toro, 1958

La casa di campagna dalle mille finestre spalancate

come occhi misteriosi sulla mia memoria

scintilla nell’alba d’una fredda primavera tra le colline e il mare.

Le stanze vuote si riempiono nella notte

dei muggiti dei tori da macello

che salgono dal buio delle stalle come i lamenti di ciclopi ciechi.

Con i martelli sordi degli zoccoli battono contro le mie tempie

calpestano il sonno che custodisce i volti amati e delle sconosciute

che m’incrociano giorno dopo giorno con i loro sguardi.

Lungo il cortile sfilano angosciati

raschiano il selciato con il ferro rugginoso dei ricordi

e nello sguardo che trema di paura una lacrima brilla

consapevole che nulla di me e di loro andrà perduto.

Sanguinando vedo con gli occhi misteriosi della casa

seppellire i morti nell’autunno e senza sosta scendere la pioggia

sulle ombre della mia memoria.

Dall’ultimo angolo al sole del cortile

colgo di soppiatto qualche fiore

lo depongo in silenzio sul selciato

fuggo come un colpevole dalla casa deserta.

Una macchia passa lontana dai miei occhi

come una nuvola senza carne né sangue

che disegna il pallore della mia fanciullezza.

Varco la soglia degli innumerevoli casali

comparsi nel tempo come bocche colorate

per tutta la campagna.

Nell’ostile tremore della mia memoria

ritrovo l’angolo assolato del cortile

non i fiori deposti sul selciato

né i visi seppelliti all’ombra della quercia

credendo di sottrarli alla lama del tempo.

 

 

 

 

La tela

Guernica macchiata di sangue 03

Ho buttato a casaccio qualche colore sulla tela imbrattata di bianco

come la biacca sui muri dove sono stati fucilati i miei amici,

uccisi per la mia stessa bandiera

prima che io fossi nato.

Ora che tutti comprendono quanto sia folle il dolore, nessuno più muore

fucilato, inchiodato a una sedia o trafitto

alla freddezza di un muro.

Basta ucciderlo piano, spingendolo tra le lunghe corsie

d’enormi mercati, davanti gli schermi giganti

che alimentano fiamme nelle oscure cataste dei desideri

e nascondono dietro le spalle la nera voragine di chi muore senza il lavoro.

Qualcuno dona la morte con la crudeltà di un vulcano che palpita

stringe le dita di lava, sparge raffiche rosse

di carne e di sangue dai corpi spremuti

come arance gonfie di sole.

Accompagna il suo dono con dirompenti esplosioni

di ferro e di fuoco nelle strade e ovunque vi sia

un uomo o un bambino musulmano o cristiano vergine o incinta.

Che siano poveri o ricchi

atei comunisti fascisti

quel che conta è che abbiano intorno compagni

e portino insieme la stessa bandiera anche senza saperlo

dentro una chiesa o moschea o danzando sui palchi o attendendo sereni

che li porti via con dolcezza la morte.

Ma questo è solo un mio ricordo di ieri

perché adesso qualcuno dona la morte con più affetto di quanto temiamo.

Con le sue braccia di gomma lascia cadere la maschera d’uomo

si accinge a guidare i cavalli che fiutano lungo la strada il profumo di vita

 e gli sguardi innocenti nel sereno brusio della gente.

Con le sue braccia di gomma

abbraccia chi deve morire, lo stringe al suo petto di lamiera e di vetro

gli stende sul corpo un rumore di morte.

 

Non ho voglia di piangere sul sangue che è schizzato sui muri.

 

Butto a casaccio qualche colore per ridare la luce alla tela imbrattata di bianco

come la biacca sui muri dove sono stati uccisi i miei amici.

 

Faccio appello all’ironia di Pablo Picasso per ottenere il suo perdono per lo scempio da me fatto alla sua opera.

Ma ogni epoca ha un suo strumento per portare la guerra e provocare stragi. Io ho tentato di adeguare visivamente questo strumento.