Danila Boggiano, “Carlo, il cane di Emily” (Ita – Fr – Eng – Esp)

Federico Zandomeneghi, L’amico fedele, 1874 circa

Danila Boggiano, laureata in Filosofia, vive a Sestri Levante. Ha pubblicato Piccole foglie sparse (1997), La pazienza del tempo (1999), La tessitrice di vento (2004), Amorosi sentieri (2008), Inconsapevole musa (2010).

Dalla prefazione di Massimo Bacigalupo al libro da cui è tratta questa poesia:
Le Sibille parlano sommesse ma decise. Vengono da una lunga esperienza di storie, parole e vita. Come la loro autrice. Quasi tutte si rivolgono a un interlocutore maschio con un pizzico di risentimento, ma cercando di chiarire qualche termine in situazioni in cui tutto è incerto, colto da barbagli. Poesie brevi che presumono familiarità coi racconti da cui nascono: Marcel Proust, Emily Dickinson, Virginia Woolf.

Per lei mi ero fatto albero
e avevo messo radici
in quel punto della casa
dove lei sostava
illuminata da un pensiero,
la sera
e avevo innalzato rami
lunghi implacabili al cielo,
preghiere di una notte d’inverno
che non c’era sollievo al suo gelo,
così tutto lo conobbi
l’alambicco della sua mente
e perché con lei
passai a guado il dolore,
raccolsi l’oro del tempo.
Quando lasciò la stanza d’angolo,
la cuffia, il geranio, la menta
e più forte tremò la sua lampada,
tornai dalla mia ora di piombo
e con lei, era maggio,
volai tra le colline e il tramonto
oltre l’ultima sorpresa dell’erba.


Danila Boggiano, Sibille, Oltre Edizioni, 2020

Le traduzioni che seguono sono di Marcello Comitini. L’autrice della poesia non ha alcuna responsabilità per eventuali errori o imprecisioni.

Carlo, le chien d’Emily

Pour elle je m’étais fait arbre
et j’avais pris racine
à cet endroit de la maison
où elle s’est arrêtée
éclairée par une pensée,
le soir
et j’avais soulevé les branches
longues implacables vers le ciel,
prières d’une nuit d’hiver
qu’elle n’y avait aucun soulagement à son gel,
aussi je savais tout
de l’alambic de son âme
et pourquoi avec elle
J’ai passé à gué la douleur,
J’ai ramassé l’or du temps.
Quand elle a quitté la pièce du coin,
le bonnet, le géranium, la menthe
et sa lampe a tremblé plus fort,
Je suis revenu à mon heure de plomb
et avec elle, c’était en mai,
J’ai volé entre les collines et le coucher du soleil
au-delà de la dernière surprise de l’herbe.

Carlo, Emily’s dog

For her I had made myself a tree
and I had taken root
at that point of the house
where she stopped
illuminated by a thought,
the evening
and I had raised long
implacable branches to the sky,
prayers of a winter night
that there was no relief from her frost,
so I knew everything
the still of his mind
and why with her
I waded through the pain,
I collected the gold of the time.
When she left the corner room,
the cap, the geranium, the mint
and the harder her lamp shook,
I returned from my hour of lead
and with her, it was May,
I flew between the hills and the sunset
beyond the last surprise of the grass.

Carlo, el perro de Emily

Para ella yo me había hecho un árbol
y yo había echado raíces
en ese punto de la casa
donde ella se detenia
iluminada por un pensamiento,
la noche
y yo había levantado ramas
largas implacables al cielo,
oraciones nocturnas de invierno
que no hubo alivio de su helada,
así yo supe todo el silencio de su mente
y por que con ella
vadeé el dolor
recogí el oro del tiempo.
Cuando ela salió de la habitación de la esquina,
el gorro, el geranio, la menta
y cuanto su lámpara más agitaba ,
regresé de mi hora de plomo
y con ella, era mayo,
volaba entre los cerros y el atardecer
más allá de la última sorpresa de la hierba.

Luigi Maria Corsanico legge “Grido ai futuri secoli”

Scultura sommersa di James deCaires Taylor

Luigi ha messo in “scena”, con toni ineccepibili, un’ottima interpretazione di questi versi. Ascoltando mi sono chiesto se ciò che ho scritto è poesia o riflessioni su quel dramma che ha modificato il nostro modo di considerare l’altro. Qualunque cosa io abbia scritto, Luigi l’ha trasformata in una interpretazione densa di rimandi, non solo per le parole e la voce che le esalta, ma anche per le immagini che scorrono sul video. La scelta del grigio e del bianco soffuso, ha un potere evocatorio inimmaginabile. Fa vedere con chiarezza ciò che sembra celare. E il rosso, che appare inatteso, lega tra loro le immagini accese nella mente, le parole e la voce, facendo apparire nitidi i fantasmi che brulicano nel cervello di chi ascolta (sempre che l’ascoltatore – considerati i tempi che viviamo – ci metta il cervello). Tanta è la potenza che sgorga dalla voce di Luigi.

Madre cui somiglio

Foto di Dorothea Lange

Tu madre cui somiglio,
non nel volto ma nell’animo mite
e nello sguardo fiero,
tu luna della mia infanzia
e delle mie malinconie
quando chinavi gli occhi sulle mie labbra
chiuse dalla voglia ostinata
di non credere all’amore
d’invocare giustizia per gli abbandonati,
ora dico il tuo nome, ora ti chiamo
madre di pietà, ora che la morte
vaga nel buio come fossimo in guerra.

Posso scriverti, madre, di una guerra
senza fondali da teatro senza colpi di scena
senza deliranti discorsi sulla patria
senza immagini che destano pietà
senza sangue che imbeve la terra.

Col disonore, madre, con la fame cieca
che colpisce i vagabondi, i miseri
e gli operai dismessi e i figli di operai
come da sempre soldati da macello.
E questa non è guerra?
Guerra che macera l’onore,
che ad uno ad uno colpisce le sue vittime
sotto gli sguardi della gente.
E poi scende il silenzio.
E poi un altro muore cadendo disperato
entro pozzi avvelenati per paura
d’essere dismesso (orribile
parola simile a carneficina)
Madre, le leggi, quelle leggi
che mi hai insegnato a rispettare
dicono che l’uomo ha diritto al lavoro.
Ma quali leggi impongono
il dovere di creare lavoro?

Non so renderti omaggio
non so scrivere
una lettera che ti dica quanto t’amo.
Mi manca la sintassi dell’amare.

Paul Eluard, Poter dire tutto (Ita – Fr)

Paul Eluard Copertna

Tutto sta nel dire tutto e io non ho parole
E non ho tempo e non ho l’audacia
Sogno ed espongo a caso le mie immagini
Ho vissuto male e male ho appreso a parlare chiaro

Dire tutto le rocce la strada e i selciati
Le strade e i loro passanti i campi e i pastori
La lanugine della primavera la ruggine dell’inverno
Il freddo e il caldo che compongono un solo frutto

Voglio mostrare la folla e ogni uomo in dettaglio
Con ciò che gli dà forza e che lo fa disperare
E sotto le sue stagioni d’uomo tutto ciò che egli illumina
La sua storia e il suo sangue la sua storia e il suo dolore

Voglio mostrare la folla immensa separata
La folla compartimentata come in un cimitero
E la folla più forte della sua ombra impura
Che ha infranto le sue mura che ha sconfitto i suoi padroni

La famiglia delle mani la famiglia delle foglie
E l’animale errante senza personalità
Il fiume e la rugiada feconde e fertili
La giustizia in piedi la felicità ben impiantata

La felicità di un bambino saprò mai dedurla
Dalla sua palla o dalla sua bambola o dal bel tempo
E la felicità di un uomo avrò mai la fermezza
Di dirla secondo la moglie e i suoi figli

Sarò mai in grado di chiarire l’amore e le sue ragioni
La sua tragedia di piombo la sua commedia di paglia
I gesti meccanici che lo rendono quotidiano
E le carezze che lo rendono eterno

E sarò mai capace di mettere insieme il raccolto
Al letame proprio come si fa con la bellezza
Potrò paragonare il bisogno al desiderio
E l’ordine meccanico all’ordine del piacere

Avrò mai abbastanza parole per liquidare l’odio
Per l’odio sotto l’ ala enorme delle collere
E mostrare la vittima che schiaccia i carnefici
Saprò colorare la parola rivoluzione

L’oro libero dell’alba in occhi sicuri di sé stessi
Nulla gli somiglia tutto è nuovo tutto è prezioso
Sento piccole parole divenire massime
L’intelligenza è semplice al di là delle sofferenze

Come saprò mai dire quanto io sia contro
le manie assurde create dalla solitudine
Ho rischiato di morire senza potermi difendere
Come ne muore un eroe legato imbavagliato

Ho rischiato d’essere dissolto corpo cuore spirito
Senza forme e anche con tutte le forme
Di cui si circondano marciume e decadimento
E compiacenza e guerra indifferenza e crimine

Poco mancò che i miei fratelli non mi dessero la caccia
Mi sono affermato senza capire nulla della loro lotta
Credevo di cogliere nel presente più di quanto lui non possedesse
Ma non avevo alcuna idea dell’indomani

Alla fin fine, devo tutto ciò che sono
Agli uomini che hanno saputo cosa contiene la vita
A tutti gli insorti che controllano i loro strumenti
E controllano il loro cuore e si stringono la mano

Uomini continuamente tra umani senza una piega
Un canto che sale e dice quello che sempre si dice
Coloro che indirizzano il nostro futuro contro la morte
Contro i sotterranei dei nani e dei pazzi.

Potrò mai dire infine che si è aperta la porta
Della cantina dove le botti proiettano la loro massa scura
Sulla vigna o il vino imprigiona il sole
Usando le parole dello stesso viticoltore

Le donne sono scolpite come l’acqua o la pietra
Tenere o troppo integre dure o leggere
Gli uccelli passano attraverso altri spazi
Un cane domestico si trascina alla ricerca di un vecchio osso

La mezzanotte non ha più eco che per un uomo molto vecchio
Che rovina il suo tesoro in canzoni banali
Anche questa ora della notte non è persa
Io mi addormenterò solo se altri si svegliano

Potrò mai dire che niente vale la giovinezza
Mostrando il solco dell’età sulla guancia
Niente vale la sequenza infinita di riflessi
Iniziando dall’impeto di semi e fiori

Iniziando da una parola schietta e cose reali
La fiducia andrà senza idea di ritorno
Io voglio che si risponda prima di chiedere
E nessuno parlerà una lingua straniera

E nessuno avrà voglia di calpestare un tetto
Incendiare le città seppellire i morti
Perché avrò tutte le parole che giovano a costruire
E che fanno credere nel tempo come unica fonte

Bisognerà ridere ma rideremo di salute
Rideremo di essere fraterni in ogni momento
Saremo buoni con gli altri come lo si è
Con sé stessi quando si ama d’essere amati

I brividi delicati lasceranno posto alle onde
Della gioia di esistere più fresca del mare
Niente ci farà più dubitare di questo poema
Che scrivo oggi per cancellare ieri.

Paul Éluard, Pouvoir tout dire, 1950 (Traduzione di Marcello Comitini)

Pouvoir tout dire

Le tout est de tout dire et je manque de mots
Et je manque de temps et je manque d’audace
Je rêve et je dévide au hasard mes images
J’ai mal vécu et mal appris à parler clair

Tout dire les rochers la route et les pavés
Les rues et leurs passants les champs et les bergers
Le duvet du printemps la rouille de l’hiver
Le froid et la chaleur composant un seul fruit

Je veux montrer la foule et chaque homme en détail
Avec ce qui l’anime et qui le désespère
Et sous ses saisons d’homme tout ce qu’il éclaire
Son histoire et son sang son histoire et sa peine

Je veux montrer la foule immense divisée
La foule cloisonnée comme en un cimetière
Et la foule plus forte que son ombre impure
Ayant rompu ses murs ayant vaincu ses maîtres

La famille des mains la famille des feuilles
Et l’animal errant sans personnalité
Le fleuve et la rosée fécondants et fertiles
La justice debout le bonheur bien planté

Le bonheur d’un enfant saurai-je le déduire
De sa poupée ou de sa balle ou du beau temps
Et le bonheur d’un homme aurai-je la vaillance
De le dire selon sa femme et ses enfants

Saurai-je mettre au clair l’amour et ses raisons
Sa tragédie de plomb sa comédie de paille
Les actes machinaux qui le font quotidien
Et les caresses qui le rendent éternel

Et pourrai-je jamais enchaîner la récolte
A l’engrais comme on fait du bien à la beauté
Pourrai-je comparer le besoin au désir
Et l’ordre mécanique à l’ordre du plaisir

Aurai-je assez de mots pour liquider la haine
Par la haine sous l’aile énorme des colères
Et montrer la victime écrasant les bourreaux
Saurai-je colorer le mot révolution

L’or libre de l’aurore en des yeux sûrs d’eux-mêmes
Rien n’est semblable tout est neuf tout est précieux
J’entends de petits mots devenir des adages
L’intelligence est simple au-delà des souffrances

Comment saurai-je dire à quel point je suis contre
Les absurdes manies que noue la solitude
J’ai failli en mourir sans pouvoir me défendre
Comme en meurt un héros ligoté bâillonné

J’ai failli en être dissous corps cœur esprit
Sans formes et aussi avec toutes les formes
Dont on entoure pourriture et déchéance
Et complaisance et guerre indifférence et crime

Il s’en fallut de peu que mes frères me chassent
Je m’affirmais sans rien comprendre à leur combat
Je croyais prendre au présent plus qu’il ne possède
Mais je n’avais aucune idée du lendemain

Contre la fin de tout je dois ce que je suis
Aux hommes qui ont su ce que la vie contient
A tous les insurgés vérifiant leurs outils
Et vérifiant leur cœur et se serrant la main

Hommes continuement entre humains sans un pli
Un chant monte qui dit ce que toujours on dit
Ceux qui dressaient notre avenir contre la mort
Contre les souterrains de nains et des déments.

Pourrai-je dire enfin la porte s’est ouverte
De la cave où les fûts mettaient leur masse sombre
Sur la vigne ou le vin captive le soleil
En employant les mots de vigneron lui-même

Les femmes sont taillées comme l’eau ou la pierre
Tendres ou trop entières dures ou légères
Les oiseaux passent au travers d’autres espaces
Un chien familier traîne en quête d’un vieil os

Minuit n’a plus d’écho que pour un très vieil homme
Qui gâche son trésor en des chansons banales
Même cette heure de la nuit n’est pas perdue
Je ne m’endormirai que si d’autres s’éveillent

Pourrai-je dire rien ne vaut que la jeunesse
En montrant le sillon de l’âge sur la joue
Rien ne vaut que la suite infinie des reflets
A partir de l’élan des graines et des fleurs

A partir d’un mot franc et des choses réelles
La confiance ira sans idée de retour
Je veux que l’on réponde avant que l’on questionne
Et nul ne parlera une langue étrangère

Et nul n’aura envie de piétiner un toit
D’incendier des villes d’entasser des morts
Car j’aurai tous les mots qui servent à construire
Et qui font croire au temps comme à la seule source

Il faudra rire mais on rira de santé
On rira d’être fraternel à tout moment
On sera bon avec les autres comme on l’est
Avec soi-même quand on s’aime d’être aimé

Les frissons délicats feront place à la houle
De la joie d’exister plus fraîche que la mer
Plus rien ne nous fera douter de ce poème
Que j’écris aujourd’hui pour effacer hier .

Septembre 1950 Recueil “dignes de vivre pouvoir tout dire” Tchou Editeur

Louise Glück, Storia di un giorno (22)

Immagine dal web

1.
Sono stata svegliata stamattina come al solito
dalle sottili lame di luce che passano attraverso le persiane
cosicché il mio primo pensiero fu che la natura della luce
era incompletezza —

Immaginavo la luce così com’era prima che le persiane la fermassero —
quanto frustrata dovesse essere, come una mente
offuscata da troppe droghe.

2.
Mi sono ritrovata subito
al mio tavolo angusto; alla mia destra,
i resti di un piccolo pasto.

Il linguaggio mi riempiva la testa, euforia selvaggia
alternata a profonda disperazione —

Ma se l’essenza del tempo è il cambiamento,
come può qualcosa diventare niente?
Questa è stata la domanda che mi sono posta.

3.
Per tutta la notte rimasi seduta al mio tavolo a meditare
finché la mia testa si fece così pesante e vuota
che sono stata costretta a sdraiarmi.
Ma non mi sono sdraiata. Invece, ho appoggiato la testa sulle braccia
che avevo incrociato davanti a me sul legno nudo.
Come una neonata in un nido, la mia testa
giaceva sulle mie braccia.

Era la stagione secca.
Ho sentito l’orologio suonare, tre, poi quattro –

A questo punto ho iniziato a camminare per la stanza
e poco dopo fuori per le strade
le cui curve e tornanti mi erano familiari
per altre notti come questa. Ho camminato torno torno
imitando istintivamente le lancette dell’orologio.
Le mie scarpe, quando guardavo in basso, erano ricoperte di polvere.

Ormai la luna e le stelle erano svanite.
Ma l’orologio brillava ancora nel campanile della chiesa —

4.
Così sono tornata a casa.
Sono rimasta a lungo
Sul pianerottolo dove finivano le scale,
rifiutandomi di aprire la porta.

Il sole stava sorgendo.
L’aria era diventata pesante,
non perché avesse maggiore sostanza
ma perché non c’era più niente da respirare.

Ho chiuso gli occhi.
Ero combattuta tra una struttura di opposizioni
e una struttura narrativa

5.
La stanza era come l’avevo lasciata.
C’era il letto nell’angolo.
C’era il tavolo sotto la finestra.

C’era la luce che sbatteva contro la finestra
finché non ho alzato le persiane
a quel punto si è redistribuita
come tremolio tra gli alberi ombrosi.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Libertà negata (Ita – Fr – Eng – Esp)

Dalle finestre nessuna fuga possibile.
Della farfalla sono rimasti lo scudo vuoto del dorso
e brandelli fuligginosi delle ali
che appartennero dischiuse allo spazio luminoso.
Prigioniera della stanza dietro i vetri
un giardino fiorito, il sole e l’azzurro del polline
che lumeggia ancora
nella polvere quieta delle ali.

Liberté refusée

Par les fenêtres aucune évasion possible.
du papillon est resté le bouclier vide du dos
et les lambeaux fuligineux d’ailes
qui appartenaient à l’espace ouvert de la lumière.
Prisonnier de la pièce, derrière la vitre
un jardin fleuri, le soleil et le bleu du pollen
qui brille encore
dans la poussière tranquille des ailes.

Freedom denied

From the windows no escape possible.
Remained of the butterfly the empty shield of the back
and sooty shreds of wings
that belonged to the open space of light.
Prisoner of the room, behind the glass
a flower garden, the sun and the blue of the pollen
that still shines
in the quiet dust of the wings.

Libertad negada

Desde las ventanas no hay escapatoria posible.
de la mariposa quedó el escudo vacío de la espalda .
y jirones llenos de hollín de alas
que pertenecían al espacio abierto de la luz.
Prisionera de la habitación, detrás del cristal
un jardín de flores, el sol y el azul del polen
que aun brilla
en el polvo silencioso de las alas.

Negli occhi di Narciso (Ita – Fr – Eng – Esp)

Dicono tu sei. E puntano il dito
verso l’immagine della mia immagine.
Essere sull’argine di un fiume come un sasso
che infrange la fluente
indifferenza dello specchio, un albero
che svetta cupo nel cielo
e stringe alle radici
la sostanza dell’essere. Essere il fianco
nudo della roccia, Appartenermi.
Mostrarmi nelle mie parole a chi
pochi uomini ha visto nell’animo.
Non l’immagine riflessa nell’acqua
a coloro che vedono solo sé stessi
nell’immagine dell’immagine.

Dans les yeux de Narcisse

Ils disent: vous êtes. Et ils pointent du doigt
l’image de mon image.
Être au bord d’une rivière comme une pierre
qui brise l’indifférence fluide du miroir, un arbre
qui pousse tristement dans le ciel
et serre aux racines
la substance de l’être. Etre le côté
nu du rocher, appartener à moi.
Me montrer dans mes paroles à ceux
qui ont vu peu d’hommes dans l’âme.
Pas l’image reflétée dans l’eau
à ceux qui ne voient qu’eux-mêmes
dans l’image de l’image.

In the eyes of Narcissus

They say: you are. And they point their finger
at the image of my image.
Being on the bank of a river like a stone
that shatters the flowing indifference of the mirror, a tree
that soars gloomily in the sky
and clings to the roots
the substance of being. To be the bare side
of the rock, Belong to myself.
Show myself in my words to those
who have seen few men in the soul.
Not the image reflected in the water
to those who see only themselves
in the image of the image.

En los ojos de Narciso

Dicen: eres. Y señalan con el dedo
la imagen de mi imagen.
Estar en la orilla de un río como una piedra
que destroza la fluida
indiferencia del espejo, un árbol
que se eleva tristemente en el cielo
y se aferra a las raíces la sustancia del ser. Sé el lado
desnudo de la roca, Pertenece a mí.
Mostrarme en mis palabras a aquellos
que han visto pocos hombres en el alma.
No la imagen reflejada en el agua
a los que solo se ven a si mismos
en la imagen de la imagen.

Fiori (Ita – Fr – Eng – Esp)

Quadro di Irina Karkabi


Offrite i vostri petali come le ragazze i loro sorrisi al sole.
Noi vi pensiamo parte lieta del nostro destino
e vi poniamo nei vasi della nostra consolazione.
Vi dolete del vostro sfiorire?
Noi lo viviamo come un nostro rimpianto.
Se potessimo coi nostri corpi alimentare la terra
saremmo fiori anche noi
e nella brezza dei prati ogni cosa
canterebbe le nostre lodi.

Fleurs

Vous offrez vos pétales comme les filles leurs sourires au soleil
Nous pensons que vous êtes une partie heureuse de notre destin
et nous vous plaçons dans les vases de notre consolation.
Plaignez vous de votre flétrissement?
Nous le vivons comme notre regret.
Si nous pouvions nourrir la terre avec nos corps
nous serions aussi des fleurs
et dans la brise des prairies chaque chose
chanterait nos louanges.

Flowers

You offer your petals, like girls their smiles to the sun
We think of you as a happy part of our destiny
and we place you in the vessels of our consolation.
Do you regret your fading?
We live it as our regret.
If we could feed the earth with our bodies
we would be flowers too
and in the breeze of the meadows everything
would sing our praises.

Flores

Ofrecéis vuestros pétalos, como niñas sus sonrisas al sol
Pensamos a vos como una parte feliz de nuestro destino.
y vos colocamos en los vasos de nuestro consuelo.
¿Arrepentís de vuestro desvanecimiento?
Lo vivimos como nuestro pesar.
Si pudiéramos alimentar la tierra con nuestros cuerpos
también nos seríamos flores
y en la brisa de los prados todo
cantaba nuestras alabanzas.