Luce

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foto di Anka Zhuravleva

La luce prigioniera nella stanza
proietta sul soffitto grappoli di foglie
come una finta luna e poche stelle
in un cielo percorso dalle nuvole.
Assorto nel silenzio il cuore dorme e gli occhi
fissano le immagini fluttuanti come drappi
di un amore dissolto tra le dita.
Il bianco del tuo corpo come nuvola lontana
sembra farsi lentamente più vicino.
Scorre la tua risata
più limpida dell’acqua sotto il sole
e le tue mani di gabbiano toccano
il peso del mio corpo per placarne l’arida tempesta.
S’impennano nel vento taglienti come lame
discendono a ferire il desiderio e i fuochi accesi
in fondo al cielo soffocato dalle tenebre.
Sul mio petto celi il viso ed al mio cuore giunge
l’oscuro grido del tuo sguardo che sprofonda come il sole
dentro la massa informe della notte.
No, non svanire! Resta ancora!
Inganna la memoria col profumo dolce del tuo sangue.
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L’attesa – Guy Goffette

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Se vieni per restare, lei dice, non parlare.
Bastano pioggia e vento sopra le tegole,
basta il silenzio accumulato sopra i mobili
come polvere dopo secoli senza te.

Ancora non parlare. Ascolta ciò ch’è stato
lama nella mia carne: ogni passo, un ridere lontano,
l’abbaiare di un cane, lo sportello che sbatte
e questo treno che non finisce mai di passare

sulle mie ossa. Rimani senza parole: non c’è nulla
da dire. Lascia che la pioggia ridiventi pioggia
e il vento questa marea sotto le tegole, lascia

il cane gridare il suo nome nella notte, lo sportello
sbattere, andarsene lo sconosciuto in quel luogo vuoto
dove io morirò. Rimani se vieni per rimanere.

Traduzione di Marcello Comitini

Cesare Pavese – Ritorno di Deola — Ad alta voce / En voz alta

Una bella lettura di Luigi Maria Corsanico della poesia Ritorno di Deola del mio amato Poeta e Maestro Cesare Pavese.

Cesare Pavese – Ritorno di Deola da “Poesie del disamore”, Einaudi Editore, 1951 Lettura di Luigi Maria Corsanico Bill Evans – Quiet Light Fotografie: Édouard Boubat, Rui Palha ———————————————————————– Torneremo per strada a fissare i passanti e saremo passanti anche noi. Studieremo come alzarci al mattino deponendo il disgusto della notte e uscir fuori col […]

via Cesare Pavese – Ritorno di Deola — Ad alta voce / En voz alta

 

Aleppo in guerra

aleppo

Nella sequenza dissennata della guerra
dove l’oscurità degli incubi si muta in speculare luce
e le speranze nutrono i dolori di ogni giorno
una bambina stringe il mio corpo tra le braccia
come l’orsetto dei suoi giochi, lo carezza
lo sgrida come fosse la sua mamma
lo culla al seno che possiederà domani.
Disteso tra le gambe esili lo guarda.
Immagina, lo ama con l’amore di una donna.
E ancora sogni le carezze svegliano
sogni che sognano di un organo che suona
in una vasta piazza
tra possenti voci di un coro nascosto nelle arcate,
tra dipinti dilaniati opachi alle pareti delle case
e un uomo crocifisso a centinaia di croci
moltiplicate da un’immensa strage
e bagliori di lance rivoli di sangue.
Visi femminili nascosti dietro veli
sporchi e laceri di unghiate
piangono come madri
che non hanno seni e non hanno gambe
ma lacrime che scendono sui dolori di ogni giorno.
E i giorni vibrano della musica del sole.
Vibrano nel vento che solleva il mondo
come il manto pesante di una madonna a lutto
e piomba sulla terra stravolge e uccide tutti i sogni
nell’urlo della bambina che ha gettato via il mio corpo
perché non sopportava di vederlo morto.

 

Fiumi di parole

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Dai sogni ad occhi aperti Pablo e con le dita
bianche di farina hai tempestato di parole
oceani selve fiumi.
Come un cavallo al traino
nel gelo di miniere scavate dentro l’uomo
hai dissodato la terra con il fiato sanguinante.

Ma da tempo il solco s’è richiuso. Nel silenzio
d’una pace lugubre non entra nei tuoi occhi
né il mare né la primavera.
Del tuo cuore ancora udiamo le sentenze
i giudizi di un dio che ha cavalcato fra le stelle
ha sofferto dell’uomo
perdutamente carne e sangue.

Lentamente muore – hai detto – chi si fa
schiavo dell’abitudine.
Questo lo sappiamo. Ma ogni giorno
lungo i nostri percorsi sempre uguali
a chi non conosciamo non parliamo
e se lo conosciamo non chiediamo
la ragione delle rughe sulla fronte e sulle labbra.
Spegnendo ogni passione preferiamo
nero su bianco mettere i puntini sulle i
mai nell’incertezza rischiando la certezza
mai nell’inseguire un sogno
nell’acconsentire al tuo consiglio di fuggire
i sensati consigli di chi ci vuole sempre uguali.

Lentamente moriamo ciechi sotto il pesante velo di sorrisi
che nascondono con smorfie la paura
fermano il cuore
davanti agli errori e ai sentimenti.

Lentamente moriamo
senza abbandonare l’amor proprio.
Ogni giorno un lamento sulla nostra sorte
sul sole che ci brucia e sulla pioggia incessante.

Dimentichi che vivere è uno sforzo
di gran lunga maggiore del semplice respiro
prendiamo la morte a piccole dosi.

Viaggiando, leggendo ascoltando
la musica moriamo
perdendo la grazia di noi stessi.

E la tua voce, Pablo, carica d’orgoglio,
ci chiama con le dita bianche di farina
dalla tua lontana tomba nuda
dai tuoi progetti non finiti
ci condanna,
noi poveri mortali che comunque moriremo
come te che sei morto nei tuoi sudari di carta.

Cleide

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Bill Brandt, Camden Hill, 1949

Come s’annida caldo sotto le lenzuola
l’alito profumato dell’amore
e ti lecca ti bacia ti carezza
con i silenzi ti regala l’estasi
che nessun uomo mai potrà donarti!

Le tue mani simili a due scrigni
che si spalancano misteriosi sulla pelle,
spargono sul tuo corpo petali d’incenso
e ti ritrovi in solitari abbracci
ricoperta di perle e di gioielli.

A chi doni l’amore che ti brucia
sulle labbra negli occhi lungo i fianchi?
Chi può spegnere mai tutto l’ardore
che ti trasforma in fiaccola splendente?

L’anima conosce palmo a palmo il corpo
e gli si avventa a lungo e con furore
come il mare scandaglia la falesia
con la ferocia che alimenta la passione.

Nella lotta d’amore
grondi come la roccia d’umori cristallini
e il tuo volto rivolgi al volto della luna,
vergine di Lesbo, che invocando la sua amata
lontana, innalza un canto che commuove gli dei.

 

Commento

Saffo  lontana, a Cleide innamorata e sola, non rimane che ricercare in se stessa le carezze dell’amore perduto. Questo amare diventa condizione necessaria del suo vivere perché le rivela che nessun altro mai potrà amarla come lei si ama. Gli dei si commuovono di questa solitudine, ma nulla ormai possono per chi è in grado di racchiudere in sé la doppia natura dell’amante e dell’amato.