La Certosa

Certosa

Scolpito dalla luce nel mezzo della piana
l’ampio profilo della cattedrale dietro sé nasconde
una città di lunghi corridoi oscuri, celle vuote,
chiostri risvegliati dal metallico lucore delle acque
che si riversano dagli orli delle vasche.
Portici affollati dalle foglie che stormiscono nel vento
orti popolati dal brusio di passeri fuggiaschi.
Qualche frutto pende stento
come l’eco malinconico dei rintocchi di campane.
E poi silenzio.
In ogni cella un Crocifisso prega gli occhi al cielo
d’essere graziato dalla morte.

Monastero d’ombre e frati innominati,
di santi e di sospiri,
tra le tue mura sarei mai vissuto con un saio nero,
un ruvido cordone attorno ai fianchi?
Avrei atteso ogni sera i passi
lungo i corridoi oscuri di una vita
che avanza sotto un cielo senza luna?
Avrei pregato ad ogni alba il Cristo
di perdonare i miei peccati
che nella notte intorno alla mia branda
avrebbero versato il miele del piacere?

Nel refettorio vasto che risuona
del tramestio di sedie scosse
dai passi strascicati dei turisti
sgomenti e affascinati da tanta solitudine,
vendono i fratelli sui banconi rivestiti a festa
Miele di San Giovanni Candele del Signore.

Monaco risvegliato da un’oscura fede
voglio scavare in fondo al mio sconforto
una nicchia celata tra le azzurre mura
della stanza dove lei mi attende
e accendere ai suoi piedi ceri profumati.
Con le mani intrise di divine essenze
un mantello di miele spargerò lungo il suo corpo,
le coprirò i capelli con un velo d’ambra.

Carezzerò in silenzio la mia Vergine santa.

Insieme attenderemo che si levi all’alba
il suono opaco di campane, che nel sole
si spanda l’armonia di un canto gregoriano.

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Dentro le parole

Germaine Krull,Etude de mains,1929

Germaine Krull, Etude de mains,1929

Non conosco l’Essere che mi parla con voce intensa.

Cerca le mie mani dentro l’acqua mutevole che scorre

e mi conduce verso più di ciò che sono,

in alto tra città mai conosciute, alberi,luci,

sogni che risvegliano ricordi.

Quando faticosamente alzo gli occhi la sua voce

s’arresta per un attimo nel rapido voltar di pagina.

Ed ecco la ragazza che lenta svolta l’angolo

e lascia dietro sé un’abbagliante primavera.

Non vorrei dirle addio ora che l’ho ritrovata.

Tendo le braccia in una corsa che mi affanna

ma dietro l’angolo il giorno trabocca nella notte.

Un uomo viene incontro e mi sorride.

L’abbaglio del suo cappello bianco gli nasconde il viso.

Mi chiede di dargli un nome. Non lo conosco eppure

lo leggo nei suoi occhi e lo pronuncio.

Ma lui svanisce nell’ombra della mia mente

assieme alla ragazza avvolta nel suo abito strappato.

E mi ritrovo in una stanza chiusa dentro acque

che moltiplicano il mio volto e la spingono verso il fondo.

L’Essere che mi parla riprende le mie mani.

La sua voce intensa ricompone lo specchio della mia immagine,

e torna a dominare il mio pensiero come fosse il suo.

 

 

Incomprensibile notte di San Lorenzo

Van Gog

 

Perché se nei tuoi occhi guardo le stelle che ridono
sento sulle mie labbra il soffio impercettibile
di una speranza che si è fatta carne?

Perché di questo firmamento azzurro
guardo solo le stelle le più scialbe e tristi? Quelle che da secoli
hanno spento le fiamme e lanciano la fredda
illusione d’esser vive.

Forse perché la notte è scesa
come un pesante velo sul mio viso o più semplicemente
è la mia anima stanca di tanta solitudine.

Ho le mani colme di piccole luci, stelle di pietra
luci di diamanti.

Ma null’altro vedo che le stelle ormai spente.