Donne sole – recensione di Giuliana Sanvitale

Giuliana Sanvitale, autrice di romanzi e di sillogi poetiche più volte premiate, poetessa di immagini, di colori, di sentimenti, di gioia mai sconfitta, di speranze luccicanti anche in un cielo nero, forse più brillanti quando più è oscuro il cielo, ha voluto esprimere il suo pensiero sulla mia poetica dopo aver letto la mia raccolta di poesie “Donne sole”.
Qualunque mia considerazione su quanto da lei scritto, non potrebbe essere che di affettuosa gratitudine.

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È il ritratto di un universo infinito quello costruito, parola su parola, suono su suono, immagine su immagine, da Marcello Comitini, poeta catanese capace di trasformare la realtà quotidiana in sogno, l’illusione in disillusione.
Riferendomi ai suoi versi ho spesso parlato di dualismo per la concisione stilistica e la profondità semantica.
È come trovarsi dinanzi a un baratro, a un abisso che ti porta a scavare nel più profondo dell’animo e al contempo ti senti una figura aerea, eterea che ti spinge a sfiorare le nuvole e a salire su su “a riveder le stelle”.
Realtà e sogno intrecciati, plasmati da quel potente collant che è la metafora, che in Comitini raggiunge sfere altissime perché si trascina dietro secoli di storia e di cultura: fenici, greci, arabi, normanni, spagnoli amalgamati dal calore dell’Etna, dall’azzurro del mare, dal bianco delle case, dall’afrore dei fiori.
E questi elementi si fondono a formare la base su cui si eleva la sua poesia, l’humus in cui affondano le radici i suoi versi che, nella loro modernità, abbracciano la grandezza di Baudelaire, Rimbaud, Pessoa, Prévert.
Poesia universale, potremmo dire, che tuttavia si pregia della propria originalità, di un personale disincanto.
E musica e colore entrano prepotenti fra i versi, ne esaltano la liricità, ne rimarcano le origini e il dispiegarsi.
Una forte carica erotica, mai banale bensì elegante e misurata, serpeggia e sostiene a volte il costrutto.
Uso questo termine perché la poesia del Nostro non nasce “per caso”, ma si avvale di tecnica e strutture, di conoscenza approfondita dei “padri fondatori” e di un incessante “labor limae”.
Poeta di non facile lettura ho asserito altre volte, ma Poeta, nella sua grandezza e nella sua unicità, nella resa di sentimenti ed emozioni, visioni e realtà che non possono che lasciarti estasiata dinanzi alla riflessione di quanto possa essere o diventare “bella” la realtà se a presentarcela con i suoi versi è un vero Poeta.

Giuliana Sanvitale

Louise Glück , Visitatori dall’estero (7)

1.
Qualche tempo dopo che ero entrata
in quel periodo della vita quando
le persone preferiscono alludere agli altri
ma non a se stessi, nel cuore della notte
il telefono squillò. Suonò e squillò
come se il mondo avesse bisogno di me,
sebbene in realtà fosse il contrario.

Rimasi a letto, cercando di analizzare
il suono. Esso aveva
la tenacia di mia madre e di mio padre
l’imbarazzo doloroso.

Quando l’ho preso, la linea era morta.
O il telefono funzionava e il chiamante era morto?
O non era il telefono, ma forse la porta?

2.
Mia madre e mio padre stavano al freddo
sui gradini di fuori. Mia madre fissava me,
una figlia, una compagna.
Non pensi mai a noi, ha detto.

Leggiamo i tuoi libri quando raggiungono il paradiso.
Quasi non si parla più di noi, quasi non si parla di tua sorella.
E hanno indicato mia sorella morta, una completa sconosciuta,
strettamente avvolta tra braccia di mia madre.

Ma per noi, ha detto, tu non esisteresti.
E tua sorella – hai l’anima di tua sorella.
Dopo di che sono scomparsi, come missionari Mormoni.

3.
La strada era di nuovo bianca,
tutti i cespugli coperti di neve pesante
e gli alberi scintillanti, ricoperti di ghiaccio.

Giacevo al buio, aspettando che la notte finisse.
Sembrava la notte più lunga che avessi mai conosciuto,
più a lungo della notte in cui sono nata.

Scrivo di te tutto il tempo, ho detto ad alta voce.
Ogni volta che dico “io”, si riferisce a te.

4.
Fuori la strada era silenziosa.
Il ricevitore giaceva di fianco tra le lenzuola aggrovigliate;
il suo pulsare stizzoso era cessato alcune ore prima.

L’ho lasciato com’era
il suo lungo cavo scivolava sotto i mobili.

Ho visto cadere la neve
non tanto per coprire le cose
ma per farli apparire più grandi di quanto fossero.

Chi chiamerebbe nel cuore della notte?
L’infelicità chiama, la disperazione chiama.
La gioia sta dormendo come una bambina.

Un forte silenzio di Louise Glück / 6

DigitalArt di Marcello Comitini


Lascia che ti dica una cosa, disse la vecchia.
Eravamo seduti, una di fronte all’altra,
nel parco di . . . , città famosa per i suoi giocattoli in legno.

A quel tempo, ero scappata da una triste storia d’amore,
e come una sorta di penitenza o auto-punizione, lavoravo
in una fabbrica, scolpendo a mano minuscoli mani e piedi.

Il parco era la mia consolazione, soprattutto nelle ore tranquille
dopo il tramonto, spesso quando era solitario.
Ma questa sera,
quando sono entrata in quello che si chiamava il Giardino della Contessa,
ho visto che qualcuno mi aveva preceduto. Adesso che ci rifletto
sarei potuta andare oltre, ma avevo
programmato questa destinazione; tutto il giorno avevo pensato ai ciliegi
che furono piantati nella radura, il cui tempo di fioritura era quasi finito.

Ci siamo seduti in silenzio. Il crepuscolo stava calando
e con esso è arrivata una sensazione di chiuso
come nella cabina di un treno.

Quando ero giovane, ha detto,
mi piaceva camminare sul sentiero del giardino al crepuscolo
e se il sentiero era abbastanza lungo avrei visto sorgere la luna.
Questo è stato per me il grande piacere: non il sesso, non il cibo,
non il divertimento mondano.
Preferivo il sorgere della luna e a volte sentivo
nello stesso momento, le note sublimi dell’ensemble finale
delle Nozze di Figaro. Da dove viene la musica?
Non l’ho mai saputo.

Perché è questa la natura dei sentieri del giardino
d’essere circolare, ogni notte, dopo i miei vagabondaggi,
mi ritrovavo davanti alla mia porta di casa a fissarla
a malapena in grado di distinguere, nell’oscurità, la maniglia scintillante.

È stata, ha detto, una grande scoperta, anche se la mia vita reale.

Ma certe notti, ha detto, la luna era appena visibile attraverso le nuvole
e la musica non iniziava mai. Una notte di puro scoraggiamento.
E ancora la notte successiva ci riprovavo, e spesso tutto andava bene.

Non riuscivo a pensare a niente da dire. Questa storia,
così inutile mentre la scrivo,
veniva infatti interrotta a ogni fase con pause simili a trance
e intervalli prolungati, così che a questo punto la notte era iniziata.

Ah la notte capiente, la notte così desiderosa
di suscitare strane percezioni. Ho sentito
che un segreto importante
stava per essere affidato a me, come una torcia che passa
da una mano all’altra in una staffetta.

Le mie sincere scuse, ha detto.
Ti avevo scambiato per uno dei miei amici.
E indicò le statue tra le quali sedevamo,
uomini eroici, donne sante che si sacrificano
tenendo i bambini di granito al seno.
Non modificabili, ha detto, come gli esseri umani.

Ho rinunciato a loro, ha detto.
Ma non ho mai perso il mio gusto per i viaggi circolari.
Correggimi se sbaglio.

Sopra le nostre teste erano iniziati i fiori di ciliegio
a sciogliersi nel cielo notturno, o forse stelle che andavano alla deriva,
andando alla deriva e cadendo a pezzi, e dove atterrati
si sarebbero formati nuovi mondi.

Subito dopo sono tornata nella mia città natale
e mi sono ricongiunta al mio ex amante.
Eppure sempre più spesso la mia mente tornava a quanto accaduto,
studiandolo da tutte le prospettive, ogni anno più intensamente convinta,
nonostante l’assenza di prove, che contenesse qualche segreto.
Alla fine ho concluso che qualunque messaggio potesse esserci
non era contenuto nel discorso – così,
me ne resi conto, mi parlava mia madre,
toni aspri, silenzi che mi mettono in guardia e mi rimproverano –

e mi sembrava non solo di essere tornata dal mio amante
ma di tornare ora al Giardino della Contessa
dove i ciliegi stavano ancora fiorendo
come un pellegrino in cerca di espiazione e perdono,

quindi ho pensato che a un certo punto ci sarebbe stata
una porta con un pomello scintillante,
ma quando sarebbe successo e dove non avevo idea.

(©traduzione di Marcello Comitini)

Trofeo


DigitalArt di Marcello Comitini

In basso alla montagna un bosco.

Si è smarrita una donna
tra parole e aromi
sull’inguine di un uomo.
Il sesso eretto tra le sue mani
mentre l’ira
gli dilania l’anima: l’ha uccisa.

L’ombra che amava
adesso è cenere d’embrione.
L’incubo: farla a pezzi
e il disperato bisogno
di distruggere. Smontarla.

Come la preda il cacciatore.
Trofeo alla parete della stanza
più confortevole del cuore:
il capo senza sangue.

Gli occhi sbarrati brillano.
Nel vetro delle pupille
si specchia la montagna e il bosco
dove il suo corpo giace.

Lui si guarda le mani
strette a pugno come nodi di sangue.

Ride. La risata suona fredda.
Urlo di rabbia.

Rosa d’inverno

Foto di Marcello Comitini

Come una luna che sorge rossa
e luminosa sul lontano sciabordio del mare
sei fiorita adesso
che l’autunno spegne i suoi aromi malinconici,
e sottomette la tristezza dell’uomo
alla fredda stagione dell’inverno.
Ritagliata nell’aria mi porgi
il tuo piccolo pugno di petali
colorati di rosa arricciati
di luci e di ombre,
e lo proietti nell’impalpabile vuoto
della mia esistenza di anni e di vicende
e dei miei pochi pensieri sul nulla.
Sospesa sotto il grigio del cielo
resisti allo scuotere del vento
sul ramo adorno ormai
di foglie gialle che specchiano
la gloria inattesa del sole
dietro le nuvole dell’orizzonte.
Oscilli, ti chiedi tentennando se esisti
se la tua bellezza è frutto di un sogno,
o solo apparenza di mie antiche memorie infantili.
Nasci nel piccolo bocciolo,
un abbraccio di fuoco nel verde morente delle foglie.
Hai compagne accanto? Nessuna.
Ti è vicina soltanto la memoria di quelle
che sfiorirono in piena estate.
Ti giungono intorno impalpabili
ti fanno orgogliosa e mite,
ti chiamano verso il futuro di ombre,
ti mutano ai miei occhi in segnale debole e forte
di vita colma di primavera inattesa
che giungerà lontana quale novissimo preludio
d’ogni mia inimmaginabile avventura.
La pioggia gonfia i petali
li accende in un sogno di bellezza
di luce e di lacrime,
scioglie la tua carne alle carezze
del vento, li lascia cadere tra le mie mani,
piccola e morbida promessa della terra.
Tu inconsapevole trasformerai
la tua esistenza in un umile grumo di morte
simile al bocciolo spento.
Io
porterò sul cuore la tua bellezza
nel freddo dell’inverno
la traghetterò verso lo sfolgorìo
luminoso dell’estate.

Bolle

Piccole bolle d’ossigeno entrano
leggere nelle mie narici
come la luce del mattino
dalla bocca del pesce.
Ha attraversato muto le acque gelide
che solcano il pendio
della montagna al confine di alberi
fioriti di ricordi.
Il loro profumo m’inebria.
Sono il bambino
che mentre sogna di volare
sente scorrere una mano sulle palpebre
e le vene dilatarsi in immagini mai viste.
Gioia e dolore si accendono e si spengono
come lucciole nei miei pensieri.
Mi si apre dinnanzi una campagna
verde e luminosa
come un giorno di primavera.
Nell’erba si annidano
volti irriconoscibili e pietre
che affiorano su cui poggiare
i passi. Ma il piede inciampa e calpesta
un sogno.
L’ossigeno gorgoglia nella bolla e nelle vene.
Gli alberi fioriti di ricordi abbandonano i rami,
si spogliano. Rimane una foglia.
La osservo. È una piccola bolla
che si libra come una farfalla.

Louise Glück , Teoria della memoria (5)

Ardashīr I re dei re iraniani

Molto, molto tempo fa, prima che diventassi un artista tormentata, afflitta dal desiderio ma incapace di formare legami duraturi, molto prima, ero un glorioso sovrano che univa tutto un paese diviso – così mi è stato detto dall’indovina che ha esaminato il palmo della mia mano. Grandi cose, ha detto, sono davanti a te, o forse dietro di te; è difficile esserne sicuri. Eppure, ha aggiunto, qual è la differenza? In questo momento sei una bambina che si tiene per mano con un’indovina. Tutto il resto è ipotesi e sogno.

(© traduzione di Marcello Comitini)

Luigi Maria Corsanico legge “Vorrei scrivere”

Ho ascoltato più e più volte la magistrale e partecipata interpretazione di questi versi, che Luigi interpreta come un grido che sorge dal cuore indignato e disperato. Gli ha dato voce come sempre (e come solo lui riesce a fare) amplificando con echi accorati quelle che sono le mie amarezze di poeta.

Mi permetto, per una volta, di definirmi così, non perché io ritenga di esserlo, ma per l’argomento che questa poesia affronta: la sordità e crudeltà dell’uomo di fronte ai cambiamenti da lui stesso causati, di fronte alla propria pochezza, alla propria meschinità, alla voglia di sfuggire ai problemi e alle incertezze, per mettere in salvo sé stesso, ignorando non soltanto il resto dell’umanità ma anche coloro che per sensibilità d’animo, svolgono il ruolo di profeti.

Parlo dei poeti oggi e di ieri, dimenticati (o fintamente ricordati come si ricorda un giullare di corte), come parlo di coloro che tradiscono la capacità di profetizzare – che è dei veri poeti – per offrire sul mercato, e vantaggiosamente (per loro), questa profonda dote, svuotata d’ogni senso storico e sociale .

È questo sgomento quel che vibra nella lettura di Luigi, che condivide e denuncia con toni che soltanto lui riesce a liberare. Non io solo gli sono grato, ma tutti coloro che ascoltano dalla sua voce questi versi. Lo dicono i numerosi commenti, apparsi su youtube, che gli rivolgono i migliori complimenti e approvazioni. Io non posso che unirmi a questo coro unanime e dire a Luigi ancora una volta, infinitamente grazie!

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Louise Glück , Notte Fedele e Virtuosa (4)

Louise Glück

La mia storia inizia in modo assai semplice: potevo parlare ed ero felice.
O: potevo parlare, quindi ero felice.
Oppure: ero felice, quindi parlavo.
Ero come una luce brillante che attraversa una stanza buia.

Se è così difficile iniziare, immagina cosa sarà finire –
Sul mio letto, lenzuola stampate con barche a vela colorate
suscitavano, simultaneamente, visioni di avventura (sotto forma di esplorazione)
e sensazioni di dolce dondolio, come di una culla.

Primavera, e le tende svolazzano.
Le brezze entrano nella stanza, portando i primi insetti.
Un ronzio come il suono delle preghiere.

Memorie
costitutive di una memoria vasta.
Punti di chiarezza in una nebbia, visibili a intermittenza,
come un faro il cui unico compito
è emettere un segnale.

Ma qual è veramente il messaggio del faro?
Questo è il nord, dice.
No: sono il tuo porto sicuro.

Con suo grande fastidio, ho condiviso questa stanza con mio fratello maggiore.
Per punirmi di esistere, mi ha tenuto sveglia, leggendo
storie di avventura alla luce gialla della lampada notturna.

Le abitudini di molto tempo fa: mio fratello dalla sua parte del letto,
sottomesso ma volontariamente,
la sua testa illuminata china sulle mani, il viso oscurato –

Nel momento di cui parlo,
mio fratello stava leggendo un libro che ha chiamato
La notte fedele e virtuosa.
Era la notte in cui lui leggeva, e io giacevo sveglia?
No – era una notte di molto tempo fa, un lago di oscurità in cui
apparve una pietra e dalla pietra
emergeva una spada.

Le impressioni andavano e venivano nella mia testa,
un debole ronzio, come insetti.
Quando non osservavo mio fratello, mi sdraiavo nel lettino che condividevamo
fissando il soffitto, – mai
la parte della stanza da me preferita. Mi ha ricordata
quello che non potevo vedere, il cielo ovviamente, ma più dolorosamente
i miei genitori seduti sulle nuvole bianche nei loro completi da viaggio bianchi.

Eppure anch’io viaggiavo
in questo caso impercettibilmente
da quella notte al mattino successivo,
e anch’io indossavo un abbigliamento speciale:
pigiama a righe.

Immagina se vuoi un giorno di primavera.
Una giornata innocua: il mio compleanno.
Al piano di sotto, tre regali sul tavolo della colazione.

In una scatola, fazzoletti stirati con monogramma.
Nella seconda scatola, matite colorate disposte
in tre file, come una fotografia scolastica.
Nell’ultima scatola, un libro intitolato La mia prima lettura.

Mia zia ha ripiegato la carta da regalo stampata;
i nastri venivano arrotolati in matasse ordinate.
Mio fratello mi ha consegnato una tavoletta di cioccolato
avvolta in carta argentata.

Poi, all’improvviso, ero sola.

Forse l’occupazione di una bambina molto piccola
è osservare e ascoltare:

In quel senso, tutti erano occupati –
Ho ascoltato i vari suoni degli uccelli che sfamavamo,
lo schiudersi delle tribù di insetti, i piccoli
che strisciano lungo il davanzale della finestra e in alto
la macchina da cucire di mia zia che trapana
buchi in una pila di vestiti –

Irrequieta, sei irrequieta?
Stai aspettando che il giorno finisca, che tuo fratello torni al suo libro?
Perché la notte ritorni, fedele, virtuosa,
a riparare, in breve, lo scisma tra
te e i tuoi genitori?

Questo, ovviamente, non è avvenuto subito.
Intanto, c’era il mio compleanno;
in qualche modo l’inizio luminoso divenne
l’interminabile punto centrale.

Mite per fine aprile. Gonfie
nuvole in alto, fluttuanti tra i meli.
Presi La mia prima lettura, che sembrava essere
una storia di due bambini: non riuscivo a leggere le parole.

A pagina tre apparve un cane.
A pagina cinque c’era una palla: uno dei bambini
la lanciò più in alto di quanto sembrasse possibile, dopodiché
il cane fluttuò nel cielo incontro alla palla.
Questa sembrava essere la storia.

Ho girato le pagine. Quando ho finito
ho ripreso a girare, quindi la storia ha assunto una forma circolare,
come lo zodiaco. Mi ha fatto girare la testa. La palla gialla

sembrava epicena, ugualmente
a suo agio nella mano del bambino e nella bocca del cane –

Sotto di me, mani che mi sollevavano.
Potevano essere le mani di chiunque,
un uomo, una donna.
Lacrime che cadono sulla mia pelle scoperta. Di chi sono le lacrime?
O eravamo fuori sotto la pioggia, in attesa che arrivasse la macchina?

La giornata era diventata instabile.
Squarci apparivano nell’ampio blu, o
più precisamente, improvvise nuvole nere
s’imposero sullo sfondo azzurro.

Da qualche parte, nel lontano passato,
mia madre e mio padre
stavano intraprendendo il loro ultimo viaggio,
mia madre bacia affettuosamente la neonata, mio padre
lanciando mio fratello in aria.

Mi sono seduta vicino alla finestra, alternando
la mia prima lezione di lettura con
uno sguardo al passare del tempo, la mia introduzione a
filosofia e religione.

Forse ho dormito. Quando mi sono svegliata
il cielo era mutato. Stava cadendo una leggera pioggia,
rendendo tutto molto fresco e nuovo –

Ho continuato a fissare
gl’incontri frenetici del cane
con la palla gialla, un oggetto
che presto sarebbe stato sostituito
da un altro oggetto, forse un peluche –

E poi all’improvviso si fece sera.
Ho sentito la voce di mio fratello
che chiamava per dire che era a casa.

Come sembrava vecchio, più vecchio di questa mattina.
Posò i suoi libri accanto al portaombrelli
e andò a lavarsi la faccia.
I polsini della sua uniforme scolastica
penzolavano sotto le ginocchia.

Non hai idea di quanto sia scioccante
per una bambina se
qualcosa di continuo si ferma.

In questo caso i suoni della stanza del cucito,
come un trapano, ma molto lontano –

Svanito. Il silenzio era ovunque.
E poi, nel silenzio, passi che risuonano.
E poi eravamo tutti insieme, mia zia e mio fratello.

Poi fu preparato il tè.
Al mio posto, una fetta di torta allo zenzero
e al centro della fetta,
una candela, da accendere più tardi.
Quanto sei tranquilla, disse mia zia.

Era vero –
i suoni non uscivano dalla mia bocca. Eppure
erano nella mia testa, espressi, forse,
come qualcosa di meno esatto, pensato forse,
anche se a quel tempo mi sembravano ancora suoni.

C’era qualcosa là dove non c’era stato niente.
O dovrei dire, non c’era niente
ma era stato contaminato da domande –

Le domande mi circondarono la testa; avevano una qualità
di essere organizzate in qualche modo, come i pianeti –

Fuori stava calando la notte. Era quella
la notte perduta, coperta di stelle, schizzata di luna,
come una sostanza chimica che conserva
tutto quel che è immerso in essa?

Mia zia aveva acceso la candela.

L’oscurità aveva invaso la terra
e sul mare galleggiava la notte
legata a una tavola di legno –

Se avessi potuto parlare, cosa avrei detto?
Penso che avrei voluto dire
addio, perché in un certo senso
era un addio –

Ebbene, cosa potevo fare? Non ero
più una bambina.

Ho trovato confortante l’oscurità.
Potevo vedere, vagamente, il blu e il giallo
barche a vela sulla federa.

Ero sola con mio fratello;
siamo sdraiati al buio, respirando insieme,
l’intimità più profonda.

Mi era venuto in mente che tutti gli esseri umani sono divisi
in coloro che desiderano andare avanti
e quelli che vogliono tornare indietro.
Oppure si potrebbe dire, quelli che desiderano continuare a muoversi
e quelli che vogliono essere fermati sulle loro tracce
come dalla spada fiammeggiante.

Mio fratello mi prese la mano.
Presto anche questo sarebbe volato via
anche se forse, nella mente di mio fratello,
sarebbe sopravvissuto diventando immaginario –

Avendo finalmente iniziato, come fermarsi?
Suppongo che posso semplicemente aspettare di essere interrotta
come nel caso dei miei genitori da un grande albero –
la zattera, per così dire, sarà passata
per l’ultima volta tra le montagne.
Qualcosa, dicono, come addormentarsi,
cosa che mi accingo a fare.

Il giorno dopo potei parlare di nuovo.
Mia zia era felicissima –
sembrava che la mia felicità fosse
passata in lei, ma allora
ne aveva più bisogno, aveva due figli da crescere.

Ero soddisfatta del mio rimuginare.
Ho passato le mie giornate con le matite colorate
(Ho esaurito presto i colori più scuri)
anche se quello che ho visto, come ho detto a mia zia,
era meno un resoconto fattuale del mondo
che una visione della sua trasformazione
susseguente al passaggio attraverso il vuoto di me stessa.

Qualcosa, ho detto, come il mondo in primavera.

Quando non ero preoccupata per il mondo
disegnavo la figura di mia madre
per cui mia zia ha posato,
reggendo, su mia richiesta,
un ramoscello di sicomoro.

Quanto al mistero del mio silenzio:
sono rimasta perplessa
meno per scomparsa della mia anima che
per il suo ritorno, poiché è tornata a mani vuote –

Quanto è profonda questa anima,
come una bambina in un grande magazzino,
che cerca sua madre –

Forse è come un subacqueo
con aria nel serbatoio sufficiente soltanto
ad esplorare le profondità per qualche minuto o giù di lì, –
poi i polmoni lo rimandano indietro.

Ma qualcosa, ne ero sicura, si opponeva ai polmoni,
forse un desiderio di morte
(Uso la parola anima come compromesso).

Ovviamente, in un certo senso non ero a mani vuote:
Avevo le mie matite colorate.
In un altro senso, questo è il mio punto:
avevo accettato dei sostituti.

È stato difficile usare i colori vivaci,
quelli rimasti, anche se mia zia li preferiva ovviamente –
pensava che tutti i bambini dovessero essere spensierati.

E così il tempo è passato: sono diventata
giovane come mio fratello, poi
una persona.

Penso che qui ti lascerò. Così sembra
che non ci sia un finale perfetto.
In effetti, ci sono infiniti finali.
O forse, una volta che si inizia,
ci sono solo finali. 

(© traduzione di Marcello Comitini)

Vento secco del mio Sud

Mi scuso per la lentezza con cui vado pubblicando le poesie della Glück, ma sto poco bene in salute.
Ho il fiato corto, i polmoni gonfi di vento secco del mio Sud e la mia mano sinistra ha qualche difficoltà a muoversi. Nonostante le abbia dedicato (il 24/10) l’eros della mia poesia “I due amanti” , essa ha deciso di non esercitare il tatto, o meglio si è chiusa in un formicolio meditativo dal quale sembra non voler venir fuori. La percepisco prigioniera di un lungo e morbido tubo di gomma che l’ha incapsulata e, attraverso il dito mignolo, la succhia verso terra dove si sconficca e scompare.
In quietante!
Ho rappresentato queste sensazioni di costrizione e di vincolo tra la carne del mio corpo, il sangue formicolante e il buio della terra nell’immagine di apertura di questo post.
Spero che voi, amici lettori e follower, vogliate perdonare questo contrattempo non previsto.
La prossima poesia della Glück che pubblicherò domani sarà quella che dà il titolo all’intera raccolta.
Non ve la perdete!!