Louise Glück, La serie bianca (19)

Immagine dal web

Un giorno segue senza sosta l’altro.
L’inverno è passato. Le luci di Natale si abbassarono
insieme alle stelle malandate
infilzate nelle varie vie dello shopping.
Carri di fiori apparvero sui marciapiedi bagnati,
le ceste di metallo pieni di cotogni e anemoni.

La fine andava e veniva.
O dovrei dire, a intervalli la fine si avvicinava;
sono passata attraverso di lei come un aereo passa attraverso una nuvola.
Dall’altro lato, l’insegna libero brillava ancora sopra la toilette.

Mia zia è morta. Mio fratello si è trasferito in America.

Sul mio polso, il quadrante dell’orologio luccicava nella falsa oscurità
(veniva proiettato un film).
Questa era la sua caratteristica speciale, una sorta di pulsazione bluastra
che ha reso i numeri di facile lettura, anche in assenza di luce.
Principesco, ho sempre pensato.

Eppure l’avanzare sereno della lancetta delle ore
non rappresentava più la mia percezione del tempo
che era diventato un senso di immobilità
espresso come movimento su grandi distanze.

La mano si mosse;
le dodici, mentre guardavo, rimasero sempre quelle.

In effetti il tempo era ormai l’ambiente in cui
ero contenuta con i miei compagni di viaggio,
come il neonato è contenuto nella sua robusta culla
o, per allungare il succo, come il nascituro
sguazza nel grembo materno.

Fuori dal grembo, la terra era scomparsa;
Potevo vedere bagliori di fulmini colpire l’ala.

Quando i miei soldi finirono,
sono andata a vivere per un po’
in una piccola casa sulla proprietà di mio fratello
nello stato del Montana.

Sono arrivata col buio;
all’aeroporto, i miei bagagli erano andati smarriti.

Mi sembrava di essermi mossa
non orizzontalmente ma piuttosto da un punto molto basso
a qualcosa di molto alto,
forse ancora nell’aria.

In effetti, il Montana era come la luna –
Mio fratello ha guidato con sicurezza sulla strada ghiacciata,
di tanto in tanto fermandosi a indicare
qualche rara costruzione.

Stavamo, per lo più, in silenzio.
Mi venne in mente che avevamo ripreso
le posizioni dell’infanzia,
le nostre gambe si toccavano, il volante
ora sostituiva il libro.

Eppure, nel senso più profondo, erano intercambiabili:
mio fratello non sempre aveva guidato,
se stesso e me, fuori dalla nostra squallida camera da letto
in una notte di rocce e laghi
punteggiata di spade che spuntavano qua e là –

Il cielo era nero. La terra era bianca e fredda.

Ho visto la notte svanire. Sopra il bianco della neve
il sole è sorto, tingendo la neve di uno strano colore rosato.

Poi siamo arrivati.
Restammo un po’ nella fredda sala, aspettando che ci riscaldassimo.
Mio fratello ha annotato la mia lista della spesa.
Sul viso di mio fratello
ondate di tristezza alternate a ondate di gioia.

Ho pensato, ovviamente, alla casa in Cornovaglia.
Le mucche, la monotona musica estiva delle campane –

Ho provato, come si può immaginare, un istante di puro terrore.

E poi mi sono ritrovata sola.
Il giorno successivo sono arrivate le mie valigie.

Ho disfatto le mie poche cose.
La fotografia dei miei genitori il giorno del loro matrimonio
a cui avevo aggiunto
una fotografia di mia zia nella sua giovinezza fallita, un souvenir
da lei amato e che mi aveva passato.

Oltre a questi, solo articoli da toeletta e farmaci,
insieme alla mia piccola collezione di abiti invernali.

Mio fratello mi ha portato libri e riviste.
Mi ha insegnato varie tecniche del nuovo mondo
di cui presto non avrei avuto più bisogno.

Eppure questo era per me il nuovo mondo:
non c’era nulla e non doveva succedere nulla.
La neve è caduta. Certi pomeriggi,
ho dato lezioni di disegno alla moglie di mio fratello.

Ad un certo punto ho ripreso a dipingere.

Impossibile formarsi
un qualsiasi giudizio sul valore dell’opera.
Basti dire che i dipinti erano
immensi e interamente bianchi. La vernice era spessa
e applicata con grandi pennellate irregolari –

Campi di bianco e squarci, bagliori
di blu, l’azzurro del cielo occidentale,
o quello che io stessa ho chiamato
quadrante blu. Mi parlava di un altro mondo.

Ho guidato la mia gente, diceva,
nel deserto
dove saranno purificati.

La moglie di mio fratello rimaneva affascinata.
A volte veniva mio nipote
(presto sarebbe diventato il mio compagno di vita).
Vedo, lei diceva, il volto di un bambino.

Intendeva, penso, quei sentimenti emanati dalla superficie,
sentimenti di impotenza o desolazione

Fuori cadeva la neve.
Ero stata, mi sentivo, accettata nella sua quiete.
E allo stesso tempo, ogni tocco era una decisione,
non una decisione consapevole, ma comunque una decisione,
come quando, ad esempio, l’assassino preme il grilletto.

Questo, sta dicendo. Questo è quello che intendo fare.
O forse, cosa devo fare.
Oppure questo è tutto quello che posso fare.
Qui, credo, finisce l’analogia
in una marea di giudizi morali.

Dopo, immagino, non ricorda nulla.
Allo stesso modo, non posso dire esattamente
come sono nati questi dipinti, anche se alla fine
ce n’erano molti, difficili da spedire a casa.

Quando sono tornata, Harry era con me.
È, credo, un ragazzo gentile
con un gusto per la vita domestica.
In effetti, ha imparato a cucinare da solo
nonostante l’esigenze del suo piano di studi.

Andiamo d’accordo. Spesso canta mentre fa il suo lavoro.
Così mia madre cantava (o, più probabilmente, così ha riferito mia zia).
Chiedo, spesso, qualche brano particolare a cui sono legata,
e lui lo impara. È, come ho detto,
un ragazzo premuroso. Le colline sono vive, canta,
ancora ed ancora. E a volte, nei miei stati d’animo più bui,
il Jacques Brel che mi ha stregata.

Il piccolo gatto è morto, nel senso, suppongo,
d’ultima speranza.*

Il gatto è morto, canta Harry,
sarà inutile senza il suo corpo.
Questo, nella voce di Harry, è profondamente rilassante.

A volte la sua voce trema, come per una grande emozione,
e poi per un po’ le colline sono vive copre
il gatto è morto.

Ma non dobbiamo, sostanzialmente, scegliere tra di loro.

Tuttavia, le canzoni più oscure lo suscitano; ogni verso acquista variazioni.

Il gatto è morto: chi premerà, ora,
il suo cuore sul mio cuore per scaldarmi?

La fine della speranza, penso che significhi,
eppure nella voce di Harry sembra che una grande porta si stia aprendo –

Il gatto innevato scompare tra i rami alti;
Cosa vedrò quando lo seguirò?

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

* Fa riferimento al paradosso di Schrödinger

Sulla terrazza

DigitalArt di Marcello Comitini

Eccola sul piccolo terrazzo di fronte
come una tazza di porcellana sospesa nel cielo
la ragazza che stende i panni, le mani bianche
i capelli biondi una maglietta grigia
il resto dietro il bordo della tazza.
Dietro la finestra invece il suo ragazzo la guarda
umiliato distratto assorto nel pensiero
della notte appena trascorsa
Prima di stendere la ragazza alza
ogni singolo capo al sole come se offrisse
in sacrificio la stoffa e la carne delicata
del viso e delle mani. Gli mostra i suoi slip
celesti rosa rossi li posa ordinatamente sui fili
poi quelli neri a pantaloncino del compagno.
Tenendoli in alto ne carezza la stoffa, la tende la liscia la stira
con la speranza negli occhi un po’ malinconici
che il sole
doni vigore a quel ragazzo esausto.


Sur la terrasse

La voici sur la petite terrasse en face
comme une tasse en porcelaine suspendue dans le ciel
la fille étend le linge, ses mains blanches
cheveux blonds un t-shirt gris
le reste derrière le bord de la tasse.
Derrière la fenêtre, son mec la regarde
humilié distrait absorbé dans ses pensées
de la nuit qui vient de passer
Avant d’ étendre, la fille lève
au soleil chaque vêtement comme si elle offrait
en sacrifice le tissu la chair délicate
de son visage et mains. Elle lui montre sa culotte
bleue claire rose rouge et les place parfaitement sur les cordes
puis le short noir de son mec.
En les tenant, elle caresse le tissu, l’étire et le lisse
avec l’espoir dans ses yeux mélancoliques
que le soleil
donne de la force à ce garçon épuisé.


On the terrace

Here she is on the small terrace in front
like a porcelain cup suspended in the sky
the girl hanging out the laundry, her hands white
blonde hair a gray t-shirt
the rest behind the rim of the cup.
Behind the window her boyfriend looks at her
humiliated absent-minded absorbed in thought
of the night just passed
Before laying, the girl raises every single dress
in the sun as if she were offering
in sacrifice, the cloth and delicate flesh
of face and hands. She shows him her panties
light blue pink red lays them neatly on the strands
then her boyfriend’s black shorts.
Holding them up, she caresses the fabric, stretches it and smoothes it
with the hope in her slightly melancholy eyes
than the sun give
strength to that exhausted boy.


En la terraza

Aquí está ela en la pequeña terraza de enfrente.
como una taza de porcelana suspendida en el cielo
la niña tendiendo la ropa, sus manos blancas
cabello rubio una camiseta gris
el resto detrás del borde de la taza.
Detrás de la ventana, su novio la mira.
humillado distraído absorto en pensamientos
de la noche que acaba de pasar
Antes de colgar la chica levanta
al sol cada ropa como si estuviera ofreciendo
en sacrificio la tela y la delicada carne
de su cara y manos. Ella le muestra sus bragas
azul claro rosa rojo, los coloca cuidadosamente en las cuerdas
luego los pantalones cortos negros de su novio.
Sosteniéndolos, acaricia la tela, la estira y la alisa
con l’esperanza en sus ojos un poco melancólicos
que el sol
das fuerza a ese chico exhausto.

Differenze

I tuoi capelli scompigliati dalle mie mani
come rami sottili al vento
spargono oro nel buio della stanza.
Aspetto che mi guardi per vedermi. Vedere
la mia faccia e le mani. Se le guardi
diventano cose vive e tue. Posso
viverne senza perché
ho le tue mani e la tua bocca. E il pube?
Lievi differenze fanno
di me un uomo di te una donna.

Louise Glück, Approccio all’orizzonte (18)

DigitalArt mia

Una mattina mi sono svegliata incapace di muovere il braccio destro.
Avevo sofferto periodicamente di notevoli
dolori su quel lato, il mio braccio da pittrice,
ma in questo caso non c’era dolore.
In effetti, non c’era sensibilità.

Il mio medico è arrivato entro un’ora.
Ci fu subito la richiesta di altri dottori,
vari test, procedure —
Ho mandato via il dottore
e invece ho assunto il segretario che trascrive queste note,
le cui capacità, mi è stato assicurato, sono adeguate alle mie esigenze.
Si siede accanto al letto a testa bassa,
possibilmente per evitare di essere ritratto.

Quindi iniziamo. C’è un senso
di allegria nell’aria,
come se gli uccelli cantassero.
Dalla finestra aperta arrivano ventate di aria dolce e profumata.

Il mio compleanno (ricordo) si sta avvicinando velocemente.
Forse i due grandi momenti collideranno
e vedrò me stessa incontrarsi, andare e venire –
Naturalmente, gran parte del mio io originale
è già morto, quindi un fantasma sarebbe costretto
ad abbracciare una mutilazione.

Il cielo, ahimè, è ancora lontano,
non proprio visibile dal letto.
Esiste ora come ipotesi remota,
un luogo di libertà del tutto svincolato dalla realtà.
Mi ritrovo a immaginare i trionfi della vecchiaia,
immacolati, visionari disegni
fatti con la mia mano sinistra –
“Sinistra”, anche, come “residuo”.

La finestra è chiusa. Di nuovo silenzio, moltiplicato.
E nel mio braccio destro, ogni sensibilità scomparsa.
Come quando la hostess annuncia la conclusione
attraverso l’audio del servizio di bordo.

La sensibilità è scomparsa – mi viene in mente
che sarebbe una bella lapide.

Ma ho sbagliato a suggerire
che questo sia già accaduto.
In effetti, sono stata perseguitata dalla sensibilità;
è il dono dell’espressione
che così spesso mi ha delusa.
Mi ha delusa, mi ha tormentata, praticamente per tutta la vita.

Il segretario alza la testa,
pieno di astratta deferenza
ispirata dall’approccio della morte.
Non può aiutare, realmente, ma essere emozionante,
questo emergere della forma dal caos.

Una macchina, vedo, è stata installata vicino al mio letto
per informare i miei visitatori
del mio progresso verso l’orizzonte.
Il mio stesso sguardo continua a spostarsi su di essa,
linea instabile delicatamente
ascendente, discendente,
come una voce umana in una ninna nanna.

E poi la voce si ferma.
A quel punto la mia anima si sarà fusa
con l’infinito, rappresentato
da una linea retta,
come un segno meno.

Non ho eredi
nel senso che non ho nulla di sostanziale
da lasciare.
Forse il tempo attutirà questa delusione.
Per chi mi conosce bene non sarà una novità;
Lo capisco. Quelli a cui
sono legata dall’affetto
perdoneranno, spero, le distorsioni
imposte dall’occasione.

Sarò breve. Così si conclude,
come dice la hostess,
il nostro breve volo.

E tutte le persone che non si conosceranno mai
si affollano nel corridoio e vengono tutte incanalate
nel terminale.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Tango (It – Fr – Eng – Esp)

Tango di Galya Bukova

L’uomo mi cinge alla vita, mi vuole
mi chiama tra le sue braccia. In silenzio
mi offre il suo corpo. Desidera il calore del mio.
Il frutto caldo e maturo della sua mano
scendendo si adagia
nel solco della mia schiena. Scivola
la musica sui nostri corpi, c’illumina
d’una cecità apparente. A occhi chiusi
poggio il braccio sulle sue spalle.
Carezzo la sua nuca sento sotto le dita
il dorso di un cigno nero.
Seguo attentamente i suoi passi. Lo guardo
in fondo agli occhi. Lo inebrio di bellezza.
Le gambe come steli che reggono nude
il peso del fiore scosso dal vento
flettono, si distendono e i fianchi
flessuosi seguono il ritmo del piacere.
Sono la bambola inerte
che un’anima ribelle ha invaso
giunta chissà da dove. Sfido
guancia contro guancia l’incerto
equilibrio tra passione e dolcezza.
Mi stringe, mi piega verso l’indicibile
come Leda alle sue voglie. Scorre – lo sento –
il mio sangue nelle sue vene. Le sue labbra
tumide chiedono le mie. Fuggo. Ritorno
come una preda tra le braccia del cacciatore.
L’orchestra e il violino
che accompagna triste e languido
il fluire della musica tacciono.
Le coppie si sciolgono. Sorridono. Lentamente
si dimenticano?

Tango
L’homme entoure ma taille, il me veut
il m’appelle dans ses bras. En silence
il m’offre son corps. Il désire la chaleur du mien.
Le fruit chaud et mûr de sa main
en descendant se carre
dans la rainure de mon dos. La musique
glisse sur nos corps nous éclaire
d’une cécité apparente. Les yeux fermés
je pose mon bras sur ses épaules.
Je caresse sa nuque je sens sous mes doigts
le dos d’un cygne noir.
Je suis ses pas attentive. Je regarde
au fond de ses yeux. Je le saoule de beauté.
Mes jambes nues comme des tiges qui tiennent
le poids de la fleur secoué par le vent
fléchissent, se détendent et les hanches
souples suivent le rythme du plaisir.
Je suis la poupée inerte
qu’une âme rebelle a envahi
venue de qui sait où. Je défie
joue contre joue l’incertain
équilibre entre passion et douceur.
Il me serre, me penche vers l’indicible
comme Leda à ses désirs. Ça coule – je le sens –
mon sang dans ses veines. Ses lèvres
charnues demandent les miennes. Je m’enfuis. Je reviens
comme une proie dans les bras du chasseur.
L’orchestre et le violon
accompagnant triste et languissant
le couler de la musique ils taisent.
Les couples se séparent. Elles sourient. Lentement
s’oublient-elles ?

Tango
The man surrounds my hips, he wants me
he calls me into his arms. In silence
he offers me his body. He craves the warmth of mine.
The warm and ripe fruit of his hand
going down it rests
in the groove of my back. The music slips
on our bodies, it lights up us
of an apparent blindness. With closed eyes
I rest his arm on his shoulders.
I caress the back of his neck. I feel under my fingers
the back of a black swan.
I follow his steps carefully. I watch
deep in the his eyes. I inebriate him with beauty.
The bare legs like stems that support
the weight of the flower shaken by the wind
they flex, stretch and the hips
supple they follow the rhythm of pleasure.
I am the inert doll
that a rebellious soul has invaded
came from who knows where. I challenge
cheek to cheek the uncertain
balance between passion and sweetness.
It hugs me, bends me towards the unspeakable
like Leda at the his wishes. It flows – I feel it –
my blood in his veins. His lips
tumide ask for mine. I flee. I return
like a prey in the hunter’s arms.
The orchestra and the violin
accompanying sad and languid
the flow of music, are silent.
Couples break up. They smile.
Do they slowly forget?

Tango
El hombre me rodea cintura, me quiere
me llama a sus brazos. En silencio
me ofrece su cuerpo. Pide el calor del mío.
El fruto caliente y maduro de su mano
bajando se reclina
en el surco de mi espalda. Se resbala
la musica en nuestros cuerpos nos ilumina
de una aparente ceguera. Con los ojos cerrados
descanso mi brazo sobre sus hombros.
Acaricio su cuello, siento bajo mis dedos
la espalda de un cisne negro.
Sigo sus pasos con cuidado. Yo miro
en profundo de sus ojos. Lo embriago de belleza.
Piernas como tallos que se sostienen desnudos
el peso de la flor sacudida por el viento
flexionar, estirar y caderas
flexibles siguen el ritmo del placer.
Yo soy la muñeca inerte
que un alma rebelde ha invadido
venida de quién sabe de dónde. Yo desafío
mejilla con mejilla lo incierto
equilibrio entre pasión y dulzura.
Me abraza, me inclina hacia lo indecible
como Leda a sus deseos. Fluye – lo siento –
mi sangre en sus venas. Sus labios
carnosos preguntan los míos. Yo huyo. Regreso
como una presa en los brazos del cazador.
La orquesta y el violín
que acompaña triste y lánguido
el fluir de la música, callan.
Las parejas se rompen. Se sonrien. ¿Despacio
se olvidan?

Piuma – Plume – Feather – Pluma

DigitalArt di Marcello Comitini

Oscilli nell’aria, foglia ferita dall’autunno
sfuggita appena in tempo alle mie mani.
Lievi soffi di vento ti sollevano incerti
dove lasciarti approdare, in quale silenzio
lontano dall’arido asfalto
che i miei piedi calpestano.
Scivoli in basso, piuma insanguinata
del crepuscolo, t’innalzi sulle ali del vento
che vorrebbe sottrarti al destino
dei miei sentimenti abbandonati lì per caso.
Se potessi volare. Se potessimo
incontrarci avremmo una voglia comune
una storia simile da narrare.
Con uno scatto improvviso il vento
ti lascia cadere tra le cose morte
che inutilmente evito.

Piegare le mie arterie indurite e raccoglierti?


Plume

Tu te balances dans l’air, feuille blessée par l’automne
échappée de mes mains juste à temps.
De rafales légères de vent te soulèvent incertaines
où te laisser atterrir, dans quel silence
loin de l’asphalte aride
que mes pieds piétinent.
Tu glisses en bas, plume ensanglantée
du crépuscule, tu te lèves sur les ailes du vent
qui voudrait t’éloigner du destin
de mes sentiments laissés là par hasard.
Si je pouvais voler. Si nous pouvions
nous rencontrer nous aurions un désir commun
une histoire similaire à raconter.
Avec un brusque coup le vent
te laisse tomber parmi des choses mortes
que j’évite inutilement.

Plier mes artères durcies et te recueillir?


Feather

You swing in the air, leaf injured by autumn,
escaped my hands just in time.
Slight puffs of wind lift you uncertain
where to let you land, in what silence
away from the arid asphalt
that my feet trample.
You slide down, bloody feather
of the dusk, you rise on the wings of the wind
that would like to save you from destiny
of my feelings left there by chance.
If I could fly. If we could
meet we would have a common desire
a similar story to tell.
With a sudden breath the wind
lets you fall among the dead things
which I needlessly avoid.

Bend my hardened arteries and pick you up?


Pluma

Te balanceas en el aire, hoja herida por el otoño,
te escapaste de mis manos justo a tiempo.
Leves ráfagas de viento te levantan inseguro
donde dejarte aterrizar, en que silencio
lejos del árido asfalto
que mis pies pisotean.
Te deslizas hacia abajo, pluma sangrienta
del crepúsculo, te levantas sobre las alas del viento
quien quisiera alejarte del destino
de mis sentimientos dejados ahí por casualidad.
Si pudiera volar. Si pudiéramos encontrarnos
tendríamos un deseo común
una historia similar que contar.
Con un repentino chasquido el viento
te deja caer entre cosas muertas
que evito innecesariamente.

¿Doblar mis arterias endurecidas y lecogertete?

L’ultimo video (It – Fr – Eng)

Edvard Munch, La fanciulla malata, 1885-86

Sparire per farsi comprendere.
Lo racconto a parole, se hai pazienza.
Ma se punti l’obiettivo ti mostro
anche il viso gli occhi e il cuore. Ecco, così.
Fai un passo in avanti per inquadrare meglio
la bocca e gli occhi. Mi vedi?
Stai puntando proprio me o la lente
tonda e scura come le pupille di bue confonde
le crepe del muro con i solchi del viso?
Perché una nuvola che sfuma in bel disegno
si scioglie nell’incanto del cielo?
Dopo tanto cammino tra le nebbie
dolcissime dell’altitudine, poi lento e paziente
perché un fiume si disperde nel mare?
La morte genera vita – non quella
che non sono stato capace di vivere,
quella che volontariamente o meno ho generata,
quella stanca che abita il corpo e la mente -.
Quella nera che giorno dopo giorno
mi hanno aiutato a iniettarmi
che tanto sapore di morte possiede. Quella
che neppure riuscivano a vedere
con i loro silenzi l’indifferenza
la loro commiserazione.
Rispondere al pianto con una parola
una pacca sulle spalle un abbraccio
mentre i loro occhi spaziano
in un mondo a me estraneo e lontano
mi ha aiutato vedere quanto deserto
e desolazione sta nella notte che mi avvolge.
Mai nessuno mi ha visto. Anche tu
amore mio
che punti l’obiettivo, freddo come la canna
di pistola che la mia codardia ha allontanata. L’altra tua
pupilla, non quella che si sta specchiando cieca
nel riflesso oscuro del mirino, è cieca
dietro la palpebra chiusa. Guarda
– luna che ascolti il canto del cigno –
le labbra si schiudono fameliche
a inghiottire questa manciata di sassolini bianchi
raccolti nel palmo della mano. Ascolta
il gorgogliare inebriante del fiume,
che accompagna il loro scendere
lungo la gola. La prima mossa è fatta.
Ora lentamente ne lascio scivolare altri
nella bocca a labbra chiuse.
Uno ad uno come l’eco di una ninnananna
della madre che si allontana o si addormenta.
Accompagna se puoi con gli occhi accecati di lacrime
il mio lento scivolare, il lento
sciogliermi nel mare dell’oblio. Ma non spegnere
la telecamera. Lascia che questo video
abbia un finale muto. Una luce
che si abbuia senza la parola fine. Ecco,
ti ho mostrato come ci uccidono.

La dernière vidéo

Disparaître pour être compris.
Je vais le dire avec des mots, si tu as de la patience.
Mais si tu pointes l’objectif, je vais te montrer
aussi le visage, les yeux et le cœur. Voilà.
Fais un pas en avant pour un meilleur cadrer
la bouche et les yeux. Me vois-tu?
Pointes-tu juste moi ou l’objectif,
rond et sombre comme les pupilles d’un bœuf, confonde-t-il
les fissures dans le mur avec les sillons du visage?
Pourquoi un nuage qui se nuance dans un beau design
se fond-il dans l’enchantement du ciel?
Après une longue marche dans les brumes
les plus douces de l’altitude, puis lente et patiente
pourquoi une rivière se disperse-t-elle dans la mer?
La mort engendre la vie – pas la vie
que je n’ai pas été capable de vivre,
celle que j’ai généré volontairement ou non,
celle fatiguée qui habite le corps et l’esprit -.
Celle noire qui jour après jour
ils m’ont aidé à m’injecter
qui a tellement de saveur de mort. Celle
qu’ils n’arrivaient même pas voir
avec leurs silences, l’indifférence
leur commisération.
Répondre aux pleurs avec un mot
une tape dans le dos un câlin
pendant que leurs yeux errent
dans un monde étranger et lointain
ça m’a aidé à voir combien de désert
et désolation réside dans la nuit qui m’enveloppe.
Personne ne m’a jamais vu. Toi aussi
mon amour
qui pointe l’objectif , froide comme le canon
de l’arme que ma couardise a chassé. L’autre
pupille, pas celle qui se reflète aveugle
dans le reflet sombre du viseur, elle est aveugle
derrière la paupière fermée. Regarde
– lune écoutant le chant du cygne –
les lèvres s’ouvrent affamées
pour avaler cette poignée de galets blancs
recueillis dans la paume de la main. Ecoute
le bouillonnement enivrant de la rivière,
accompagnant leur descente
le long de la gorge. Le premier pas est fait.
Maintenant je laisse les autres glisser lentement
dans la bouche avec les lèvres fermées.
Un à un comme l’écho d’une berceuse
de la mère qui s’en va ou s’endort.
Accompagne si tu le peux les yeux aveuglés par les larmes
mon lent glissement, mon lent
dissoudre dans la mer de l’oubli. Mais n’éteins pas
la caméra. Laisse cette vidéo
avoir une fin muette. Une lumière
qui s’assombrit sans le mot fin. Voici,
Je t’ai montré comment ils nous tuent.

The last video

To disappear to be understood.
I’ll say it in words, if you have patience.
But if you aim the camera, I show you
also the face, eyes and heart. So!
Take a step forward for better to frame
the mouth and eyes. Do you see me?
Are you just pointing at me or the lens
round and dark like the pupils of an ox, he confuses
the cracks in the wall with the furrows of my face?
Why a cloud that nuanced in a beautiful design
does it blend into the enchantment of the sky?
After a long walk in the mists
softest of the altitude, then slow and patient
why does a river scatter in the sea?
Death begets life – not life
that I haven’t been able to live,
the one I generated voluntarily or not,
the tired one that inhabits the body and the mind -.
The black one who day after day
they helped me to inject myself
that has so much of the flavor of death. That
that they couldn’t even see
with their silences, indifference
their commiseration.
To respond to crying with a word
a pat on the back a hug
while their eyes wander
in a foreign and distant world
it helped me see how much desert
and desolation resides in the night which envelops me.
No one has ever seen me. You too
my love
who points the target, cold as a the barrel
of of the gun my cowardice chased away. The other
pupil, not the one that reflects blind
in the dark reflection of the viewfinder she is blind
behind the closed eyelid. Look
– moon listening to the swan song –
the hungry lips that open
to swallow that handful of white pebbles
collected in the palm of the hand. Listen
the intoxicating bubbling of the river,
accompanying their descent
along the throat. The first step is taken.
Now I let the others slide slowly
in the mouth with closed lips.
One by one like the echo of a lullaby
of the mother who goes away or falls asleep.
Accompany if you can, eyes blinded by tears
my slow slide, my slow
dissolve in the sea of oblivion. But don’t turn off
the camera. Leave this video have a mute ending. A light
which darkens without the final word. So there!
I showed you how they kill us.

Otto Marzo

Vorrei che questo libro, le cui poesie celebrano il dolore di donne umiliate, vinte e spesso uccise, si trasformasse presto in testimone di una realtà lontana.

È l’aria d’una estate appena iniziata
nell’ora che l’alba tinge di rosa
ai piedi di acacie si lasciano sfiorire
teneri piumini sul grigio dell’asfalto.
Addossata a un muro farnetico
il viso stravolto di vino e di droga.
Dal buio della mente sbavano ricordi.
Brancolo, mormoro con voce smorta
“Amore dell’oltraggio”
e sfibro in un canto tenero e insensato
il candore di donna sospesa a un amore.
In gola mi è rimasto il pianto
che aggriccia e mescola
l’impasto fiammante delle labbra.
A occhi chini e il capo che ondeggia
sul petto nudo sussurro: “Amore,
con tutta la tua tenerezza
torci il mio cuore, mi strappi un sorriso
inietti nelle mie vene il veleno dei sogni
e nella carne i segni
del tuo possesso straziante.
Qui, nell’abbaglio del giorno appena nato
contro questo muro aspro
che graffia la schiena
come nella notte che mi hai annientato l’anima
con i tuoi baci e le tue crudeltà
ti piango trafitta dalla luce del sole
e con tutto il mio amore ti maledico.”
Mi stacco dal muro barcollo
cingo con le braccia il tronco candido
lo tingo di rosso con i miei baci
e il sangue che cola tra le mie gambe.

da Donne Sole, pag.26 – Edizioni Caffè Tergeste, 2020
acquistabile Qui o Qui

Ti riveli nel tramonto (Ita – Fr – Eng – Esp)

Quadro di Domenico Paladino

Ti riveli nel tramonto quando le foglie
si chiudono nel giallocupo
degli occhi del gatto e all’alba svanisci
nella nuvola disciolta al sole. Lasci
tra le mani un sapore lieve di speranza
e negli occhi visioni immense di giorni felici.
Perché c’inganni? Come bambini impazziti
costretti all’obbedienza
attendiamo che torni a consolarci,
rendere il suono della nostra voce
musica che ammalia non quel gracidare
informe delle nostre bocche
quando dolore e amarezza ci spingono
sull’orlo della disperazione a invocarti.
O siamo noi l’inganno?
Tu appari e svanisci e noi avidi di sapere siamo
artiglio che ci ferisce, lama tagliente che scava
nella ferita del nostro essere.

Tu te révèles au coucher du soleil quand les feuilles
se ferment dans le jaune foncé
des yeux du chat et à l’aube tu disparais
dans le nuage dissous au soleil. Tus laisses
un léger goût d’espoir entre nos mains
et aux yeux d’immenses visions de jours heureux.
Pourquoi nous trompes-tus? Comme des enfants fous
obligés d’obéir
nous attendons que tus reviens pour nous consoler,
rendre le son de notre voix
musique qui fascine, non le coassement
informe de nos bouches
quand la douleur et l’amertume nous poussent
au bord du désespoir pour t’invoquer.
Ou sommes-nous la tromperie?
Tus apparais et disparais et nous, avides de savoir, sommes
griffe qui nous blesse, lame tranchante qui creuse
dans la blessure de notre être.

You reveal yourself in the sunset when the leaves
close in the yellow wolf
of the cat’s eyes and at dawn you disappear
in the cloud dissolved in the sun. You leave
a faint taste of hope in our hands
and in the eyes immense visions of happy days.
Why are you deceived? Like crazy children
forced to obey
we are waiting for you to come back to console us,
transform the sound of our voice
in music that captivates not that croaking
shapeless of our mouths
when pain and bitterness push us
to the brink of despair to invoke you.
Or are we the deception?
You appear and vanish and we, eager to know, are
claw that cuts us, sharp blade that digs
in the wound of our being.

Te revelas al atardecer cuando las hojas
se cierran en el lobo amarillo
de los ojos del gato y al amanecer desapareces
en la nube disuelta en el sol. Dejas
un leve sabor de esperanza en nuestras manos
y en los ojos visiones inmensas de días felices.
¿Por qué estás engañado? Como niños locos
obligados a obedecer
estamos esperando que vuelvas a consolarnos,
transforma el sonido de nuestra voz
en la música que cautiva no ese croar
informe de nuestras bocas
cuando el dolor y la amargura nos empujan
al borde de la desesperación para invocarte.
¿O somos el engaño?
Aparece y desaparece y nosotros, ansiosos por saber, somos
garra que nos corta, hoja afilada que excava
en la herida de nuestro ser.

Louise Glück, Uno scorcio del viaggio (17)

dal Web

Ho trovato le scale un po’ più difficili di quanto mi aspettassi e così mi sono seduta, per così dire, a metà del viaggio. Poiché c’era una grande finestra di fronte alla ringhiera, ho potuto intrattenermi con i piccoli drammi e le commedie fuori in strada, anche se non passava nessuno che conoscevo, nessuno, certamente, che avrebbe potuto aiutarmi. Né le scale stesse erano frequentate, per quel che potessi vedere. Devi alzarti, ragazza mia, mi dissi. Poiché questo sembrava all’improvviso impossibile, ho fatto la cosa migliore: mi sono preparata a dormire, sulle scale in alto la testa e le braccia, sotto il mio corpo accucciato. Qualche tempo dopo, una bambina apparve in cima alle scale, tenendo la mano di una donna anziana. Nonna, gridò la ragazzina, c’è una morta sulle scale! Dobbiamo lasciarla dormire, disse la nonna. Dobbiamo camminare in silenzio. Si trova a quel punto della vita in cui né tornare all’inizio né avanzare verso la fine sembrano sopportabili; perciò ha deciso di fermarsi, qui, in mezzo, anche se questo la rende un ostacolo per gli altri, come noi. Ma non dobbiamo rinunciare alla speranza; nella mia vita, ha continuato, c’è stato un tempo simile, anche se molti anni addietro. E qui, ha lasciato che sua nipote le camminasse davanti in modo che potessero sorpassarmi senza disturbare.

Mi sarebbe piaciuto ascoltare tutta la storia, poiché al suo passaggio sembrava una donna vigorosa, pronta a godere della vita, e allo stesso tempo schietta, senza illusioni. Ma presto le loro voci svanirono in sussurri, o erano lontane. La vedremo quando torneremo, mormorò la bambina. Se ne sarà andata da tempo, disse la nonna, avrà finito di salire o scendere, a seconda dei casi. Allora le dirò addio adesso, disse la bambina. E si è inginocchiata sotto di me, cantando una preghiera che ho riconosciuto come la preghiera ebraica per i morti. Signora, sussurrò, mia nonna mi dice che non sei morta, ma ho pensato che forse questo avrebbe placato i tuoi terrori, e io non sarò qui a cantarla al momento giusto.

Quando la sentirai di nuovo, disse, forse le parole saranno meno intimidatorie, se ricordi come le avevi sentite per la prima volta, dalla voce di una bambina.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini