Paul Éluard – Poter dire tutto

Il bravissimo Luigi Maria Corsanico legge la poesia di Paul Éluard “Poter dire tutto” nella mia traduzione.

Poter dire tutto

Paul Eluard Copertna

Tutto sta nel dire tutto e io non ho parole
E non ho tempo e non ho l’audacia
Io sogno ed espongo a caso le mie immagini
Ho vissuto male e male ho appreso a parlare chiaro

Dire tutto le rocce la strada e i selciati
Le strade e i loro passanti i campi e i pastori
La lanugine della primavera la ruggine dell’inverno
Il freddo e il caldo che compongono un solo frutto

Voglio mostrare la folla e ogni uomo in dettaglio
Con ciò che gli dà forza e che lo fa disperare
E sotto le sue stagioni d’uomo tutto ciò che lui illumina
La sua storia e il suo sangue la sua storia e il suo dolore

Voglio mostrare la folla immensa separata
La folla compartimentata come in un cimitero
E la folla più forte della sua ombra impura
Che ha infranto le sue mura che ha sconfitto i suoi padroni

La famiglia delle mani la famiglia delle foglie
E l’animale errante senza personalità
Il fiume e la rugiada feconde e fertili
La giustizia in piedi la felicità ben impiantata

La felicità di un bambino saprò mai dedurla
Dalla sua palla o dalla sua bambola o dal bel tempo
E la felicità di un uomo avrò mai la fermezza
Di dirla secondo la moglie e i suoi figli

Sarò mai in grado di chiarire l’amore e le sue ragioni
La sua tragedia di piombo la sua commedia di paglia
I gesti meccanici che lo rendono quotidiano
E le carezze che lo rendono eterno

E sarò mai capace di mettere insieme il raccolto
Al letame proprio come si fa con la bellezza
Potrò paragonare il bisogno al desiderio
E l’ordine meccanico all’ordine del piacere

Avrò mai abbastanza parole per liquidare l’odio
Per l’odio sotto l’ ala enorme delle collere
E mostrare la vittima che schiaccia i carnefici
Saprò colorare la parola rivoluzione

L’oro libero dell’alba in occhi sicuri di sé stessi
Nulla gli somiglia tutto è nuovo tutto è prezioso
Sento piccole parole divenire massime
L’intelligenza è semplice al di là delle sofferenze

Come saprò mai dire quanto io sia contro
le manie assurde create dalla solitudine
Ho rischiato di morire senza potermi difendere
Come ne muore un eroe legato imbavagliato

Ho rischiato d’essere dissolto corpo cuore spirito
Senza forme e anche con tutte le forme
Di cui si circondano marciume e decadimento
E compiacenza e guerra indifferenza e crimine

Poco mancò che i miei fratelli non mi dessero la caccia
Mi sono affermato senza capire nulla della loro lotta
Credevo di cogliere nel presente più di quanto lui non possedesse
Ma non avevo alcuna idea dell’indomani

Alla fin fine, devo tutto ciò che sono
Agli uomini che hanno saputo cosa contiene la vita
A tutti gli insorti che controllano i loro strumenti
E controllano il loro cuore e si stringono la mano

Uomini continuamente tra umani senza una piega
Un canto che sale e dice quello che sempre si dice
Coloro che indirizzano il nostro futuro contro la morte
Contro i sotterranei dei nani e dei pazzi.

Potrò mai dire infine che si è aperta la porta
Della cantina dove le botti proiettano la loro massa scura
Sulla vigna o il vino imprigiona il sole
Usando le parole dello stesso viticoltore

Le donne sono scolpite come l’acqua o la pietra
Tenere o troppo integre dure o leggere
Gli uccelli passano attraverso altri spazi
Un cane domestico si trascina alla ricerca di un vecchio osso

La mezzanotte non ha più eco che per un uomo molto vecchio
Che rovina il suo tesoro in canzoni banali
Anche questa ora della notte non è persa
Io mi addormenterò solo se altri si svegliano

Potrò mai dire che niente vale la giovinezza
Mostrando il solco dell’età sulla guancia
Niente vale la sequenza infinita di riflessi
Iniziando dall’impeto di semi e fiori

Iniziando da una parola schietta e cose reali
La fiducia andrà senza idea di ritorno
Io voglio che si risponda prima di chiedere
E nessuno parlerà una lingua straniera

E nessuno avrà voglia di calpestare un tetto
Incendiare le città seppellire i morti
Perché avrò tutte le parole che giovano a costruire
E che fanno credere nel tempo come unica fonte

Bisognerà ridere ma rideremo di salute
Rideremo di essere fraterni in ogni momento
Saremo buoni con gli altri come lo si è
Con sé stessi quando si ama d’essere amati

I brividi delicati lasceranno posto alle onde
Della gioia di esistere più fresca del mare
Niente ci farà più dubitare di questo poema
Che scrivo oggi per cancellare ieri.

Paul Éluard,Pouvoir tout dire, 1950 (Traduzione di Marcello Comitini)

 

Pouvoir tout dire

Le tout est de tout dire et je manque de mots
Et je manque de temps et je manque d’audace
Je rêve et je dévide au hasard mes images
J’ai mal vécu et mal appris à parler clair

Tout dire les rochers la route et les pavés
Les rues et leurs passants les champs et les bergers
Le duvet du printemps la rouille de l’hiver
Le froid et la chaleur composant un seul fruit

Je veux montrer la foule et chaque homme en détail
Avec ce qui l’anime et qui le désespère
Et sous ses saisons d’homme tout ce qu’il éclaire
Son histoire et son sang son histoire et sa peine

Je veux montrer la foule immense divisée
La foule cloisonnée comme en un cimetière
Et la foule plus forte que son ombre impure
Ayant rompu ses murs ayant vaincu ses maîtres

La famille des mains la famille des feuilles
Et l’animal errant sans personnalité
Le fleuve et la rosée fécondants et fertiles
La justice debout le bonheur bien planté

Le bonheur d’un enfant saurai-je le déduire
De sa poupée ou de sa balle ou du beau temps
Et le bonheur d’un homme aurai-je la vaillance
De le dire selon sa femme et ses enfants

Saurai-je mettre au clair l’amour et ses raisons
Sa tragédie de plomb sa comédie de paille
Les actes machinaux qui le font quotidien
Et les caresses qui le rendent éternel

Et pourrai-je jamais enchaîner la récolte
A l’engrais comme on fait du bien à la beauté
Pourrai-je comparer le besoin au désir
Et l’ordre mécanique à l’ordre du plaisir

Aurai-je assez de mots pour liquider la haine
Par la haine sous l’aile énorme des colères
Et montrer la victime écrasant les bourreaux
Saurai-je colorer le mot révolution

L’or libre de l’aurore en des yeux sûrs d’eux-mêmes
Rien n’est semblable tout est neuf tout est précieux
J’entends de petits mots devenir des adages
L’intelligence est simple au-delà des souffrances

Comment saurai-je dire à quel point je suis contre
Les absurdes manies que noue la solitude
J’ai failli en mourir sans pouvoir me défendre
Comme en meurt un héros ligoté bâillonné

J’ai failli en être dissous corps cœur esprit
Sans formes et aussi avec toutes les formes
Dont on entoure pourriture et déchéance
Et complaisance et guerre indifférence et crime

Il s’en fallut de peu que mes frères me chassent
Je m’affirmais sans rien comprendre à leur combat
Je croyais prendre au présent plus qu’il ne possède
Mais je n’avais aucune idée du lendemain

Contre la fin de tout je dois ce que je suis
Aux hommes qui ont su ce que la vie contient
A tous les insurgés vérifiant leurs outils
Et vérifiant leur cœur et se serrant la main

Hommes continuement entre humains sans un pli
Un chant monte qui dit ce que toujours on dit
Ceux qui dressaient notre avenir contre la mort
Contre les souterrains de nains et des déments.

Pourrai-je dire enfin la porte s’est ouverte
De la cave où les fûts mettaient leur masse sombre
Sur la vigne ou le vin captive le soleil
En employant les mots de vigneron lui-même

Les femmes sont taillées comme l’eau ou la pierre
Tendres ou trop entières dures ou légères
Les oiseaux passent au travers d’autres espaces
Un chien familier traîne en quête d’un vieil os

Minuit n’a plus d’écho que pour un très vieil homme
Qui gâche son trésor en des chansons banales
Même cette heure de la nuit n’est pas perdue
Je ne m’endormirai que si d’autres s’éveillent

Pourrai-je dire rien ne vaut que la jeunesse
En montrant le sillon de l’âge sur la joue
Rien ne vaut que la suite infinie des reflets
A partir de l’élan des graines et des fleurs

A partir d’un mot franc et des choses réelles
La confiance ira sans idée de retour
Je veux que l’on réponde avant que l’on questionne
Et nul ne parlera une langue étrangère

Et nul n’aura envie de piétiner un toit
D’incendier des villes d’entasser des morts
Car j’aurai tous les mots qui servent à construire
Et qui font croire au temps comme à la seule source

Il faudra rire mais on rira de santé
On rira d’être fraternel à tout moment
On sera bon avec les autres comme on l’est
Avec soi-même quand on s’aime d’être aimé

Les frissons délicats feront place à la houle
De la joie d’exister plus fraîche que la mer
Plus rien ne nous fera douter de ce poème
Que j’écris aujourd’hui pour effacer hier .

Septembre 1950 Recueil “dignes de vivre pouvoir tout dire” Tchou Editeur
 

 

 

 

Intervista al poeta e scrittore Marcello Comitini

Ringrazio di cuore Pier Carlo Lava per avermi sollecitato con questa intervista a alzare quel pesante velo di riservatezza dietro cui mi celo quando mi presento agli altri (amici o estranei che siano).

Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Intervista al poeta e scrittore Marcello Comitini

di Pier Carlo Lava

Alessandria today è lieta di presentare in esclusiva per il blog un intervista tutta da leggere, al poeta e scrittore Marcello Comitini, che ringraziano per la sua cortese disponibilità

Marcello ciao e benvenuto su Alessandria today. È veramente un piacere ospitarti. Ci vuoi raccontare chi sei, cosa fai nella vita oltre a scrivere e qualcosa della città dove vivi?

Grazie del benvenuto, Pier Carlo. Sono io che ti ringrazio di questa ospitalità che mi permette di far conoscere anche ai vostri numerosissimi lettori quali realtà si muovono nella mente di chi scrive poesie per mestiere, il mestiere che ha sempre desiderato in cuor suo, anche se, come tutti i lavori o mestieri, richiede fatica. 

Non so cosa faccio nella vita, come non so cosa faccio iodella miavita perché non sono mai stato in grado di coniugare ciò…

View original post 3.079 altre parole

Encore ma mère . Anise Koltz.

Dal blog “Lire dit-elle” di Barbara Auzou traduco questa poesia della poetessa lussemburghese Anise Koltz che esprime i propri sentimenti verso una madre dal carattere particolarmente forte, o almeno così percepito da una figlia che appare un po’ sperduta nel mondo (anche se la sua vita personale è di tutt’altro tenore – ma è possibile che nella madre abbia descritto sé stessa).

ANCORA MIA MADRE

Da ottant’anni
mia madre mi mette al mondo
e mi sotterra
quotidianamente

Porto il suo nome
come una camicia di forza

Succhiando dal suo seno
mi sono addormentata
per interi secoli
mentre lei lavorava
i miei campi

Svegliandomi
sono crollata
sotto le sue parole acide

Nel suo corpo
 era inacidito il latte.

 

Lire dit-elle

anise_koltz
ENCORE MA MÈRE

Depuis quatre-vingts ans
ma mère me met au monde
et m’enterre
quotidiennement

Je porte son nom
comme une camisole de force

Suçant son sein
je me suis endormie
pendant des siècles
tandis qu’elle labourait
mes champs

En me réveillant
je me suis effondrée
sous ses paroles acides

Dans son corps
le lait avait tourné

View original post

L’ho fatto lentamente

Caltagironerit

Caltagirone, Scalinata Santa Maria del Monte – foto di Laura Galvagno

a Laura Galvagno

Quando sono andato via dalla mia città
l’ho fatto lentamente
portandomi dietro come un Koala ferito
tutta la famiglia,
i piccoli piangenti e la felicità di mia moglie
sognando un futuro migliore.
L’ho fatto lentamente.
Sono partito e poi tornato da solo e ripartito per non sentire
il sangue che bruciava tra i brandelli di pelle lacera.
Sono andato via e nessuno mi ha detto addio
oppure ritorna.
Non sono più tornato anche se ho continuato a passeggiare
ancora per le sue strade ed ho incontrato i volti
bruciati dalla lava e ho teso la mia mano per stringere
mani fredde che credevo di conoscere.
Come potrei tornare ora che una pelle nuova ricopre le mie ferite
e nel mio cuore non sono più capace di portare tutta la famiglia,
ora che sono solo con il ricordo della mia città,
e un nuovo amore senile si stringe al mio corpo
con le sue mani bianche che non fanno futuro.

 

 

Marcello Comitini, scrittore e poeta, note biografiche in attesa dell’intervista

La mia biografia sul sito Alessandria today. A breve Pier Carlo Lava pubblicherà in esclusiva una mia intervista È per me un onore essere ospite di un sito così vivace e variegato, in cui confluiscono voci e notizie da tutto il mondo e in cui l’arte occupa un posto non irrilevante.

Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Marcello Comitini, scrittore e poeta, note biografiche in attesa dell’intervista

Marcello_Comitini-453x340 copia

Alessandria today è lieta di pubblicare la biografia dello scrittore e poeta Marcello Comitini, del quale in seguito verrà pubblicata anche un intervista in esclusiva.

Biografia 

Marcello Comitini, siciliano, nato a Catania, laureato in Giurisprudenza, vive attualmente a Roma.

Ha svolto diversi mestieri, tra i quali insegnante di fotografia e cinematografia, analista dei processi produttivi delle aziende creditizie, direttore organizzativo del teatro Ambra Jovinelli.

Ha smesso di lavorare nel 2003.

A ventinove anni ha pubblicato la raccolta di poesie “Un ubriaco è morto” (Misuraca Editore). È seguita una pausa trentennale, durante la quale ha tradotto parecchi autori dal francese, fra cui “I fiori del Male” di Baudelaire, “Pescatore d’acqua” di Guy Goffette, “La penombra dell’oro” di Jean Mambrino, “Lignes de fuite” di Pascal Hermouet.

Ha pubblicato: “Formule dell’anima” nel 2011, il libro di poesia e arte “Di cremisi e…

View original post 175 altre parole

42 perle di Donatella Pezzino (recensione)

Donatella Pezzino

 

Lungo il cammino che Donatella Pezzino ha compiuto  – e che ancora continua a compiere – nella intimità clandestina della pagina, attraverso 42 poesie pubblicate sul sito di Bibbia d’asfalto (http://poesiaurbana.altervista.org/category/autore-donatela-pezzino) e raccolte a formare un “filo di perle”, Donatella incontra una donna dal carattere schivo ma cordiale, romantica ma proiettata verso il futuro, maliziosa e docile come solo la dolcezza può rendere maliziosamente docile una donna. Si sono affiancate e camminando hanno iniziato a parlare. Nel corso del dialogo, il volto di una delle due è celato dietro una maschera. Non è possibile capire chi sia la più giovane, chi delle due abbia più esperienza della vita. Né è possibile sapere chi parla, e se sia un dialogo o un monologo. Sembra più che altro un emozionante, e alquanto strano, scambio di segnali che si svolge tra una che parla e l’altra che ascolta soltanto. Eppure non si può dubitare che sia un vero e proprio dialogo perché di una cosa si può essere certi: a colei che parla tracciando segni verbali, l’altra risponde con segni che suscitano e diffondono nell’aria colori, vibrazioni, profumi, sogni,ricordi, fantasie, immagini di donne vissute nel passato ma ancora presenti, uomini leggeri (amati?) come una nuvola ma che hanno saputo lasciare tracce insanguinate . Il dialogo interiore assume per il lettore il tono di una lettera indirizzata a una sconosciuta. Una lettera che, dal proprio mondo, Donatella lancia nel futuro portando con sé la consapevolezza

che anche le cornici

s’impolverano

qualche volta; e hanno l’odore

dell’amore rimasto in gola,

quel dolce triste della frutta cotta

Il dialogo inizia nel profondo del proprio intimo ma si manifesta con l’invito, rivolto alla compagna, a parlare per prima, a evocare ricordi comuni, in cui tutto si illumina di colori e profumi malinconici:

raccontami il paese, col grigiore finto-dormiente

delle case, e un’afa di mele mature

per le salite ombrose; e dimmi

delle vendemmie, e del cielo aspro e antico

dove tutto svaniva. Dimmi. Di te

Le interlocutrici dunque non sono due che non si conoscono: Hanno vissuto esperienze comuni. Ma quando? E adesso che dialogano, perché a volte colei che parla si rivolge alla compagna come se fosse andata via? È solo una sensazione provocata dal fatto che i verbi utlizzati sono quasi tutti al passato?

C’eri tu al posto di questa balaustra sporca di sabbia,

e la tua casa inghiottita da una voragine spaventosa

insieme ai roseti, alle terrazze umide di frutti

Ma il lettore sente con chiarezza che la compagna è lì accanto a colei che parla e la inonda di ricordi colmi di domande e di risposte mai risolutive.

Tu sai a cosa penso se mi chiedono di scrivere

dentro a una di quelle finestrelle di carta che si aprono:

non al cestino del pane usato per la frutta,

non alla crocchia, al grembiule che copre una parola di troppo

o alle posture forzate che hanno gli arti dolorosi e il cuore duro dei

vecchi

Bisogna scorrere i versi della silloge e tornarvi più e più volte. Solo allora si capisce che è proprio Donatella Pezzino la compagna di sé stessa: una Donatella che risorge dalla

memoria di com’era, di come sarebbe voluta essere, di come si percepisce adesso.

al ginocchio che ti basta piegare appena

per sembrare me

e al tuo sorriso vestito, quando mi chiedi

per gentilezza

di significare qualcosa

E questo spiega la contemporanea assenza e presenza di colei con cui dialoga.

Da una me

in seppia mi arriva il ricordo

di mille soli scomposti

dentro un tubo di cartone

Non vi sono precedenti nella letteratura in cui l’autrice dialoghi sistematicamente con sé stessa come se fosse un altra da sé, come se raccogliesse in sé tutte le figure femminili che l’hanno preceduta (o che le vivono ancora a fianco) e con cui è entrata in contatto fosse anche soltanto per essere donne. Neppure Pessoa, a cui questo pensiero potrebbe rimandarci, può rappresentare un precedente: Pessoa si sdoppia e sdoppiandosi si separa da sé, dimentica il sé originario.

Donatella si sdoppia nell’altra ma non si dimentica

Fammi un piacere:

inventati un dolore,

un dolore qualsiasi.

Non coprirti gli occhi con le mani

mentre cambio l’acqua ai fiori finti.

Ho le unghie spezzate

per il troppo scavare.

È un’altra che è l’incarnazione di una sé stessa.

Ora

mi sono chiari gli incastri di viola

quel tuo essere ambidestro

con la parola

Una sé stessa nel cui animo a loro volta vibrano e si incarnano le esperienze delle altre donne

Permetti alle sonorità latenti di trasfonderti

l’effluvio dei lilium, a compenso della poca luce

desiderata. Prendi fiato

pensando a quante stazioni

ci separarono

e a quanti nidi d’ossa avresti potuto

assomigliare

semplicemente abbracciandomi; a quante

ombre

ti si confonderebbero addosso

 

Quando non dialoga con l’altra, parlando d sé stessa Donatella svela la sua arte di fingere

Ero: il rossetto mentiva

l’esanguità delle labbra, e l’anonimato

dei vagoni letto.

Fingere perché nella menzogna c’è la possibilità di fuggire dal giudizio degli altri, dai vincoli in cui le relazioni umane ci costringono.

L’unica mia luce:

il riflesso delle bugie fra le scapole dorate,

le candele dei ristoranti panoramici

in una sera dove niente ha sapore

e

dove spugne imbevute d’aceto

nutrono le vene vuote delle orchidee

Questo s’invera soprattutto di fonte all’uomo, che rappresenta l’altro con cui il dialogo diventa difficile perché i segnali che ne riceve sono di comando o di indifferenza

I disegni sulla pelle non si sciolgono,

i lacci sì. Per questo ti scivolo via

dalle unghie

anche se cerchi di piegarmi

dolcemente

come fai col giornale di oggi

prima di leggerlo

 

E quando i segnali tacciono, c’è sempre quella malinconia struggente che rivela come la loro assenza renda doloroso il dialogo

Non so più quale amore mi raccoglie

oggi: se quello del mendicante

per il suo vecchio cappotto

o quello della foglia secca che vola

in tondo sul marciapiede

sperando che qualcuno la calpesti. Non ricordo

i baci, sai: ricordo solo

che eravamo scalzi. Come il silenzio

ora

hai stanze chiuse

e ringhiere:

trattienimi

Dal dialogo emerge di Donatella una figura interiore in conflitto con la realtà che la circonda con un ruolo – certamente doloroso – che rischia di soffocarla in una vita confusa che ha tutte le caratteristiche per definirsi simile alla morte.

Stanno lì, sospesi sulla gruccia

in attesa di dimenticarsi a vicenda.

[…]

e tu dipingi

fiori recisi, improbabili

fiori

per inventarti la vita

dentro una morte che non profuma

Ma cosa dice di sé Donatella a colei che ascolta in questo fitto dialogo?

Io – fame d’aria –

lanciata in alto come una moneta

indecisa

da quale parte cadere

In realtà non è un’indecisione ma l’idea che Donatella ha della condizione umana che costringe l’uomo a vivere questa vita ben sapendo quale sia la meta finale.

siamo tutti

strappi deliranti, nella tela antica

che un male oscuro corroderà in eterno

clandestini a tempo

in questa strana osmosi

fra l’infinito ed un pugno di terra

Una meta che spinge Donatella a considerazioni molto amare intrise di un forte rimpianto nel ricordo di chi l’ha raggiunta

Peccato sia tardi: la sera

ci sgretola addosso un buio di zinco e di rami spezzati. Così

mastico radici amare, immaginando di esserti ancora

e odiando la terra meschina

sopra i tuoi piedi

Una morte amara ma non violenta, non traumatica perché in essa si entra

nel cono d’ombra

a piccoli passi

 

e in una dimensione in cui

non bastano a contenerci

muri infiniti

 

Il linguaggio del dialogo si avvale, come già accennato, non soltanto di espressioni verbali ma di tutta l’atmosfera che le parole sanno sapientemente ricostruire intono a chi legge. Sono parole scelte una per una come oggetti, apparentemente estranei tra loro che, ricomposti dalle sensibilità di Donatella come perle in fila a formare una collana, si raccordano creando accostamenti arditi e originali.

Scomparso il razionale, regna il lento, calmo, melodioso e armonicamente perfetto irrazionale poetico. Un irrazionale che induce a pensare alle opere di Picasso, in particolare a quella serie degli anni quaranta in cui l’Artista, divenuto amico dei poeti, introdusse elementi di tecnica poetica: forme dai molteplici significati, metafore di forme, paradossi che consentirono al suo mondo interiore di manifestarsi creando realtà che sono espressione umana dell’astrazione mentale.

Il richiamo a uno dei massimi rappresentanti della rivoluzione attuata dalla pittura del novecento chiarisce perfettamente le espressioni poetiche che ritroviamo in Donatella.

Come Picasso introduce nei suoi quadri metafore di forme tratte da immagini poetiche, Donatella crea immagini poetiche da metafore di oggetti tratti dalla pittura. Gli stessi colori le stesse atmosfere per giungere a spandere intorno ai suoi versi la luce odorosa che si respira nell’ammirare un quadro di Picasso.

Mi mettete in posa su un carretto dipinto

e non sentite, fra le giunture molli

i fruscii delle ortiche.

Non resta altro da scrivere per il momento mentre è utile mostrare qui di seguito, come quadri esposti sui muri di una galleria d’arte, quattro dettagli dei numerosi  “dipinti”, contenuti in questa silloge, in cui figurano le immagini che più colpiscono chi legge:

1)

un orecchino già visto, e vapori di cucina

intorno a gonne senza gambe

2)

Sul comodino

ti lasciavo, come di consueto

la mia busta dei sogni

con le parole che non riuscivi a dire,

qualche vecchia forcina di mia madre

e la foto del defilé del trentaquattro a Londra

dove mi si vedeva in piccolo

3)

Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

si diventa foto in bianco e nero

per ricordare cose: il paltò

senza tasche, l’orologio

indietro. Si resta così,

modelli in carta

di profumi dimenticati

4)

L’arancio grato dei tetti. L’amara

consapevolezza dei campanili

nel denso odore di pioggia. Poi, l’estate.

 

 

Roma, 12/07/2018                                                                                         Marcello Comitini

 

 

Sulla soglia delle porte

Una maglietta rossa

7 luglio contro i comportamenti di rigetto

promemoria per Matteo Salvini

Questo viaggio in un mare interminabile
che sfinisce i corpi e soffoca le menti
è una triste nenia nel silenzio delle stelle
un canto lungo e lento illuminato dalla luna

Dalle onde sgorgano le voci
di coloro che hanno attraversato il mare.
Gridano agli addii
con le mani alzate sulla soglia nera delle porte
– altri pozzi da cui escono altre voci –
chiamano, ammoniscono
come nuvole si sperdono nei fuochi del tramonto.

Saliti sulla barca si narrano di nascite
alcune ancora dentro i ventri, altre strette tra le braccia,
di vite umiliate nella polvere,
di matrimoni e morti e di tutto quello
che hanno abbandonato.
Tutto perduto. Tranne la speranza.

Il viaggio lungo e lento
è come il mormorio di un canto a labbra chiuse.
All’improvviso esplode nelle gole quando il mare
gonfia le sue vene e la barca si rovescia
mostrando il dorso come un bruco
con migliaia di zampe in movimento.

Cadono, galleggiano, saltano come i pesci,
inghiottono nel vento il fiato della morte
si aggrappano all’ultimo lembo della vita.
Ripiombano pesanti tra le onde,
vogliono ostinatamente giungere alla riva
quella spiaggia sognata di alghe stese al sole. Per vivere
se ancora i corpi avessero la vita!

I volti lacerati dagli scogli baciano la sabbia
e gli occhi gonfi di sale cercano nella terra
i segni di un futuro che non ha più storia.

Con i visi rivolti alla paura e con le mani
tese alla pietà,
li solleviamo trasportandoli a riparo
dallo sguardo freddo della luna,
dal pianto delle stelle,
dalla crudeltà del sole che ha brillato
cieco su di loro.

Come otri colmi d’acqua e sale
li afferriamo ai polsi e alle caviglie
come se dovessimo stivarli nella nave
già salpata verso un lungo viaggio
alla ricerca di un mondo lontano senza pace.