Cerchi d’acqua

Antonio Donghi donna al caffè 1931Maria Pia Bassano

Antonio Donghi, Donna al caffè,1931

a Maria Pia Bassano (Mapi)

L’ultimo verde opaco dei tuoi occhi
L’ultima foglia legata ancora al ramo nell’ombra della stanza.
Morivi lentamente.

Hai chiuso gli occhi. Hai lasciato con un sospiro.

Sei scesa «meravigliosamente nel tuo Profondo Programmato
come un sasso lanciato nel lago. Lontana due tre vite »
Non vediamo più i tuoi cerchi nell’acqua.

È scivolato via dalle tue spalle il mantello dei sogni.
E nuda tra le acque della morte
a mani giunte ti stringi all’indifferenza del mare che ti accoglie.

Il tuo corpo galleggia tra le pieghe fredde delle lenzuola.

Non vediamo più i tuoi cerchi d’acqua.

 

 

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Recensione a “Formule dell’anima” di Marcello Comitini

L’amica Donatella Pezzino in questa sua recensione ha condotto un’attenta quanto accurata analisi della mia raccolta di poesie Formule dell’Anima. Writer e articolista, nonché studiosa di storia siciliana e poetessa, la Pezzino è scesa all’interno della mia anima e ha rivelato aspetti del mio pensiero non facilmente intuibili. Ha percepito ed evidenziato con acume certi aspetti che affondano le loro radici nella notte della mia vita e ha saputo creare un lettura che suscita interesse verso il mio mondo e verso la conoscenza di questa mia raccolta. Grazie!

Donatella Pezzino

La vicenda terrena dell’anima è continua ricerca. Di affermazione, di sublimazione; di un punto molle dal quale affiorare per ritrovare le proprie radici. Una zona di frontiera che può essere il sogno, la spiritualità, la meditazione: in altri termini, un luogo da cui lo spirito può trascendere e liberarsi. In Marcello Comitini, invece, lo specchio attraverso cui l’anima si palesa è proprio la carnalità. La sua è la poesia dei colori che feriscono gli occhi, degli umori corporei, dei profumi di pelle anonima percepiti una sola volta e mai dimenticati; queste e altre sensazioni passeggere, in lui, diventano le “formule” che consentono all’anima di dare corpo e voce ai dolori più nascosti, al disagio di una vita estranea, ad un’ancestrale e inestinguibile fame d’amore. Una dicotomia che è l’uomo stesso, inesorabilmente immerso nella realtà sensibile e, ad un tempo, segretamente ossessionato dalla sua anima. La condizione umana raccontata dal Comitini…

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Nell’ora delle rondini

Un passero sfinito
trema sopra un ramo
e l’aria si fa cupa
nell’ora delle rondini.
A occidente il cielo
è una striscia di sangue.
La terra chiude i fiori
nel morso della notte
e l’albero lascia
che le foglie cadano
– sono ancora verdi –
sul letto dei sassi
sbiancati dalla luna.
Rimangono sui rami
i frutti che si fanno
– sono ancora acerbi –
colore della terra.
Così un poeta muore
e nessuno se ne accorge.

Risveglio

Moleskine 21-09-2017

Una pagina del mio Moleskine

Vedo all’improvviso che il mattino ha spalancato
la finestra e grida al mondo la sua luce.
Non c’è uomo o albero che ascolti.
Tutto è ancora buio dentro il cuore della terra
e il fiato dentro il petto profondo come il sonno.
I passi lenti del giorno strisciano sul selciato.
Gli uomini si avviano per dimenticare
che camminano da soli verso l’agguato della notte.

Nelle luci di settembre

Vivere il dolore senza pronunciare parole. A causa della loro limitatezza, le parole rischiano di mortificarne l’essenza. E Aria dunque parla delle lacrime come si parla del profumo per descrivere quel fiore che si coltiva in fondo all’anima.

Carezze di vento

Osservo, e non so dire altro,
poiché non ho mai parlato
se non attraverso lo sguardo.
Dare un suono al dolore,
attraverso l’uso della voce,
sarebbe come mancargli
di rispetto: sarebbe come
spegnerlo. Voglio lasciarlo
al suo silenzio: nelle lacrime
che scendono. Sono carezze
fredde: come la morte, si direbbe!
Oppure fresche come le prime luci,
nei giorni cupi di settembre.

Aria Mich

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Ho studiato l’erba

Tommy Ingberg

Tommy Ingberg, Demon 

 

Ho studiato l’erba, aprendo il quaderno
e l’erba ha iniziato, come un flauto, a suonare.
Io coglievo la corrispondenza del suono e del colore
e, quando la libellula il suo inno intonava
andando tra i verdi tasti come una cometa,

io già sapevo che qualunque gocciolina di rugiada è una lacrima.
Sapevo che ogni faccetta dell’enorme occhio,
in ogni arcobaleno delle ali splendenti
dimora la parola più ardente del profeta
ed il mistero ad Adamo io, come per miracolo, schiudevo.

Io amavo il mio straziante lavoro, questa costruzione
di parole, collegate da luce propria, l’enigma
dei sentimenti confusi e la semplice soluzione della mente,
nella parola ‘verità’ mi pareva di vedere la verità stessa,
la mia lingua era veritiera, come un’analisi spettrale
ma le parole si prostravano ai miei piedi.

Ed ancora io dirò: mio vero interlocutore,
ho sentito un quarto di rumore, ho visto a mezza luce,
tuttavia non umiliai né il prossimo né le erbe,
non offesi con l’indifferenza la terra paterna
e finora ho lavorato sulla terra, ricevendo
il dono dell’acqua fredda e del pane fragrante,
sopra di me stava un cielo senza fondo.
Le stelle mi cadevano sulla manica.

(1956)

Arsenij Tarkovskji, traduzione di Donata De Bartolomeo

 

 

Irma

Irma

Irma (digitalart di marcello comitini)

 

Con una scure d’argento e un bastone di fango
hai vagato delirante nelle strade, hai tirato via
le radici da terra
hai spento tutti i lumi del cielo.

Hai strappato il cuore alle nostre case.

Ora siamo noi che erriamo carichi di nubi
in quest’immobile e caldo fiato della morte.

 

Le mani

Man Ray Mani

Mann Ray, Le mani, 1925

Il giorno raggrinzito
da una notte al buio
distende le sue braccia
lungo strade e strade
dove passano uomini
(nessuno resta immobile)
uomini che vivono
nel segno della pace
uomini che dimenticano
gli uomini che muoiono
di fame o d’una guerra
(lontane per fortuna).

S’alzano di buon’ora,
doccia e colazione.
Baciano i bambini,
escono per le strade,
profumano di pulito,
di sole e borotalco.
Anch’io bevo al mattino,
un caldo caffellatte
e prima d’andar via lavo le mie mani.
Le immergo, l’acqua scorre
chiara sempre più chiara
scompare nel lavabo.
Eccole le mie mani.
Sono fredde e bianche
pulite come marmo.

Le mie mani stringono
carezzano nascondono
attirano respingono
tracciano nell’aria
confini ben visibili.
Poi quando il giorno stanco
si chiude lentamente
e spegne le sue luci nella notte buia,
prima d’addormentarmi
ho cura di lavarle
perché non è accettabile
che le miserie umane
cacciate oltre i confini
tornino con i loro sogni
sporchino il sonno giusto
di uomini senza colpe.

L’alba che mi sorride
con il viso dolce
come una bambina
fra braccia che la amano,
tra sonno e veglia invita
a guardarmi intorno.
E all’improvviso grido: “È sangue!”
Le ho guardate
prima di addormentarmi.
Erano bianche e fredde
pulite come marmo.
Ora sporche di sangue
sono le mie mani!
Qualcuno – chi? – ho ucciso!
Qualcuno accanto a me,
– o forse era lontano? –
Mentre sognavo il cielo,
moriva col pugnale
acuto del silenzio.
Quando ho chiuso gli occhi
e l’ho dimenticato
lui moriva straziato
dall’indifferenza.