Marcello Comitini – La foglia rimasta a mezz’aria (video lettura)

Ed ecco la lettura di Luigi Maria Corsanico, la cui voce, ormai tutti lo sappiamo dona linfa vitale alle parole dei poeti.
Amici, voi che avete già letto il testo, ascoltate questa lettura e, ascoltandola, volerete come la foglia e vi accorgerete come sia bello non rimanere più a mezz’aria.

Senza Trama

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Non sono un poeta dell’amore, lo so. Come so che coloro che lo cantano (se bravi, se veri poeti) non fanno illudere che l’amore duri in eterno. E perciò ne cantano la sensualità. Altrimenti ne cantano la nostalgia. Perché l’amore per l’essere amato in poesia non può essere che nostalgia o amore spirituale e delicato. Ma in quest’ultimo caso non fa storia, non si fa notare, non suscita voglie e desideri.

Nella mia raccolta dal titolo Senza Trama , di prossima pubblicazione,  non mancano, come nelle precedenti pubblicazioni, versi che celebrano l’amore visionario e innocente, come in Guardo le stelle una a una:

Guardo le stelle una a una
come fossero le tue labbra di statua
che posano con dolcezza sulla mia bocca
la rosa solitaria della tua bocca. [… ]

Come non mancano poesie che celebrano l’amore carico di eros, come nei versi di I cancelli del giardino:

Al tuo fianco è caduto un frutto
umido di rugiada o di silenzioso pianto.
La sua polpa un grumo di sangue
che scorre vergine tra le tue gambe.
Ti sei donata al mio amore
come tra le braccia di un sogno. [….]

oppure ancora di pura sensualità nei versi di La tua bocca mi chiama:

Penetro nel tuo corpo
come in una notte stellata
I tuoi seni mi guidano
verso mandorli in fiore
La tua bocca mi chiama [….]

Nei versi appena citati si nota già la natura come strumento di similitudine e condivisione, che dona consistenza a sensazioni e sentimenti esattamente come fa il pittore quando ritrae scenari naturalistici: riesce a farlo senza rappresentare l’apparenza, ma affidando tutto il suo sentimento a un linguaggio nel quale a prevalere è la pura espressione simbolica di ciò che vede e sente interiormente.
Un esempio ne siano alcuni versi della poesia L’essere albero:

[….]Mi attendo che almeno gli alberi si stacchino da terra e si rifugino
dentro le nuvole profumate come i giardini di Kolymbetra.
Ma alzano solo il capo restano avvinti al suolo
rinunciano al movimento per resistere
alla furia del vento. Così grandi e puri
fanno fremere la natura quando fioriscono.
La loro sorte non è simile alla nostra? [….]

È mia convinzione d’aver costruito la mia poetica, e per conseguenza questa raccolta, con lo stile della narrazione lirico-emotiva, in cui la precisione del fraseggio e l’incisività delle immagini hanno la forza di amplificare l’immediatezza espositiva delle poesie e di facilitarne la condivisione, quella più intima e vera, spalancando le porte di una stanza adorna di suoni, colori, profumi, ma soprattutto di verità.

Ne sono scaturiti versi di fronte ai quali si proverà il desiderio di fuggire dal dolore e dal destino, ma si intuirà che è anche possibile vivere la propria dignità senza chiedere soccorso né commiserazione.

Attraverso i sentieri poetici tracciati si scoprirà con stupore la capacità di questi versi di scavare nel fondo dell’animo e di aiutare a ritrovare il sé smarrito nelle trappole delle ovvietà quotidiane.

“Soltanto la poesia, dice Ungaretti, – l’ho imparato terribilmente lo so – la poesia sola può recuperare l’uomo, persino quando l’occhio si accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, […. ] che l’uomo è molto meno regolato dalla propria opera che non sia alla mercé dell’Elemento.”

Creazione

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Con le parole ho fabbricato valli e monti,
la terra ho ricoperto con i prati
levigato le sponde ai fiumi sonnolenti
le ho scolpite ruvide e scabrose
ai torrenti irosi.

A sillabe irripetibili ho intrecciato
l’armoniosa trapunta di fiori variopinti
e a bombi e api ho regalato il suono
sordo e vibrante delle consonanti.

Alberi centenari rivestiti di germogli
affondano le radici nelle mie parole
e vocali sonore pendono dai rami
come frutti maturi da raccogliere.

Nelle grotte segrete della terra
i miei colori inaccessibili alla luce
in armonia disciolgono parole
e le trasformano in  fontane fragorose.

 

da “Formule dell’anima”, Edizioni Caffè Tergeste, 2011

Periferie (videolettura di Luigi Maria Corsanico) – e TESTO

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Foto Marcello Comitini

Periferie

Dalla mia terrazza non vedo persone
ma brandelli di periferie
fra l’odore molle del fiume
e intorno le montagne confuse
all’azzurro del cielo
colline profumate di verde
fuori dal palpitare del tempo.
Qualcuno
tra le folte e vaste fronde degli alberi
lancia segnali di fumo come il grido di chi
vuole essere scoperto o forse soccorso.
Non è forte, non ha resistenza
per sopportare la solitudine.
Intorno le foglie sbattute dal vento
gli dicono attento
non uscire dalla tua caverna.
L’aria si è fatta irrespirabile.
Gli uccelli tornano grigi ai loro nidi,
gli uomini vagano soli nell’odio
le serpi escono dalla loro tana
gli agnelli ruzzano tra l’immondizia.
E le auto che passano schiacciano i più piccoli
macchiano l’asfalto di sangue umano.
Le ciminiere, gli scarichi dei gas,
i veicoli opprimenti
hanno fatto tristi le periferie.
Sembra che il suo cuore pulsi
nei pastelli tenui dei palazzi antichi
tra vicoli ombrosi e strade ampie
tagliate sui ruderi di una città gloriosa.
Ma è solo un diamante al dito
di una mano deformata
dai morsi feroci dell’artrosi.
E la gente passa
con la meraviglia negli occhi
e calpesta con passi frettolosi o pesanti
il palmo di quella mano senza vedere
che nelle vene più lontane e sottili
non c’è alcun segno di vita
se non quell’esile richiesta d’aiuto
dell’uomo lasciato solo.

Il volo (ITA – FR)

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Poiché non ho grandi pretese e i versi miei
non s’innalzano in vero più di tanto,
impantanati nell’oscuro incubo
dell’anima smarrita nel suo pianto,
potrei tentare di spiccare il volo
lasciandomi cadere da un dirupo
che orrido scoscende sino al fiume.

Strappati via dal vento i miei vestiti,
forse nel volo a precipizio
verso l’alvéo che fa dell’acque un grembo,
apprenderei
con l’acre sentimento della morte
che i sogni in controluce riproducono
i gesti quotidiani,
la chiave per rileggere il destino,
che condanna ciascuno alla sua sorte.

Vedrei mio padre ubriacato dai suoi sogni
salire lentamente gradini colorati
verso l’arcobaleno di un cielo inesistente
e udrei mia madre selvaggia donna di un paese
dove la fierezza spalanca le sue ali
dire che la terra è “sangue del mio sangue
e i figli miei carne della mia carne”

Vedrei la vita che non ho vissuto
scorrere al vento come un treno in corsa
le porte a cui bussai che non si aprirono,
le case disadorne che ospitarono
le mie domande, le mie fughe,
i ricordi che in polvere disperdono
quel mio mal essere rimasto indietro.

Vedrei Mirù, ricciuta dai capelli biondi
donarmi il fiore dei suoi sedici anni
con la dolcezza di una dea greca
che all’amante offre
il miele della sua bellezza.
Spinta poi al di là dei miei silenzi
nel gelo della lontananza
si è tramutata in vento di dolore.

E te vedrei, Pia dei miei sogni,
quando opponesti fredda la tua mano
alla mia bocca, al mio cuore, alla speranza
e disegnasti sul nudo della pelle
una donna che urla il suo dolore.

Il giovane ribelle che sfidava
l’inalvearsi monotono dei giorni
vide l’amore divenire irraggiungibile
come sole vaporoso nel tramonto.

Ora è un vecchio che non sa più vivere,
che ritorna nel grembo della terra
come un frutto dimenticato e ormai maturo
piomba sul greto spumoso delle acque.

da “Formule dell’anima, 2011
L’envol

Puisque je n’ai rien à attendre et mes vers
n’arrivent pas s’élever beaucoup,
enlisés dans le sombre cauchemar
de l’âme perdue dans ses pleurs,
je pourrais essayer d’envoler
me laissant tomber d’un précipice
qui descend abruptement jusqu’à la rivière.

Mes vêtements arrachés par le vent,
peut-être en vol tombant
vers le lit qui fait des eaux un ventre,
j’apprendrais
avec le sentiment amer de la mort
qu’à contre-jour les rêves reproduisent
les gestes quotidiens,
la clé pour relire le destin,
qui condamne chacun à son sort.

Je verrais mon père ivre de ses rêves
monter lentement des marches colorées
vers l’arc-en-ciel d’un ciel inexistant
et j’entendrais ma mère sauvage femme de campagne
où la fierté déploie ses ailes
dire que la terre est “sang de mon sang
et mes enfants sont chair de ma chair ”

Je verrais la vie que je n’ai pas vécue
couler au vent comme un train en marche
les portes que je frappai qui ne s’ouvrirent pas,
les maisons nues qui me hébergèrent
mes questions, mes fuites,
les souvenirs qui dispersent en poussière
mon mal être resté en arrière.

Je verrais Mirù, blonde aux cheveux bouclés
me donner la fleur de ses seize ans
avec la douceur d’une déesse grecque
offrant à son amant
le miel de sa beauté.
Poussée au-delà de mes silences
dans le froid de l’éloignement
elle est devenue un vent de douleur.

Et je te verrais, Pia de mes rêves,
quand tu as opposé froidement ta main
à ma bouche, à mon cœur, à mon espoir
et as dessiné sur le nu de la peau
une femme hurlant sa douleur.

Le jeune rebelle qui a défié
l’empiler monotone des jours
a vu l’amour devenir inaccessible
comme le soleil vaporeux le soir.

Maintenant il est un vieil qui ne sait plus vivre
qui retourne dans le ventre de la terre
comme un fruit oublié et mûr
tombe sur le lit mousseux des eaux

 

 

Gabrielle Segal – Lettre de la jeune fille pendue (FR – ITA)

Gabrielle-Segal-Lettre

Jeunes nous avons tant d’ennemis
Et nous marchons vers eux
Que faire d’autre
Mais sans hargne sans armes
En traînant le maigre passé derrière nous
Comme un chien malade
Que personne n’a le cœur d’abattre
À cause de son regard
Et d’ un rêve qu’on fait tous
Pauvre chien que l’on martyrise
En voulant l’épargner
Avance je t’en prie avance
La vie plus forte que tout
Jeunes on le pense
Mais non Mais non
Quand enfin nous trouvons
Le courage d’achever la bête
Il est trop tard
Elle est déjà morte
Nous la tuons quand même
Que faire d’autre
Une deuxième fois
Et encore et encore
Et la guerre attendue
Qui ne vient pas
Et les yeux morts du maigre passé
Qui finiront par nous hanter
Jeunes nous apprenons
Trop tard
Que la jeunesse
N’est pas un temps donné
Qu’aucun temps ne se donne
À personne
Et jamais

Gabrielle Segal, Lettre de la jeune fille pendue 

 

Lettera della ragazza impiccata
Giovani abbiamo così tanti nemici
E camminiamo verso di loro
Cos’altro fare
Ma senza rancore senza armi
Trascinando dietro di noi il magro passato
Come un cane malato
Che nessuno ha il cuore d’abbattere
Per il suo sguardo
E per un sogno che tutti abbiamo
Povero cane martirizzato
Volendo salvarlo
Vieni, per favore, vieni avanti
La vita più forte di tutto
Lo si pensa da giovani
Ma no Ma no
Quando infine troviamo
Il coraggio di finire la bestia
È troppo tardi
È già morta
La uccidiamo comunque
Cos’altro fare
Una seconda volta
E ancora e ancora
E la guerra attesa
Non viene
E gli occhi morti del magro passato
Che finiranno per perseguitarci
Giovani lo impariamo
Troppo tardi
Che la giovinezza
Non è un tempo donato
Ché nessun tempo si dona
A nessuno
E mai

Gabrielle Segal, Lettre de la jeune fille pendue 
traduzione di Marcello Comitini

La penna di André Simon (ITA – FR)

La-penna

Dal blog di André Simon ( https://asimon.eu/blog/ ) traduco questa poesia che porta in sé tutta la nostalgia per un’infanzia che tornando alla memoria c’inonda con un profumo di eternità.

La penna immersa nell’inchiostro,
emerge da un tempo passato,
sollecita la mano del somaro,
ravviva le sue dita paralizzate.

Un po’ troppo, o non abbastanza …
l’inchiostro si diffonde o inaridisce,
macchiando l’anima del passato blu
di vecchie parole che giacciono ancora lì.

Il bambino che ero ritorna
a prendermi per mano, a guidare la penna.
Il calamaio dei giorni andati
emana adesso come una schiuma

di eternità.

André Simon
traduzione di Marcello Comitini

 

Plume

La plume trempée dans l’encre,
surgie d’un temps révolu,
réveille la main du cancre,
ranime ses doigts perclus.

Un peu trop, ou pas assez …
l’encre s’étale ou s’amenuise,
tachant l’âme du bleu passé
de vieux mots qui toujours y gisent.

L’enfant que je fus revient
tenir ma main, guider la plume.
De l’encrier des jours anciens
émane ici comme une écume

d’éternité.

André Simon,  https://asimon.eu/blog/poesie/plume/

Chiasso (video lettura di Luigi Maria Corsanico)

Immersi nell’acqua di un vaso, i fiori si tendono sugli steli verso l’alto ansiosi di mostrare se stessi e di essere “colti” dal viandante. Nella consapevolezza della loro bellezza  creano una tensione “chiassosa”.
Siamo tutti un po’ così, tutti desideriamo essere amati e facciamo di tutto per essere riconosciuti, anche muovendoci rumorosamente in mezzo agli altri, sino a disturbare la serenità della natura che impassibile ci richiama al rispetto del suo silenzio.

Luigi, ha scelto di leggere questa poesia di difficile interpretazione con una lettura pacata, attenta per evidenziare il senso di questi versi e spingerci a rispettare con umiltà  la lezione a cui la natura ci richiama attraverso il monito della luna.

Un grazie di cuore a Luigi. ❤️

Pablo Neruda, La solitudine (videolettura di Luigi Maria Corsanico)

A commento di questa video lettura ho scritto:
Neruda non soffre della solitudine in cui tutti ci crediamo immersi, volenti o nolenti. La sua è la solitudine del non conformista, del rifiutato, del senza tetto, di colui che bussa non per chiedere ma perché aprano il cuore al suo messaggio.

Una solitudine talmente aspra, talmente dura da mettere in dubbio le sue facoltà mentali, la sua stessa capacità di sapersi ascoltare.
È sempre così quando ci si accorge che gli altri non comprendono quel che vien detto loro, anzi lo storpiano interpretandolo a modo proprio. E allora si ha voglia di dire anche a sé stesso: “forse non ci siamo visti mai”.

Questa poesia da me già pubblicata come solo testo ( QUI ), accompagna e sottolinea  il senso di solitudine che sorge in chi scrive, quando le reazioni (qualche volta polemiche)  gli fanno disperare  della capacità dei lettori di condividere un discorso che si rivolge a un livello generale, pur includendovi, non persone ma categorie, che per la natura delle mansioni svolte non possono che essere lontane dalla fatica esistenziale e culturale di chi si dedica a tempo pieno, e con sofferenza di fronte alle ingiustizie, a comporre  poesie, con l’intento di rivolgersi all’umanità , anche a quella di coloro che si sono sentiti chiamati in causa.

https://letturelecturas.home.blog/2020/02/18/pablo-neruda-soliloquio-nelle-tenebre/

Pessoa ritratto

marcellocomitini

Il mio omaggio a Fernando Pessoa, alla sua poetica, al suo amore, ai suoi dubbi, ai suoi tormenti. All’uomo Pessoa, alle storie senza tempo, alle nostre storie personali che si intrecciano con quelle del Poeta e con quelle senza tempo.

A Luigi Maria Corsanico, che ha letto in esclusiva questi versi, esprimo la mia profonda gratitudine per averli resi vivi con la sua voce  – che spesso si intreccia  con quella di Pessoa. È per me un onore che colui che legge le poesie dei più grandi poeti, con un gusto dell’arte, del bello e dell’armonia (gusto davvero difficile da riscontrare in altri) abbia apprezzato questi miei versi e li abbia voluti leggere a voce alta diffondendoli a tutti coloro che amano come lui la bellezza e l’armonia.

In appendice al testo della poesia, ho ritenuto opportuno qualche annotazione a chiarimento dei rimandi contenuti nei versi.

In una bottega di libri…

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Il festeggiato