Luigi Maria Corsanico legge “Vorrei scrivere”

Ho ascoltato più e più volte la magistrale e partecipata interpretazione di questi versi, che Luigi interpreta come un grido che sorge dal cuore indignato e disperato. Gli ha dato voce come sempre (e come solo lui riesce a fare) amplificando con echi accorati quelle che sono le mie amarezze di poeta.

Mi permetto, per una volta, di definirmi così, non perché io ritenga di esserlo, ma per l’argomento che questa poesia affronta: la sordità e crudeltà dell’uomo di fronte ai cambiamenti da lui stesso causati, di fronte alla propria pochezza, alla propria meschinità, alla voglia di sfuggire ai problemi e alle incertezze, per mettere in salvo sé stesso, ignorando non soltanto il resto dell’umanità ma anche coloro che per sensibilità d’animo, svolgono il ruolo di profeti.

Parlo dei poeti oggi e di ieri, dimenticati (o fintamente ricordati come si ricorda un giullare di corte), come parlo di coloro che tradiscono la capacità di profetizzare – che è dei veri poeti – per offrire sul mercato, e vantaggiosamente (per loro), questa profonda dote, svuotata d’ogni senso storico e sociale .

È questo sgomento quel che vibra nella lettura di Luigi, che condivide e denuncia con toni che soltanto lui riesce a liberare. Non io solo gli sono grato, ma tutti coloro che ascoltano dalla sua voce questi versi. Lo dicono i numerosi commenti, apparsi su youtube, che gli rivolgono i migliori complimenti e approvazioni. Io non posso che unirmi a questo coro unanime e dire a Luigi ancora una volta, infinitamente grazie!

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Louise Glück , Notte Fedele e Virtuosa (4)

Louise Glück

La mia storia inizia in modo assai semplice: potevo parlare ed ero felice.
O: potevo parlare, quindi ero felice.
Oppure: ero felice, quindi parlavo.
Ero come una luce brillante che attraversa una stanza buia.

Se è così difficile iniziare, immagina cosa sarà finire –
Sul mio letto, lenzuola stampate con barche a vela colorate
suscitavano, simultaneamente, visioni di avventura (sotto forma di esplorazione)
e sensazioni di dolce dondolio, come di una culla.

Primavera, e le tende svolazzano.
Le brezze entrano nella stanza, portando i primi insetti.
Un ronzio come il suono delle preghiere.

Memorie
costitutive di una memoria vasta.
Punti di chiarezza in una nebbia, visibili a intermittenza,
come un faro il cui unico compito
è emettere un segnale.

Ma qual è veramente il messaggio del faro?
Questo è il nord, dice.
No: sono il tuo porto sicuro.

Con suo grande fastidio, ho condiviso questa stanza con mio fratello maggiore.
Per punirmi di esistere, mi ha tenuto sveglia, leggendo
storie di avventura alla luce gialla della lampada notturna.

Le abitudini di molto tempo fa: mio fratello dalla sua parte del letto,
sottomesso ma volontariamente,
la sua testa illuminata china sulle mani, il viso oscurato –

Nel momento di cui parlo,
mio fratello stava leggendo un libro che ha chiamato
La notte fedele e virtuosa.
Era la notte in cui lui leggeva, e io giacevo sveglia?
No – era una notte di molto tempo fa, un lago di oscurità in cui
apparve una pietra e dalla pietra
emergeva una spada.

Le impressioni andavano e venivano nella mia testa,
un debole ronzio, come insetti.
Quando non osservavo mio fratello, mi sdraiavo nel lettino che condividevamo
fissando il soffitto, – mai
la parte della stanza da me preferita. Mi ha ricordata
quello che non potevo vedere, il cielo ovviamente, ma più dolorosamente
i miei genitori seduti sulle nuvole bianche nei loro completi da viaggio bianchi.

Eppure anch’io viaggiavo
in questo caso impercettibilmente
da quella notte al mattino successivo,
e anch’io indossavo un abbigliamento speciale:
pigiama a righe.

Immagina se vuoi un giorno di primavera.
Una giornata innocua: il mio compleanno.
Al piano di sotto, tre regali sul tavolo della colazione.

In una scatola, fazzoletti stirati con monogramma.
Nella seconda scatola, matite colorate disposte
in tre file, come una fotografia scolastica.
Nell’ultima scatola, un libro intitolato La mia prima lettura.

Mia zia ha ripiegato la carta da regalo stampata;
i nastri venivano arrotolati in matasse ordinate.
Mio fratello mi ha consegnato una tavoletta di cioccolato
avvolta in carta argentata.

Poi, all’improvviso, ero sola.

Forse l’occupazione di una bambina molto piccola
è osservare e ascoltare:

In quel senso, tutti erano occupati –
Ho ascoltato i vari suoni degli uccelli che sfamavamo,
lo schiudersi delle tribù di insetti, i piccoli
che strisciano lungo il davanzale della finestra e in alto
la macchina da cucire di mia zia che trapana
buchi in una pila di vestiti –

Irrequieta, sei irrequieta?
Stai aspettando che il giorno finisca, che tuo fratello torni al suo libro?
Perché la notte ritorni, fedele, virtuosa,
a riparare, in breve, lo scisma tra
te e i tuoi genitori?

Questo, ovviamente, non è avvenuto subito.
Intanto, c’era il mio compleanno;
in qualche modo l’inizio luminoso divenne
l’interminabile punto centrale.

Mite per fine aprile. Gonfie
nuvole in alto, fluttuanti tra i meli.
Presi La mia prima lettura, che sembrava essere
una storia di due bambini: non riuscivo a leggere le parole.

A pagina tre apparve un cane.
A pagina cinque c’era una palla: uno dei bambini
la lanciò più in alto di quanto sembrasse possibile, dopodiché
il cane fluttuò nel cielo incontro alla palla.
Questa sembrava essere la storia.

Ho girato le pagine. Quando ho finito
ho ripreso a girare, quindi la storia ha assunto una forma circolare,
come lo zodiaco. Mi ha fatto girare la testa. La palla gialla

sembrava epicena, ugualmente
a suo agio nella mano del bambino e nella bocca del cane –

Sotto di me, mani che mi sollevavano.
Potevano essere le mani di chiunque,
un uomo, una donna.
Lacrime che cadono sulla mia pelle scoperta. Di chi sono le lacrime?
O eravamo fuori sotto la pioggia, in attesa che arrivasse la macchina?

La giornata era diventata instabile.
Squarci apparivano nell’ampio blu, o
più precisamente, improvvise nuvole nere
s’imposero sullo sfondo azzurro.

Da qualche parte, nel lontano passato,
mia madre e mio padre
stavano intraprendendo il loro ultimo viaggio,
mia madre bacia affettuosamente la neonata, mio padre
lanciando mio fratello in aria.

Mi sono seduta vicino alla finestra, alternando
la mia prima lezione di lettura con
uno sguardo al passare del tempo, la mia introduzione a
filosofia e religione.

Forse ho dormito. Quando mi sono svegliata
il cielo era mutato. Stava cadendo una leggera pioggia,
rendendo tutto molto fresco e nuovo –

Ho continuato a fissare
gl’incontri frenetici del cane
con la palla gialla, un oggetto
che presto sarebbe stato sostituito
da un altro oggetto, forse un peluche –

E poi all’improvviso si fece sera.
Ho sentito la voce di mio fratello
che chiamava per dire che era a casa.

Come sembrava vecchio, più vecchio di questa mattina.
Posò i suoi libri accanto al portaombrelli
e andò a lavarsi la faccia.
I polsini della sua uniforme scolastica
penzolavano sotto le ginocchia.

Non hai idea di quanto sia scioccante
per una bambina se
qualcosa di continuo si ferma.

In questo caso i suoni della stanza del cucito,
come un trapano, ma molto lontano –

Svanito. Il silenzio era ovunque.
E poi, nel silenzio, passi che risuonano.
E poi eravamo tutti insieme, mia zia e mio fratello.

Poi fu preparato il tè.
Al mio posto, una fetta di torta allo zenzero
e al centro della fetta,
una candela, da accendere più tardi.
Quanto sei tranquilla, disse mia zia.

Era vero –
i suoni non uscivano dalla mia bocca. Eppure
erano nella mia testa, espressi, forse,
come qualcosa di meno esatto, pensato forse,
anche se a quel tempo mi sembravano ancora suoni.

C’era qualcosa là dove non c’era stato niente.
O dovrei dire, non c’era niente
ma era stato contaminato da domande –

Le domande mi circondarono la testa; avevano una qualità
di essere organizzate in qualche modo, come i pianeti –

Fuori stava calando la notte. Era quella
la notte perduta, coperta di stelle, schizzata di luna,
come una sostanza chimica che conserva
tutto quel che è immerso in essa?

Mia zia aveva acceso la candela.

L’oscurità aveva invaso la terra
e sul mare galleggiava la notte
legata a una tavola di legno –

Se avessi potuto parlare, cosa avrei detto?
Penso che avrei voluto dire
addio, perché in un certo senso
era un addio –

Ebbene, cosa potevo fare? Non ero
più una bambina.

Ho trovato confortante l’oscurità.
Potevo vedere, vagamente, il blu e il giallo
barche a vela sulla federa.

Ero sola con mio fratello;
siamo sdraiati al buio, respirando insieme,
l’intimità più profonda.

Mi era venuto in mente che tutti gli esseri umani sono divisi
in coloro che desiderano andare avanti
e quelli che vogliono tornare indietro.
Oppure si potrebbe dire, quelli che desiderano continuare a muoversi
e quelli che vogliono essere fermati sulle loro tracce
come dalla spada fiammeggiante.

Mio fratello mi prese la mano.
Presto anche questo sarebbe volato via
anche se forse, nella mente di mio fratello,
sarebbe sopravvissuto diventando immaginario –

Avendo finalmente iniziato, come fermarsi?
Suppongo che posso semplicemente aspettare di essere interrotta
come nel caso dei miei genitori da un grande albero –
la zattera, per così dire, sarà passata
per l’ultima volta tra le montagne.
Qualcosa, dicono, come addormentarsi,
cosa che mi accingo a fare.

Il giorno dopo potei parlare di nuovo.
Mia zia era felicissima –
sembrava che la mia felicità fosse
passata in lei, ma allora
ne aveva più bisogno, aveva due figli da crescere.

Ero soddisfatta del mio rimuginare.
Ho passato le mie giornate con le matite colorate
(Ho esaurito presto i colori più scuri)
anche se quello che ho visto, come ho detto a mia zia,
era meno un resoconto fattuale del mondo
che una visione della sua trasformazione
susseguente al passaggio attraverso il vuoto di me stessa.

Qualcosa, ho detto, come il mondo in primavera.

Quando non ero preoccupata per il mondo
disegnavo la figura di mia madre
per cui mia zia ha posato,
reggendo, su mia richiesta,
un ramoscello di sicomoro.

Quanto al mistero del mio silenzio:
sono rimasta perplessa
meno per scomparsa della mia anima che
per il suo ritorno, poiché è tornata a mani vuote –

Quanto è profonda questa anima,
come una bambina in un grande magazzino,
che cerca sua madre –

Forse è come un subacqueo
con aria nel serbatoio sufficiente soltanto
ad esplorare le profondità per qualche minuto o giù di lì, –
poi i polmoni lo rimandano indietro.

Ma qualcosa, ne ero sicura, si opponeva ai polmoni,
forse un desiderio di morte
(Uso la parola anima come compromesso).

Ovviamente, in un certo senso non ero a mani vuote:
Avevo le mie matite colorate.
In un altro senso, questo è il mio punto:
avevo accettato dei sostituti.

È stato difficile usare i colori vivaci,
quelli rimasti, anche se mia zia li preferiva ovviamente –
pensava che tutti i bambini dovessero essere spensierati.

E così il tempo è passato: sono diventata
giovane come mio fratello, poi
una persona.

Penso che qui ti lascerò. Così sembra
che non ci sia un finale perfetto.
In effetti, ci sono infiniti finali.
O forse, una volta che si inizia,
ci sono solo finali. 

(© traduzione di Marcello Comitini)

Vento secco del mio Sud

Mi scuso per la lentezza con cui vado pubblicando le poesie della Glück, ma sto poco bene in salute.
Ho il fiato corto, i polmoni gonfi di vento secco del mio Sud e la mia mano sinistra ha qualche difficoltà a muoversi. Nonostante le abbia dedicato (il 24/10) l’eros della mia poesia “I due amanti” , essa ha deciso di non esercitare il tatto, o meglio si è chiusa in un formicolio meditativo dal quale sembra non voler venir fuori. La percepisco prigioniera di un lungo e morbido tubo di gomma che l’ha incapsulata e, attraverso il dito mignolo, la succhia verso terra dove si sconficca e scompare.
In quietante!
Ho rappresentato queste sensazioni di costrizione e di vincolo tra la carne del mio corpo, il sangue formicolante e il buio della terra nell’immagine di apertura di questo post.
Spero che voi, amici lettori e follower, vogliate perdonare questo contrattempo non previsto.
La prossima poesia della Glück che pubblicherò domani sarà quella che dà il titolo all’intera raccolta.
Non ve la perdete!!

Louise Glück . Il passato (3)

All’improvviso appare una piccola luce
nel cielo tra
due rami di pino, i loro sottili aghi

ora incisi sulla superficie radiosa
e al di sopra di questo
alto, paradiso piumato –

Annusa l’aria. Questo è l’odore del pino bianco,
più intenso quando il vento lo attraversa
e rende il suono altrettanto strano,
come il suono del vento in un film –

Ombre in movimento. Le corde
facendo il suono che fanno. Quello che senti adesso
sarà il suono dell’usignolo, cordato *,
uccello maschio che corteggia la femmina –

Le corde oscillano. L’amaca
ondeggia al vento, legata
saldamente tra due alberi di pino.

Annusa l’aria. Questo è l’odore del pino bianco.

È la voce di mia madre che senti
o è solo il suono che fanno gli alberi
quando l’aria li attraversa

perché quale suono farebbe,
passando attraverso il nulla?


* riferimento a Chordata Bateson, genetista britannico

(© traduzione di Marcello Comitini)

Louise Glück , Un’avventura (2)

Mi scuso per l’assenza del testo in inglese, ma non posso riportarlo per questioni di copyright.

================

1.
Una notte quando stavo per addormentarmi mi è venuto in mente
che avevo finito con quelle avventure amorose
di cui ero stata a lungo schiava. Finito con amore?
il mio cuore sussurrò. Gli ho risposto che molte scoperte profonde
ci aspettavano, sperando, allo stesso tempo, che non mi venisse chiesto
di nominarle. Perché non potevo nominarle. Ma la convinzione che esistessero –
questo contava sicuramente qualcosa?
2.
La notte successiva ha avuto lo stesso pensiero,
questa volta riguardo alla poesia, e nelle notti che seguirono
varie altre passioni e sensazioni erano, allo stesso modo,
messe da parte per sempre, e ogni notte il mio cuore
protestava contro il suo futuro, come un bambino privato del giocattolo preferito.
Ma questi addii, ho detto, sono il modo in cui vanno le cose.
E ancora una volta ho accennato al vasto territorio
che ci si apre ad ogni commiato. E con quella frase sono diventata
un glorioso cavaliere che cavalca nel sole al tramonto e il mio cuore
divenne un destriero sotto di me.
3.
Stavo, capirai, entrando nel regno della morte,
pur non sapendo dire perché questo paesaggio
fosse così convenzionale. Anche qui le giornate erano lunghissime
mentre gli anni erano stati brevissimi. Il sole tramontò sulla montagna lontana.
Le stelle brillavano, la luna cresceva e calava. Presto
mi sono apparsi i volti del passato:
mia madre e mio padre, la mia sorellina; non avevano, sembrava,
finito quello che avevano da dire, mentre ora
li sentivo perché il mio cuore era fermo.
4.
A questo punto, ho raggiunto il precipizio
ma il sentiero, ho visto, non scendeva dall’altra parte;
piuttosto, essendosi appiattito, continuava a questa quota
a perdita d’occhio, anche se gradualmente
la montagna che lo sosteneva si dissolse completamente
così che mi ritrovai a cavalcare costantemente nell’aria –
Tutt’intorno, i morti mi incoraggiavano, la gioia di trovarli
cancellata dal compito di rispondere loro –
5.
Poiché tutti insieme eravamo prima carne,
ora eravamo nebbia.
Come prima eravamo oggetti con le ombre,
ora eravamo sostanza senza forma, come sostanze chimiche evaporate.
Neigh, neigh*, ha detto il mio cuore,
o forse no, no: era difficile saperlo.
6.
Qui la visione è finita. Ero nel mio letto, il sole del mattino
sorgeva felice, la trapunta di piume
ammucchiata in cumuli bianchi sulla parte inferiore del mio corpo.
Eri stato con me –
c’era un’ammaccatura nella seconda federa.
Eravamo scampati alla morte –
o questa era la vista dal precipizio?

  • nitrito, nitrito

(© traduzione di Marcello Comitini)

Il bavaglio (Ita – Fr – Eng – Esp)

Il bavaglio

Noi qui tremiamo
di fronte all’impotenza di comunicare
nei terribili giorni di pena mortale
la primordiale sapienza
della specie da era in era
in questa devastata storia umana
senza immaginare un tempo
dominato dalla scienza.
Le bocche chiuse dal bavaglio
di una difesa inconsistente
intiepidite dal proprio fiato
si aprono invisibili e si chiudono
nel buio del loro giaciglio
come ali di un gabbiano
soffocato da un batuffolo di nuvole.
Non c’è tempo che possa cambiare
né stagioni per quanto serene
che allontanino gl’incubi
generati dal terrore.
Solo la parola sincopata
traspare appena
ma è chiara e ardente.
Prega il mostro infinitesimo
che non giunga alle spalle
non veduto non si annidi
nella bolla dei polmoni
e tutto invada
per un caso o come fato.

O è l’enigma della vita questo?

O una pura sospensione della mente?


Le bâillon

Nous ici tremblons
face à l’incapacité de communiquer
dans les terribles jours de la peine mortelle
la sagesse primordiale
de l’espèce d’époque en époque
dans cette histoire humaine dévastée
sans imaginer un temps
dominé par la science.
Bouches fermées par le bâillon
d’une défense incohérente
réchauffées par le souffle
elles s’ouvrent invisibles et se ferment
dans l’obscurité de leur couche
comme les ailes d’une mouette
étouffées par une ouate de nuages.
Il n’y a pas de temps pour que ça change
ni saisons, si sereines qu’elles soient
qui chassent les cauchemars
générés par la terreur.
Juste le mot syncopé
transparaît à peine
mais c’est clair et fougueux.
Il prie le monstre infinitésimal
qu’il ne vient pas de derrière
pas vu, ne pas se niche
dans la bulle des poumons
et envahit tout
par hasard ou par destin.

Ou est-ce l’énigme de la vie?

Ou une pure suspension de l’esprit?


The gag

We tremble here
in the face of the impotence to communicate
in the terrible days of mortal penalty
the primordial wisdom
of the species from era to era
in this devastated human history
without imagining a time
dominated by the science.
The mouths closed by the gag
of an inconsistent defense
warmed from the his own breath
they open invisibly and close
in the darkness of their couch
like the wings of a seagull
suffocated by a wad of clouds.
There is no time for it to change
nor seasons, however serene
that drive away the nightmares
generated by terror.
Just the syncopated word
barely transpires
but it is clear and fiery.
Pray to the infinitesimal monster
that does not come from behind
not seen, do not nest
in the bubble of the lungs
and invade everything
by chance or by fate.

Or is this the enigma of life?

Or a pure suspension of the mind?


La mordaza

Nosotros aquí temblamos
ante la imposibilidad de comunicarse
en los terribles días de pena mortal
la sabiduría primordial
de la especie de época en época
en esta devastada historia humana
sin imaginar un tiempo
dominado por la ciencia.
Las bocas cerradas por la mordaza
de una defensa inconsistente
calentadas por propio aliento
se abren invisibles y se cierran
en la oscuridad de su ataúd
como las alas de una gaviota
sofocado por un algodón de nubes.
No hay tiempo para que cambie
ni estaciones, por serenas que sean
que alejan las pesadillas
generadas por el terror.
Solo la palabra sincopada
apenas se trasluce
pero es clara y ardiente.
Reza a el monstruo infinitesimal
que no viene de atrás
no visto no anidar
en la burbuja de los pulmones
e invade todo
por casualidad o por el destino.

¿O es este el enigma de la vida?

¿O una pura suspensión de la mente?

Louise Glück , Parabola (1)

Louise Glück

Ho appreso da un editore che pubblica libri di autori stranieri in traduzione italiana che l’agente letterario del premio Nobel Louise Glück, chiede dai 60.000 ai 100.000 dollari per cedere i diritti di traduzione della raccolta di poesie “Faithful and virtuous night” (Notte fedele e virtuosa), mai tradotta in italiano.
Quale editore potrà mai recuperare una tale somma con la vendita del libro?

In linea con la mia scelta morale di offrire gratuitamente le mie poesie ai miei lettori (come faccio già da anni in questo blog) sarebbe mia intenzione offrire qui la mia traduzione dell’intera raccolta della Glück.

Inizio con questa poesia, avvertendovi che la Glück ha un linguaggio particolare e di non immediata comprensione in quanto usa rimandi che richiedono attenzione.

Vi prego di comunicarmi se il suo pensiero e il suo stile vi interessa e se quindi siete interessati al mio progetto di pubblicare qui tutte le poesie della raccolta “Notte fedele e virtuosa”.
Grazie in anticipo.

PARABOLA

Prima di spogliarci dei beni mondani, come insegna san Francesco,
affinché le nostre anime non siano distratte
da perdite e guadagni e affinché inoltre
i nostri corpi siano liberi di muoversi
facilmente ai passi di montagna, dovevamo quindi discutere
come o verso dove viaggiare, con la seconda domanda
dovremmo avere uno scopo, contro il quale
molti di noi hanno sostenuto ferocemente che tale scopo
corrispondeva a beni mondani, intendendo una limitazione o costrizione,
mentre altri dicevano che con questa parola siamo stati consacrati
pellegrini piuttosto che vagabondi: nella nostra mente, la parola tradotta come
un sogno, un qualcosa di ricercato, in modo che concentrandoci possiamo vederla
scintillante tra le pietre, e non
passare alla cieca; ogni
ulteriore questione l’abbiamo discussa in modo altrettanto completo, andando avanti e indietro su ogni argomento,
così siamo cresciuti, dicevano alcuni, meno flessibili e più rassegnati,
come soldati in una guerra inutile. E la neve cadde su di noi e il vento soffiò,
e col tempo si placò: dov’era la neve apparvero molti fiori,
e dove le stelle avevano brillato, il sole sorse oltre la linea degli alberi
in modo che avessimo di nuovo le ombre; è accaduto molte volte.
Inoltre pioggia, talvolta anche allagamenti, anche valanghe, in cui
alcuni di noi si erano persi, e periodicamente ci sembrava
di aver raggiunto un accordo, abbiamo issato sulle spalle
le nostre vivande; ma quel momento passava sempre, così
(dopo molti anni) eravamo ancora in quella prima fase, ancora
preparandoci a iniziare un viaggio, ma ci aveva cambiati;
lo potremmo vedere l’uno nell’altro; tuttavia eravamo cambiati
senza esserci mossi, e uno ha detto, ah, guarda come siamo invecchiati, viaggiando
solo dal giorno alla notte, né in avanti né di lato, e questo sembrava
strano miracoloso. E quelli che credevano dovessimo avere uno scopo
credevano che questo fosse lo scopo e quelli che sentivano dover rimanere liberi
per incontrare la verità sentivano che era stata rivelata.

(© traduzione di Marcello Comitini)

La funambola (Ita – Fr – Eng – Esp – Rom)

Dedicata a Adriana blogger del sito https://proonestyle.wordpress.com/ c’è anche la versione in lingua rumena

La funambola

Nei suoi occhi vedevo il mondo
sospeso nell’azzurrità del cielo
nascere trasformarsi e marcire
tra le braccia della morte. Eppure
erano vivi di acque
che le brillavano tra le palpebre
stelle accese all’improvviso
nel cielo grigio dell’esistenza.
Era lei.
Camminava sul filo teso
tra il mio dolore e la coscienza
trattenendo in equilibrio tra le mani
la lunga asta flessibile al vento
alle oscillazioni del cuore, agli urti
furiosi della vita
che sradica alberi fa crollare i macigni
lungo i pendii dell’inconscio.
Era lei.
Sorrideva nel vuoto, alta sul baratro
delle mie paure.
La sua veste lieve come l’aria
la velava e svelava
la nudità della sua bellezza.
I piedi avanzavano uno dietro l’altro
bianchi come cigni muti.
Sul fondo della valle
accanto agli argini di un fiume
che scorreva inesorabile
alzavo gli occhi alla sua figura
esile come una nuvola illuminata dal sole.
Da dove tanta felicità?

La funambule

Dans ses yeux je voyais le monde,
suspendu dans le bleu du ciel,
naître, se transformer et pourrir
dans les bras de la mort. Mais encore
ils vivaient des eaux
qui brillaient entre ses paupières
étoiles soudainement allumées
dans le ciel gris de l’existence.
C’était elle.
Elle marchait sur le fil serré
entre ma douleur et la conscience
tenant en équilibre entre ses mains
la longue tige flexible au vent
aux oscillations du cœur, aux chocs
furieux de la vie
qui déracine les arbres provoque
l’effondrement des rochers
le long des pentes de l’inconscient.
C’était elle.
Qui souriait dans le vide, au-dessus de l’abîme
de mes peurs.
Sa robe aussi légère que l’air
la voilait et révélait
la nudité de sa beauté.
Les pieds avançaient l’un derrière l’autre
aussi blanc que des cygnes muets.
Au fond de la vallée
au bord d’une rivière
qui coulait inexorablement
je levais les yeux sur sa silhouette
aussi mince qu’un nuage ensoleillé.
D’où tant de bonheur?

The tightrope walker

In his eyes I saw the world
suspended in the blue of the sky
to born, to turn itself and to rot
in the arms of death. But yet
they were alive of waters
hat shone between her eyelids,
lit stars suddenly
in the gray sky of existence.
It was her.
She walked on the tight wire
between my pain and the conscience
holding in balance between hands
the long flexible rod in the wind
to the oscillations of the heart, to the bumps
furious of the life
that uproots trees causes boulders to collapse
along the slopes of the unconscious.
It was her.
She smiled into space, high above the abyss
of my fears.
His dress as light as air
veiled it and revealed
the nakedness of its beauty.
The feet are advancing one behind the other
white as mute swans.
At the bottom of the valley
beside the banks of a river
that flowed inexorably
I raised my eyes to his figure
as thin as a sunlit cloud.
Where so much happiness from?

El equilibrista

En sus ojos yo veía el mundo
suspendido en el azul del cielo
nacer, transformar y pudrir
en los brazos de la muerte. Pero aún
estaban vivos de las aguas
que brillaban entre sus párpados
estrellas encendidas de repente
en el cielo gris de la existencia.
Fue ella.
Ella caminaba sobre el cable apretado
entre mi dolor y conciencia
sosteniendo en equilibrio entre las manos
la varilla larga y flexible en el viento
a las oscilaciones del corazón, a los choques
furioso de la vida
que arranca los árboles,
hace que los cantos rodados se derrumben
a lo largo de las laderas del inconsciente.
Fue ella.
Ella sonreía al vacío, muy por encima del abismo
de mis miedos.
Su vestido tan ligero como el aire
la veló y reveló
la desnudez de su belleza.
Los pies avanzaban uno detrás del otro
blancos como cisnes mudos.
En el fondo del valle
junto a las orillas de un río
que fluyó inexorablemente
yo he levado mis ojos a su figura
tan delgado como una nube iluminada por el sol.
¿De dónde tanta felicidad?

Trambulistul

În ochii lui am văzut lumea,
suspendată în albastrul cerului,
născându-se, transformându-se și putrezind
în brațele morții. Dar totuși
erau în viață cu ape
care străluceau între pleoapele ei
stele aprinse brusc
pe cerul cenușiu al existenței.
Era ea.
El a mers pe frânghia
dintre durerea mea și conștiința mea,
echilibrând în mâinile
sale lunga tijă flexibilă către vânt,
la oscilațiile inimii, la șocurile
furioase ale vieții,
care dezrădăcinează copacii, determină prăbușirea bolovanilor
de-a lungul versanților de inconştient.
Era ea.
A zâmbit, sus pe abis
de temerile mele.
Rochia ei, ușoară ca aerul,
o acoperea și dezvăluia
goliciunea frumuseții ei.
Picioarele avansau unul în spatele celuilalt,
albe ca lebede mute.
La fundul văii,
lângă malurile unui râu,
care curgea inexorabil,
am ridicat ochii spre silueta lui
subțire ca un nor luminat de soare.

De unde atâta fericire?

I due amanti

Si somigliano non si parlano
si tendono l’una verso l‘altra
si aiutano quando chiedo
la loro collaborazione.
Sono le mie mani.
Segnano i confini dei miei movimenti.
La destra si tende in avanti
si muove con sicurezza
colpisce il segno.
È svelta e ci sa fare.
La sinistra è timida
ha movimenti confusi
mi fa apparire impacciato
e si ritrae per non mostrare
le mie incertezze.
Quando carezzo
il corpo della mia compagna
la mano destra
lungo sentieri già conosciuti
la sinistra
non so dove mi porta.
Il piacere è più profondo
come se carezzassi
un sole appena sorto.
La mia compagna mi confessa
con desiderio e voglia d’altro
i suoi fremiti di tenerezza
per questa amante inesperta
che la porta indietro negli anni.
La guida a occhi chiusi
verso la dimora del sogno
la invita a sfiorare il giardino
fragrante di fiori.

La sua voce diventa densa e calda.

Poggia la mia destra sul ventre
e il suo corpo gode del vecchio
ma più delle carezze
giovani del nuovo amante.

Diapason (Ita – Fr – Eng – Esp)

Renato Guttoso, Autoritratto, 1936

Sembra che non abbia fine.
Ogni giorno se ne aggiunge un altro
e a ogni notte un’altra.
Una costruzione innumerevole di massi
l’uno sovrapposto all’altro.
La sorregge una luminosa base di nuvole
sottile all’alba poi si allarga
come un pitone reticolato
che abbia divorato un esercito di scimmie.
Si erge sul terreno stancamente
appesantita da ore e ore di lotte e amori
che ne ingrossano la parte di mezzo.
Così la chiamano. Ma nel mezzo di cosa?
Se a ogni giorno se ne aggiunge un altro
e ogni notte un altro incubo?
L’incubo di morire e il desiderio irrefrenabile
di porre fine al movimento
mai sazio della vita?
Forse bisognerebbe chiamarlo
punto più intenso dei sentimenti,
diapason del cuore.
Poi il corpo lentamente digerisce e si disfa
dell’ammasso enorme di ricordi e memorie
divorate come un branco numeroso di nomi
dei loro volti dei loro occhi delle loro grida
d’amore e di paura agonizzanti
quando stritolati dalle spire finiscono
inghiottiti lentamente dal passato.

Diapason

Cela ne semble pas avoir de fin.
Un autre jour est ajouté à un autre
et à chaque nuit une autre nuit.
Une construction innombrable de rochers
l’un superposé à l’autre.
Elle est soutenue par une base lumineuse de nuages
mince à l’aube puis elle s’élargit
comme un python réticulé
qui a dévoré une armée de singes.
Elle se tient avec lassitude sur le sol
alourdi par des heures et des heures de luttes et d’amours
qui gonflent la partie médiane.
Comme ça on l’appellent. Mais médiane de quoi?
Si à chaque jour est ajouté un autre jour
et chaque nuit un autre cauchemar?
Le cauchemar de la mort et le désir irrépressible
pour terminer le mouvement
de plus en plus rassasié de la vie?
Peut-être qu’il devrait être appelé
point de sentiments le plus intense
diapason du cœur.
Puis le corps digère lentement et se débarrasse
de l’immense masse de souvenirs et de mémoires
dévorés comme une multitude de noms
de leurs visages de leurs yeux de leurs cris
d’amour et de peur angoissants
lorsque, étranglés par les spires, ils se terminent
lentement avalés par le passé.

Tuning fork

It seems to have no end.
Another day is added to each day
and every night, another
An innumerable construction of boulders
one superimposed on the other.
It is supported by a luminous base of thin clouds
at dawn then it widens
like a reticulated python
who devoured an army of monkeys.
He rise wearily from the ground
weighed down by hours and hours of struggles and loves
which swell the middle part.
So they call it. But in the middle of what?
If another day is added to each day
and every night another nightmare?
The nightmare of dying and the unstoppable desire
to end the movement
more and more sated with life?
Perhaps it should be called
most intense point of feelings
tuning fork of the heart.
Then the body slowly digests and unravel
of the huge mass of remembrances and memories
devoured like a multitude of names
of their faces of their eyes of their cries
of agonizing love and fear
when strangled by the coils they end
slowly swallowed by the past.


Diapasón

Parece no tener fin.
Si se agrega otro día a otro
y cada noche a otra noche
Una innumerable construcción de cantos rodados
uno superpuesto al otro.
Está sostenida por una base luminosa de nubes.
adelgaza al amanecer luego se ensancha
como una pitón reticulada
que devoró un ejército de monos.
Se eleva cansadamente sobre la tierra
agobiada por horas y horas de luchas y amores
que hinchan la parte media.
Así lo llaman. ¿Pero en medio de qué?
¿Si se agrega otro día a cada día
y cada noche otra pesadilla?
¿La pesadilla de morir y el deseo incontenible
para terminar el movimiento
más y más saciado de vida?
Quizás debería llamarse
punto más intenso de sentimientos
diapasón del corazón.
Luego, el cuerpo digiere lentamente y se deshace
de la enorme masa de memorias y recuerdos
devorados como multitud de nombres
de sus rostros de sus ojos de sus llantos
de amor y de miedo agonizantes
cuando, estrangulados por las espirales terminan
tragados lentamente por el pasado.