Saper leggere

cesare-pavese

Chi commenterà questo video, chi scenderà tra le parole scritte da Cesare Pavese e lette da Luigi Maria Corsanico?

Pavese ha avuto la fortuna di interloquire con un operaio. Oggi potrebbe parlare soltanto a ragionieri o casalinghe che nulla sanno degli operai, o a dattilografi che ricopiano malamente parole già dette da altri. E mentre le ricopiano non si chiedono che senso hanno, perché e come sono state dette, ma soprattutto scritte.

Già Pavese diceva che poiché tutti sanno leggere, credono anche di capire e poter giudicare. Ma per poter giudicare bisogna prima studiare e penare sulle “sudate carte” e condividere, condividere fin nel profondo della coscienza, le pene, le sofferenze, le incertezze dell’umanità quella più vera e più debole.

I ragionieri non se ne abbiano a male, e neppure le casalinghe o i dattilografi, ma quando il rumore che odono tutto il giorno è quello dei locali in cui si sono chiusi (locali mentali prima che fisici),  e le pene provate sono quelle lette e viste sui telegiornali, distesi sul divano, tra una partita di coppa uefa e l’altra, mentre i bambini e la moglie o il marito, ruzzano intorno, i ragionieri, le casalinghe, i dattilografi non se ne abbiano a male se li invito a non scrivere e a non giudicare coloro che seriamente scrivono, perché se leggono non capiscono, e se giudicano esprimono sentenze che nulla hanno a che vedere con ciò che hanno inteso criticare.

Dunque Luigi, ti sono doppiamente grato per questa scelta di leggere un brano che non contiene nessun pathos, che non stimola sentimenti piagnosi, che non fa sognare al di sopra della realtà, ma incatena ciascuno al dovere dell’umiltà e dell’ascolto. Grazie! Davvero grazie!

Gabrielle Segal – Acquazzoni – Les Averses (ITA – FR)

Aversesrit

Di te
Quel che vedo
Quel che non vedo
Adoro
Di te
Invento tutto
Ma non invento nulla, vero?
Tutto è lì sotto i miei occhi
Tutto si dona alle mie mani
O non si dona
E mi strappa il cuore
Ogni giorno
Me lo strappa via
Ma il cuore ritorna
Costantemente ritorna al nido
Nel posto della sua nascita
Perché il cuore è un uccello
Di che posto sto parlando
Vorresti saperlo, vero?
Chi lo sa
Chi conosce la fonte di questo cuore
Perché il cuore è un pesce
Di te
Ciò che vedo
Io adoro
Meno talvolta
ciò che non vedo
Ciò che nuota
Ciò che vola
Ciò che ha la morte nel cuore
Da te io mi pongo a distanza
Tra me e la morte
Tra me e la notte
La notte che è giorno tu lo sai
Per i felici
Per i folli
Io e te lo siamo entrambi
Io e te siamo
A volte tutto e niente
Inciampiamo costantemente
Inciampiamo
E le risate ci sollevano
O la sofferenza
A volte ridere e soffrire
Nel medesimo anelito
Ci rimettono in piedi
Perché il desiderio ci porta
Ad intenderci là
Di te
La mia pelle sa più
Di quanto ne sappia il mio animo
Potrei anche vederlo scritto
Ma può invertirsi
La poesia non è un re
Di te
Dimentico sempre quello che so
Perché i minuti sono
Credo che i minuti siano
Svuotati dagli acquazzoni
Tu lo sai bene
Di quali acquazzoni parlo.

Gabrielle Segal, Les averses
traduzione Marcello Comitini

https://segalgabrielle.home.blog/2020/02/10/les-averses/ 

De toi
Ce que je vois
Ce que je ne vois pas
Je l’aime
De toi
J’invente tout
Mais je n’invente rien, hein ?
Tout est là sous mes yeux
Tout se donne à mes mains
Ou ne se donne pas
Et m’arrache le cœur
Chaque jour
Me l’arrache
Mais le cœur revient
Sans cesse il revient se nicher
À sa place de naissance
Car le cœur est oiseau
De quelle place je parle
Tu aimerais le savoir, hein ?
Qui le sait
Qui sait la source de ce cœur
Car le cœur est poisson
De toi
Ce que je vois
Je l’aime
Moins parfois
Que ce que je ne vois pas
Ce qui nage
Ce qui vole
Ce qui en a gros sur le cœur
De toi je fais distance
Entre moi et la mort
Entre moi et la nuit
La nuit qui est jour tu le sais
Pour les bienheureux
Pour les fous
Toi et moi sommes les deux
Toi et moi sommes
À la fois tout et rien
Nous trébuchons sans cesse
Nous trébuchons
Et les rires nous relèvent
Ou la souffrance
Parfois rire et souffrance
Dans un même élan
Nous remettent debout
Pour que l’envie nous prenne
De nous étendre là
De toi
Ma peau sait plus
Que n’en sait mon esprit
J’ai beau le voir écrit
Cela peut s’inverser
Le poème n’est pas roi
De toi
J’oublie toujours ce que je sais
Car les minutes sont
Je crois que les minutes sont
Vidées par les averses
Toi tu sais
De quelles averses je parle

Gabrielle Segal

https://segalgabrielle.home.blog/2020/02/10/les-averses/

L’addio

treno parterit

Lucidi di pioggia i treni s’allontanano
coprono la distanza con sudari di nebbia
che s’allunga silenziosa
dietro l’ombra incerta dell’ultimo vagone.

Sui marciapiedi dicono addio ai treni
esili cipressi carichi di malinconia,
scuotono lente cime,
chinano i rami intorno al cuore.

E tu, amore, al finestrino.

Il vento scioglie il nero dei tuoi capelli
tremolii di lacrime rigano gli occhi
d’uno sguardo perso e la tua bocca
muove le labbra come ali smorte.

Ci vedremo, ti grido
con lo stridere lamentoso del gabbiano
smarrito nella nebbia.
Ci vedremo, sospiro
con la stanca certezza di un addio.

Lucidi di pioggia i treni
tra sudari di nebbia s’allontanano.
S’allunga silenziosa la distanza
dietro l’ombra incerta
dell’ultimo vagone.

da “Formule dell’anima”, Edizioni Caffè Tergeste, 2001

 

 

L’œil partout

L’occhio dovunque

Sta su di noi a domandarsi

Se abbiamo ben conservato la nostra feconda usura

Sotto il cespuglio delle vene e seppellito la bellezza

Del mondo sotto il nostro unico sguardo per paura che ci tornino

In bocca le prime ebbrezze dei nostri baci

Con la beffa delle loro risate sotto la luna di un 14 luglio.

 

Barbara Auzou
traduzione di Marcello Comitini

Lire dit-elle

Man Ray

l'oeil partout

L’œil partout

Est sur nous à se demander

Si on a bien remisé notre féconde usure

Sous le buisson des veines et enfoui la beauté

Du monde sous notre seul regard par peur que nous reviennent

À la bouche les premiers poissons de nos baisers

Avec la dérision de leurs rires sous la lune d’un quatorze juillet

Barbara Auzou.

View original post

Canto d’uccello

L'uccello Christine Nova Larue rit

di Christine Nova-Larue

Una poesia piena di vita che illustra l’allegro dipinto  eseguito dalla pittrice
 Christine Nova-Larue  

Chant d’oiseau

dal blog di Christine Nova-Larue

CANTO D’ UCCELLO
“Ma allora ecco che un uccello canta,
In una povera gabbia di legno
Ma ecco che un uccello canta
Sulla città e su tutti i suoi tetti.

E dice che si vede il mondo
E sul mare la pioggia cadere,
E le vele andarsene gonfie
Sull’acqua, quanto più lontano si possa andare.

Poi voce più in alto nell’aria alzatasi,
Allora ecco l’uccello dire
Che tutto l’inverno è finito
E si vede l’erba diventare verde.

E gsulle strade la polvere,
e anche le bestie
E tetti che fumano in una luce
Che si direbbe di mezzogiorno.

E poi ancora la sua voce alzatasi,
Che l’aria è d’oro e risplende,
E poi toccato l’azzurro del cielo,
Che il Paradiso si è aperto. »

Max Elskamp  (1862-1931)
da Huit chansons reverdies dont quatre pleurent et quatre rient
traduzione di Marcello Comitini

 

Il bacio (ITA – ENG)

Il bacio antico

Troppo presto la mattina
per essere in molti nel parco
ma una coppia davanti a me
di tanto in tanto
smette di baciarsi e abbracciarsi:
un uomo alto e pesante,
con indosso ancora uno scuro cappotto invernale
e la figura più snella in pantaloni.

Si tengono abbracciati uno con l’altra
e non appena smettono di baciarsi,
tornano di nuovo a baciarsi,
come se non ne avessero mai abbastanza.
Nulla, in effetti, sembra più adatto
a questa bella mattina –
primo giorno caldo di primavera.

Mentre li sorpasso,
la figura in pantaloni si gira e sorride –
un sorriso immobile
non diversamente da quello di un arcaico Apollo –
gli occhi grigi vitrei e splendenti –
non era affatto una ragazza
ma un giovane
bisognoso di radersi.

Charles Reznikoff (1894 – 1976)
traduzione di Marcello Comitini

 

Too early in the morning
for many to be in the park
but a couple ahead of me
every now and then
stop to kiss and embrace:
a tall heavy-set man,
still wearing his dark winter overcoat,
and the slighter figure in slacks.

They hold their arms about each other
and no sooner do they stop kissing
than they fall to kissing again,
as if they could never have enough.
Nothing, indeed, seems more suitable
this beautiful morning –
the first warm day of spring.

As I pass them,
the figure in slacks turns and smiles –
a fixed smile
not unlike that of an archaic Apollo –
the grey eyes shining and glazed –
not a girl at all
but a young man
badly in need of a shave.

Charles Reznikoff
from “By the wellof living and seeing” in “Poems 1937 1975”  Edit. by Seamus Cooney

 

 

 

 

MARCELLO COMITINI – IL FOLLE

Faccio precedere questo reblog dal commento di Diego Bruschi:

“Bel poeta davvero il Marcello Comitini. Poesia di grande forza espressiva. Dai movimenti del folle, dalla danza enigmatica del suo giorno si passa alla descrizione cromatica, un paesaggio urbano reso assai bene, qui ad esempio la sera della città è resa con efficacia e stile

È la città che vedo,

un affollarsi d’ombre uno sfilare di lucenti bave,

linfa frenetica che scorre nelle strade
e nella notte luccicando appare
ricca di gioie e di piacere,
senza rancori né inquietudini, senza rimorsi e senza colpe.

E poi lo squarcio, dall’oblìo della follia, reso possibile dal freddo della tramontana, e poi la chiusura, il ritorno della follìa, con un accenno nietzschiano, beffardo e potente, alla danza.

L’ottima lettura di Luigi Maria Corsanico, che valorizza, da par suo.”
Ringrazio Luigi della lettura e Diego del commento.

L’arte poetica

snnopy-poesia

In una delle mie precedenti pagine ho esposto le mie impressioni su certi modi di scrivere poesie con versi sciatti, privi di ogni valore poetico, frutto di sfoghi personali (in prevalenza sospiri d’amore, di delusioni amorose o invettive contro la società e il modo di vivere odierno).

Ho inteso adesso esporre qualche riflessione su cosa significhi per il poeta scrivere poesie e sui meccanismi di comunicazione dell’arte poetica.

Ho riflettuto che leggendo una poesia,oppure guardando un quadro, o ascoltando musica, mai mi vien da chiedermi cosa sia l’arte poetica,quella pittorica o musicale.
Queste domande sorgono in me quando la poesia, un quadro o la musica sono espressione di un istinto individualista (o sfogo) che nulla comunica a me fruitore, quale appartenente al genere umano o, in senso spirituale, all’umanità.

Peraltro ho notato che queste domande sono poste prevalentemente da chi non ha nulla a che vedere con queste arti (o le analizza per motivi di mestiere).

Per essere più schietto e immediato (e magari un po’ ironico), mai mentre faccio all’amore, o sono innamorato, mi sono chiesto e mi chiederò cosa sia l’amore.
Ciascuno comprenderà quale effetto deleterio possa provocare nell’intimo di colui o colei che si pone la questione mentre fa all’amore. Certo, magari ce lo chiederemo dopo, o prima. Ma se ci poniamo la domanda, siamo davvero sicuri di amare, e in particolare colei o colui che ha suscitato in noi il bisogno di un chiarimento?

Leggere, ammirare, ascoltare fare all’amore significa spalancare, senza ombra di vanità, le porte della nostra anima.

Chiarito il rapporto strettamente spirituale che lega fra loro poesia, musica, pittura e amore, ed escludendo da queste righe (per ovvi motivi!) l’analisi dell’atto di fare all’amore, torno a riflettere sulla domanda iniziale, limitandomi alla poesia, per comprendere i meccanismi di comunicazione dell’arte poetica.

In generale si dice: «Scrivo versi perché mi sfogo, perché mi sento realizzato, perché dentro me urgono delle emozioni che mi costringono a metterle giù. »

Accettiamo per il momento queste motivazioni come valide per scrivere versi. Ma chiediamoci se sono anche sufficienti per creare valide poesie.

Poiché io mi ritengo una minima fievole esile voce del coro, vorrei spostare l’attenzione su coloro che sono universalmente riconosciuti poeti. In particolare su coloro che appaiono, sotto il profilo delle esigenze interiori, meglio rispondenti a quelle motivazioni appena citate.

Possiamo rivolgerci a Wislawa Szymborska (le cui poesie sono da me non molto apprezzate) che scrivendo i suoi versi, contraddistinti da grande semplicità, riflette adoperando elementi retorici quali l’ironia, la contraddizione (o antitesi) e il paradosso, sia per descrivere la condizione dell´essere umano, sia per celebrare le meraviglie del creato che osserva e descrive con immutato stupore.

Essa ha detto di sé stessa, rileggendo la sua biografia “strappatale” da due giornaliste: «Mi sono resa conto che tutta questa mia storia appare priva di drammaticità. Come la vita di una farfalla, come se dalla vita avessi ricevuto solo carezze». Non è stato così, non fosse altro che per essere stata costretta a studiare in clandestinità per conseguire il diploma e a rinunciare al conseguimento della laurea per motivi economici.

La Szymborska è una dei poeti che si è posta la domanda su cosa sia la poesia e, contrariamente a quanto da me sottolineato sopra, lo fa proprio scrivendo i versi finali di un suo componimento :

ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano. [1]

A cosa si aggrappa la Szymborska per comporre poesia ?
Non alla poesia, ma al suo non sapere.  Vi si aggrappa come a un corrimano, esattamente all’opposto di ciò che fanno coloro che scrivono per sfogo, che spesso compongono i loro versi dando l’impressione di sapere già tutto della vita.

Ma il vero poeta va alla ricerca degli infiniti percorsi che la sua continua e sofferta permanenza nell’impermanenza della realtà rende possibile tracciare.

Un’altra poetessa, Emily Dickinson, così esprime questa condizione:

Nella prosa mi chiudono
come quando, bambina,
mi chiudevano dentro lo stanzino,
perché volevano stessi “tranquilla”.
Tranquilla! Avessero potuto sbirciare,
vedere la mia mente che frullava,
tanto sarebbe valso rinchiudere un uccello,
per tradimento, dietro uno steccato.  [2] 

Sono due poetesse che non si sono mai abbandonate tra le braccia della vanità, magari amanti della gloria, ma di quella gloria che è il contrario della vanità.

Sul versante opposto all’ironia, ma non alla vanità, e massimamente aspirante alla gloria, troviamo il Leopardi, che ci parla ancora oggi e sembra lamentarsi con, e contro, la natura per la propria condizione. Le sue poesie come i suoi scritti parlano dell’io in prima persona.

Ma chi penserebbe mai che quell’io sia semplicemente un io che si sfoga? E perché pensiamo alle poesie di Leopardi come espressione dell’umanità, anche di quella che non si sente soffocare dalle stesse pene?

Certamente perché Leopardi parla con toni e modi, con immagini e figure retoriche, esprimendo un pensiero, una concezione della vita che vengono largamente condivisi a livello estetico-armonioso e/o a livello sentimentale-razionale.

Forse il suo sfogo non è proprio uno sfogo, né le poesie sono state scritte con quelle intenzioni e meno che mai con quello scopo. Egli scrive di sé come paradigma dell’umanità. Ma per giungere a questo livello di comunicazione, egli ha speso le sue giornate, per anni, sulle “sudate carte” in cui altri autorevoli autori, dei secoli precedenti, hanno esposto le loro idee ora in forma filosofica ora in forma poetica, ricorrendo in quest’ultimo caso a canoni di armonia e di eleganza formale, e avendo come fine ultimo l’amore per la Bellezza.

Leopardi si è talmente lasciato sommergere dall’attualità di pensiero dei suoi predecessori, da sentire il bisogno d’infrangere quei canoni utilizzati da quegli autori per crearne di nuovi più rispondenti alle esigenze estetiche del suo concepire l’arte poetica, emergendo così da schemi ormai sorpassati (anche se ancora culturalmente validi per gli specialisti di quest’arte – storici e critici- e per gli eruditi amanti delle tradizioni).

Infine ci rivolgiamo a Raymond Carver, poeta disarmante per la sua paradossale capacità di consapevolezza e insieme d’innocenza.

L’autoironia lo riscatta continuamente, combinandosi allo stupore e alla curiosità per la complessità della vita umana e ai suoi legami con la vita animale. Il suo modo di fare poesia ci regala nuovi modi di pensare e di sentire in campi già battuti. [3]

Dunque una serie di fattori concorrono a trasformare un dattilografo dei versi (come definisce Carver certi versificatori ) in un vero poeta.  [4]  

Credo che ciascuno di noi può trarre le dovute riflessioni sulla complessità o meno del proprio mondo interiore ed esaminare criticamente il modo di esprimerla in versi.
Spontaneità, sentimentalismo (o in opposizione razionalismo), non fanno poesia. Come non fanno poesia l’uso di espressioni bizzarre (che i loro autori fregiano dell’appellativo di emetiche), spesso colte dai versi delle canzoni che più li hanno colpiti o commossi, e accostate tra loro per stupire sé stessi, credendo che possano stupire gli altri e soddisfare la propria vanità.

È fondamentale una solida cultura letteraria (e filosofica) che maturi in un senso di consapevolezza del vivere dell’uomo e della natura. Un uso corretto della lingua e delle figure retoriche (non le solite e stantie), un senso dell’armonia e soprattutto sensibilità alla sete di bellezza che ciascun uomo sente in sé.

Leggendo sui blog o su facebook o altri social penso infine, per dirla con Bacchelli  [5], a certi contemporanei portatori di speranze e di amore a buon mercato, o viceversa “a certi banditori e mimici eroi della disperazione, del pessimismo e dell’ironia” vuota di ogni pensiero, maturato, moralmente meditato e serio,e mi “par di assistere a un carnevale” .

Note

[1] Wislawa Szymborska, “Ad alcuni piace la poesia”, in “La fine e  l’inizio”, traduzione e cura Pietro Marchesani, Edizioni Libri Scheiwiller, 2009.
[2]  Emily Dickinson, Poesia num.  613 (c. 1862). in “Poesie”, traduzione di Margherita Guidacci, Edizioni BUR Rizzoli,2019.
[3] Tessa Callager, Introduzione a “Orientarsi con le stelle” di Raymond Carver , Edizioni minimum fax, 2016.
[4]  Raymond Carver, Voi non sapete cos’è l’amore (una serata con  Charles Bukowski), in  “Orientarsi con le stelle”, Edizioni minimum fax, 2016.
[5] Riccardo Bacchelli , Discorso per il centenario di Leopardi, in” Leopardi, commenti letterari”, Edizioni Mondadori, 1962

Marcello Comitini – La partita a tennis

Luigi Maria Corsanico reinterpreta una partita a tennis tra due amici che si conoscono sin nel profondo del loro essere senza essersi mai incontrati, senza essersi mai stretti la mano come fanno due giocatori dopo un’amichevole scambio di battute. Una partita in cui la palla da tennis è la parola. Una partita sul campo da gioco che è tutto il mondo che circonda la loro vita, che fisicamente li separa ma li avvicina intellettualmente e spiritualmente. E le parole rimbalzano da un continente all’altro lanciate da due uomini che già sanno che ogni loro incontro non si concluderà mai con vincitori e vinti, ma con sguardi di comprensione e di stima. Sapendo che il dolore, se condiviso, può essere guardato con mente e cuore meno tumultuosi.

Cassandra (videolettura)

Cassandra scatola di vetro con figura

Per narrare la vicenda, che molto ha dei nostri giorni, con un breve richiamo a un tragico passato, io ho messo il mio sentimento e le mie povere parole .
Finito lì.
Consegnate a Luigi queste parole sono diventate suono, grida, carne e sangue, pubblico che incita, impreca, invoca vendetta e vuole vedere il sangue che scorre, ma finirà per assistere a un grande dolore, che vola alto sulle teste degli spettatori.

Una voce, quella di Luigi che si trasforma in un coro di sentimenti che danno luce a volti, altrimenti immersi nel buio delle nostre coscienze.

Luigi ce lo dice, lo sottolinea, lo presenta lo offre alle nostre anime spettatrici.

Luci, musica immagini.

Tutto Luigi ha costruito con perfetta armonia per mostrarci una Cassandra nuda e bella come Elena ma soprattutto come Ifigenia , di cui condivide la sorte.

E mostrarci una Clitemnestra che vede dinnanzi ai suoi occhi di donna, dinnanzi alle sue mani macchiate di sangue, trasformarsi l’odio in amore e disperazione.

Pour raconter l’histoire, qui a tant de nos jours, avec un bref rappel d’un passé tragique, j’ai mis mes sentiments et mes mots pauvres.
Terminé mon projet.
Ces mots donnés à Luigi, sont devenus son, cris, chair et sang, public qui incite, maudit, invoque la vengeance et veut voir le sang couler, mais finira par être témoin d’une grande douleur, qui plane haut sur les têtes des spectateurs.

Une voix, celle de Luigi, qui se transforme en un chœur de sentiments qui éclaircissent les visages, autrement plongés dans les ténèbres de nos consciences.

Luigi nous le dit, le souligne et le présente à nos âmes spectatrices.

Lumières, musique, images.

Tout Luigi a construit avec une harmonie parfaite pour nous montrer une Cassandra nue et belle comme Elena mais surtout comme Iphigenia, dont elle partage le destin.

Et il nous montre une Clytemnestre qui voit, devant ses yeux une femme, devant ses mains ensanglantées, transformer la haine en amour et en désespoir.

Luigi Maria Corsanico legge, racconta, descrive con la sua voce accattivante capace di disegnare e colorare le parole che pronuncia.