Louise Glück, Storia di un giorno (22)

Immagine dal web

1.
Sono stata svegliata stamattina come al solito
dalle sottili lame di luce che passano attraverso le persiane
cosicché il mio primo pensiero fu che la natura della luce
era incompletezza —

Immaginavo la luce così com’era prima che le persiane la fermassero —
quanto frustrata dovesse essere, come una mente
offuscata da troppe droghe.

2.
Mi sono ritrovata subito
al mio tavolo angusto; alla mia destra,
i resti di un piccolo pasto.

Il linguaggio mi riempiva la testa, euforia selvaggia
alternata a profonda disperazione —

Ma se l’essenza del tempo è il cambiamento,
come può qualcosa diventare niente?
Questa è stata la domanda che mi sono posta.

3.
Per tutta la notte rimasi seduta al mio tavolo a meditare
finché la mia testa si fece così pesante e vuota
che sono stata costretta a sdraiarmi.
Ma non mi sono sdraiata. Invece, ho appoggiato la testa sulle braccia
che avevo incrociato davanti a me sul legno nudo.
Come una neonata in un nido, la mia testa
giaceva sulle mie braccia.

Era la stagione secca.
Ho sentito l’orologio suonare, tre, poi quattro –

A questo punto ho iniziato a camminare per la stanza
e poco dopo fuori per le strade
le cui curve e tornanti mi erano familiari
per altre notti come questa. Ho camminato torno torno
imitando istintivamente le lancette dell’orologio.
Le mie scarpe, quando guardavo in basso, erano ricoperte di polvere.

Ormai la luna e le stelle erano svanite.
Ma l’orologio brillava ancora nel campanile della chiesa —

4.
Così sono tornata a casa.
Sono rimasta a lungo
Sul pianerottolo dove finivano le scale,
rifiutandomi di aprire la porta.

Il sole stava sorgendo.
L’aria era diventata pesante,
non perché avesse maggiore sostanza
ma perché non c’era più niente da respirare.

Ho chiuso gli occhi.
Ero combattuta tra una struttura di opposizioni
e una struttura narrativa

5.
La stanza era come l’avevo lasciata.
C’era il letto nell’angolo.
C’era il tavolo sotto la finestra.

C’era la luce che sbatteva contro la finestra
finché non ho alzato le persiane
a quel punto si è redistribuita
come tremolio tra gli alberi ombrosi.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, Lavoro di fantasia (21)

DigitalArt di comitini marcello

Mentre giravo l’ultima pagina, dopo molte notti, un’ondata di dolore mi avvolse. Dove erano finiti tutti, persone che sembravano così reali? Per distrarmi, uscii nella notte; istintivamente, ho acceso una sigaretta. Nel buio, la sigaretta brillava, come un fuoco acceso da un sopravvissuto. Ma chi avrebbe visto questa luce, questo puntino tra le infinite stelle? Rimasi per un po’ al buio, la sigaretta che brillava e diventava sempre più piccola, a ogni boccata mi distruggeva pazientemente. Quanto era piccola, quanto breve. Breve, breve, ma dentro di me adesso, cosa che le stelle non potrebbero mai essere.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, Approccio all’orizzonte (18)

DigitalArt mia

Una mattina mi sono svegliata incapace di muovere il braccio destro.
Avevo sofferto periodicamente di notevoli
dolori su quel lato, il mio braccio da pittrice,
ma in questo caso non c’era dolore.
In effetti, non c’era sensibilità.

Il mio medico è arrivato entro un’ora.
Ci fu subito la richiesta di altri dottori,
vari test, procedure —
Ho mandato via il dottore
e invece ho assunto il segretario che trascrive queste note,
le cui capacità, mi è stato assicurato, sono adeguate alle mie esigenze.
Si siede accanto al letto a testa bassa,
possibilmente per evitare di essere ritratto.

Quindi iniziamo. C’è un senso
di allegria nell’aria,
come se gli uccelli cantassero.
Dalla finestra aperta arrivano ventate di aria dolce e profumata.

Il mio compleanno (ricordo) si sta avvicinando velocemente.
Forse i due grandi momenti collideranno
e vedrò me stessa incontrarsi, andare e venire –
Naturalmente, gran parte del mio io originale
è già morto, quindi un fantasma sarebbe costretto
ad abbracciare una mutilazione.

Il cielo, ahimè, è ancora lontano,
non proprio visibile dal letto.
Esiste ora come ipotesi remota,
un luogo di libertà del tutto svincolato dalla realtà.
Mi ritrovo a immaginare i trionfi della vecchiaia,
immacolati, visionari disegni
fatti con la mia mano sinistra –
“Sinistra”, anche, come “residuo”.

La finestra è chiusa. Di nuovo silenzio, moltiplicato.
E nel mio braccio destro, ogni sensibilità scomparsa.
Come quando la hostess annuncia la conclusione
attraverso l’audio del servizio di bordo.

La sensibilità è scomparsa – mi viene in mente
che sarebbe una bella lapide.

Ma ho sbagliato a suggerire
che questo sia già accaduto.
In effetti, sono stata perseguitata dalla sensibilità;
è il dono dell’espressione
che così spesso mi ha delusa.
Mi ha delusa, mi ha tormentata, praticamente per tutta la vita.

Il segretario alza la testa,
pieno di astratta deferenza
ispirata dall’approccio della morte.
Non può aiutare, realmente, ma essere emozionante,
questo emergere della forma dal caos.

Una macchina, vedo, è stata installata vicino al mio letto
per informare i miei visitatori
del mio progresso verso l’orizzonte.
Il mio stesso sguardo continua a spostarsi su di essa,
linea instabile delicatamente
ascendente, discendente,
come una voce umana in una ninna nanna.

E poi la voce si ferma.
A quel punto la mia anima si sarà fusa
con l’infinito, rappresentato
da una linea retta,
come un segno meno.

Non ho eredi
nel senso che non ho nulla di sostanziale
da lasciare.
Forse il tempo attutirà questa delusione.
Per chi mi conosce bene non sarà una novità;
Lo capisco. Quelli a cui
sono legata dall’affetto
perdoneranno, spero, le distorsioni
imposte dall’occasione.

Sarò breve. Così si conclude,
come dice la hostess,
il nostro breve volo.

E tutte le persone che non si conosceranno mai
si affollano nel corridoio e vengono tutte incanalate
nel terminale.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, Uno scorcio del viaggio (17)

dal Web

Ho trovato le scale un po’ più difficili di quanto mi aspettassi e così mi sono seduta, per così dire, a metà del viaggio. Poiché c’era una grande finestra di fronte alla ringhiera, ho potuto intrattenermi con i piccoli drammi e le commedie fuori in strada, anche se non passava nessuno che conoscevo, nessuno, certamente, che avrebbe potuto aiutarmi. Né le scale stesse erano frequentate, per quel che potessi vedere. Devi alzarti, ragazza mia, mi dissi. Poiché questo sembrava all’improvviso impossibile, ho fatto la cosa migliore: mi sono preparata a dormire, sulle scale in alto la testa e le braccia, sotto il mio corpo accucciato. Qualche tempo dopo, una bambina apparve in cima alle scale, tenendo la mano di una donna anziana. Nonna, gridò la ragazzina, c’è una morta sulle scale! Dobbiamo lasciarla dormire, disse la nonna. Dobbiamo camminare in silenzio. Si trova a quel punto della vita in cui né tornare all’inizio né avanzare verso la fine sembrano sopportabili; perciò ha deciso di fermarsi, qui, in mezzo, anche se questo la rende un ostacolo per gli altri, come noi. Ma non dobbiamo rinunciare alla speranza; nella mia vita, ha continuato, c’è stato un tempo simile, anche se molti anni addietro. E qui, ha lasciato che sua nipote le camminasse davanti in modo che potessero sorpassarmi senza disturbare.

Mi sarebbe piaciuto ascoltare tutta la storia, poiché al suo passaggio sembrava una donna vigorosa, pronta a godere della vita, e allo stesso tempo schietta, senza illusioni. Ma presto le loro voci svanirono in sussurri, o erano lontane. La vedremo quando torneremo, mormorò la bambina. Se ne sarà andata da tempo, disse la nonna, avrà finito di salire o scendere, a seconda dei casi. Allora le dirò addio adesso, disse la bambina. E si è inginocchiata sotto di me, cantando una preghiera che ho riconosciuto come la preghiera ebraica per i morti. Signora, sussurrò, mia nonna mi dice che non sei morta, ma ho pensato che forse questo avrebbe placato i tuoi terrori, e io non sarò qui a cantarla al momento giusto.

Quando la sentirai di nuovo, disse, forse le parole saranno meno intimidatorie, se ricordi come le avevi sentite per la prima volta, dalla voce di una bambina.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, L’assistente malinconico (16)

Vincent Van Gogh. ritratto di Patience Escalier, 1888

Avevo un assistente, ma era malinconico,
così malinconico da interferire con i suoi doveri.
Doveva aprire le mie lettere, che erano poche,
e rispondere a quelle che richiedevano risposte,
lasciando uno spazio in basso per la mia firma.
E sotto la mia firma, le sue stesse iniziali,
della quale formalità, all’inizio, era molto orgoglioso.
Quando squillava il telefono, doveva dire
che il suo datore di lavoro era attualmente occupato,
e offrirsi di trasmettere un messaggio.

Dopo diversi mesi, è venuto da me.
Maestra, ha detto (era il suo modo di chiamarmi),
ti sono diventato inutile; devi licenziarmi.
E ho visto che aveva fatto le valigie
ed era pronto ad andare, anche se era notte
e la neve stava cadendo. Mi sono sentita vicina a lui.
Bene, ho detto, se non puoi svolgere questi pochi compiti,
cosa sai fare? E ha indicato i suoi occhi,
che erano pieni di lacrime. Posso piangere, ha detto.
Allora devi piangere per me, gli ho detto,
come Cristo pianse per l’umanità.

Tuttavia era titubante.
La tua vita è invidiabile, ha detto;
a cosa devo pensare quando piango?
E gli ho detto del vuoto dei miei giorni,
e del tempo, che stava per scadere,
e dell’insensatezza della mia realizzazione,
e mentre parlavo ebbi la strana sensazione
di provare ancora qualcosa
per un altro essere umano

Rimase completamente immobile.
Avevo acceso un piccolo fuoco nel caminetto;
Ricordo di aver sentito i contenti mormorii dei ceppi morenti —

Maestra, ha detto, hai dato
un senso alla mia sofferenza.

È stato un momento strano.
L’intero dialogo sembrava essere profondamente artificioso
e profondamente vero, come se tali parole simili al vuoto e all’insignificante
avessero stimolato il ricordo di una qualche emozione
ora legata a questa occasione e persona.

Il suo viso era radioso. Le sue lacrime brillarono
rosso e oro alla luce del fuoco.
Poi se ne andò.

Fuori cadeva la neve
il paesaggio si trasformava in una serie
di piatte generalizzazioni
contrassegnate qua e là da enigmatiche
forme dove la neve si era accumulata.
La strada era bianca, i vari alberi erano bianchi —
Mutazioni della superficie, ma non è veramente
tutto quello che vediamo?

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, La finestra aperta (15)

Foto di Marcello Comitini


Uno scrittore anziano aveva preso l’abitudine di scrivere la parola FINE su un pezzo di carta prima di iniziare i suoi racconti, dopo di che raccoglieva una pila di pagine, particolarmente sottili in inverno quando la luce del giorno era breve, e relativamente spesse in estate quando il suo pensiero diventava di nuovo sciolto e associativo, espansivo come il pensiero di un giovane. Indipendentemente dal loro numero, metteva queste pagine bianche sull’ultima, coprendola. Solo allora la storia gli sarebbe giunta, casta e raffinata d’inverno, più libera d’estate. Con questi sistemi era diventato un maestro riconosciuto.
Lavorava di preferenza in una stanza senza orologi, confidando che la luce gli dicesse quando la giornata era finita. In estate, gli piaceva la finestra aperta. Come può, d’estate, entrare nella stanza il vento invernale? Hai ragione, gridò al vento, questo è quello che mi è mancato, questa risolutezza e repentinità, questa sorpresa — Oh, se potessi farlo sarei un dio! E giaceva sul pavimento freddo dello studio a guardare il vento che agitava le pagine, mescolando le scritte e le bianche, tra loro la fine.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini

Louise Glück, Musica proibita (14)

Quadro di Antonio Possenti

Dopo che l’orchestra ebbe suonato per un po’, ed erano stati eseguiti l’andante, lo scherzo, il poco adagio*, e il primo flautista aveva poggiato la testa sul leggìo perché non sarebbe servito fino a domani, arrivò un passaggio che si chiamava musica proibita perché non poteva, precisò il compositore, essere suonato. E ancora deve esistere ed essere superato, un intervallo** a discrezione del direttore d’orchestra. Ma stasera, il direttore d’orchestra decide, bisogna suonarlo — ha fame di farsi un nome. Il flautista si sveglia di soprassalto. È successo qualcosa alle sue orecchie, qualcosa che non aveva mai provato prima. Il suo sonno è finito. Dove sono adesso, pensa. E poi l’ha ripetuto, come un vecchio disteso per terra invece che nel suo letto. Dove sono adesso?

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini


* in italiano nel testo
** intervallo è detta la differenza di “altezza” tra due suoni

Louise Glück, La spada nella roccia (13)

Galgano Guidotti , La spada nella roccia.

Il mio analista alzò brevemente lo sguardo.
Naturalmente non potevo vederlo
ma avevo imparato, nei nostri anni insieme,
a intuire questi movimenti. Come al solito,
si è rifiutato di ammettere
se avessi ragione o meno. La mia ingegnosità contro
la sua evasività: il nostro giochino.

In quei momenti, ho sentito l’analisi
affiorare: sembrava far emergere in me
un’astuta vivacità ero
incline a reprimerla. L’indifferenza
del mio analista per le mie esibizioni
era adesso immensamente rilassante. Un’intimità

era cresciuta tra noi
come una foresta intorno a un castello.

Le persiane erano chiuse. Vacillanti
barre di luce avanzavano sulla moquette.
Attraverso una piccola striscia sul davanzale della finestra,
ho visto il mondo esterno.

Per tutto questo tempo ho avuto la vertiginosa sensazione
di fluttuare sopra la mia vita. Quella vita
scorreva lontana. Ma stava
ancora scorrendo: questa era la domanda.

Fine estate: la luce stava svanendo.
Scintille sfuggite guizzarono sulle piante in vaso.

L’analisi era al suo settimo anno.
Avevo ricominciato a disegnare –
piccoli schizzi modesti, casuali
costruzioni in tre dimensioni
modellati su oggetti funzionali —

Eppure, l’analisi richiese
gran parte del mio tempo. A cosa
questo tempo fu sottratto: questa
era anche la domanda.

Mi sdraio, guardando la finestra,
lunghi intervalli di silenzio si alternano
a riflessioni un po’ svogliate
e domande retoriche –

Il mio analista, ho sentito, mi stava guardando.
Così una madre, nella mia immaginazione, fissa il suo bambino addormentato,
il perdono che precede la comprensione.

O, più probabilmente, così mio fratello deve avermi guardato –
forse il silenzio tra noi prefigurava
questo silenzio, in cui tutto ciò che rimaneva non detto
era in qualche modo condiviso. Sembrava un mistero.

Poi l’ora finì.

Scesi come ero salita;
il portiere aprì la porta.

Il clima mite della giornata persisteva.
Sopra i negozi erano state spiegate le tende a strisce
a proteggere la frutta.

Ristoranti, negozi, chioschi
con gli ultimi giornali e sigarette.
Gli interni diventavano più luminosi
mentre l’esterno diventava più scuro.

Forse i farmaci stavano funzionando?
Ad un tratto si sono accesi i lampioni.

Ho sentito, improvvisamente, la sensazione che telecamere iniziassero a riprendere;
ero consapevole del movimento intorno a me, i miei simili
guidati da un insensato feticcio per l’azione —

Quanto profondamente ho resistito a questo!
Mi sembrava superficiale e falso, o forse
parziale e falso —
Invece la verità … beh, la verità come la vedevo io
si esprimeva come immobilità.

Ho camminato un po’, fissando le vetrine delle gallerie …
i miei amici erano diventati famosi.

Potevo sentire il fiume in sottofondo,
da cui proveniva l’odore dell’oblio
intrecciato con le erbe aromatiche in vaso dei ristoranti—

Avevo deciso di unirmi a una vecchia conoscenza per cena.
Eccolo al nostro solito tavolo;
il vino fu versato; era impegnato con il cameriere,
discutendo dell’agnello.

Come al solito, durante la cena è nata una piccola discussione, apparentemente
riguardante l’estetica. C’era libertà di espressione.

Fuori, il ponte luccicava.
Le auto correvano avanti e indietro, il fiume
brillò dietro, imitando il ponte. Natura
che riflette l’arte: qualcosa di simile.
Il mio amico ha trovato l’immagine potente.

Era uno scrittore. I suoi numerosi romanzi, all’epoca,
sono stati molto lodati. Uno era molto simile a un altro.
Eppure il suo compiacimento mascherava la sofferenza
come forse la mia sofferenza mascherava la compiacenza.
Ci conoscevamo da molti anni.

Ancora una volta lo avevo accusato di pigrizia.
Ancora una volta, ha respinto la parola …

Sollevò il bicchiere e lo capovolse.
Questa è la tua purezza, ha detto,
questo è il tuo perfezionismo
Il bicchiere era vuoto; non ha lasciato segni sulla tovaglia.

Il vino mi era andato alla testa.
Tornai a casa lentamente, meditabonda, un po’ ubriaca.
Il vino mi era andato alla testa, o no
la notte stessa, la dolcezza di fine estate?

Sono i critici, ha detto,
i critici hanno le idee. Noi artisti
(includeva me): noi artisti
siamo solo bambini con i nostri giochi.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
© traduzione di Marcello Comitini.

Louise Glück, Mezzanotte (12)

Alla fine la notte mi circondò;
ci galleggiavo sopra, forse dentro
o mi trasportava come un fiume trasporta
una barca, e allo stesso tempo
vorticava sopra di me,
costellata di stelle ma comunque oscura.

Questi erano i momenti per i quali ho vissuto.
Ero, mi sentivo, misteriosamente elevata al di sopra del mondo
e quell’azione che alla fin fine era impossibile
rendeva il pensiero non solo possibile ma illimitato.

Non aveva fine. Non ho bisogno, ho sentito,
di fare qualcosa. Qualsiasi cosa
sarebbe stata fatta per me, o fatta a me,
e se non fosse stata fatta, non era
essenziale.

Ero sul mio balcone.
Nella mano destra tenevo un bicchiere di scotch
in cui si stavano sciogliendo due cubetti di ghiaccio.

Il silenzio era entrato in me.
Era come la notte e i miei ricordi — erano come le stelle
in quanto erano fissi, sebbene ovviamente
se si fossero potuti vedere come fanno gli astronomi
si sarebbe visto che sono fuochi senza fine, come i fuochi dell’inferno.
Ho appoggiato il bicchiere sulla ringhiera di ferro.

Sotto, il fiume scintillava. Come ho detto,
tutto brillava — le stelle, le luci del ponte, gli importanti
edifici illuminati che sembravano fermarsi al fiume
per riprendere di nuovo, il lavoro dell’uomo
interrotto dalla natura. Di tanto in tanto ho visto
le imbarcazioni da diporto serali; poiché la notte era calda,
erano ancora piene.

Questa è stata la grande escursione della mia infanzia.
Il breve viaggio in treno che culmina in un tè di gala in riva al fiume,
poi quello che mia zia chiamava la nostra passeggiata,
poi la barca stessa che navigava avanti e indietro sull’acqua scura –

Le monete in mano a mia zia passarono nella mano del capitano.
Mi è stato consegnato il biglietto, ogni volta un nuovo numero.
Quindi la barca si è immessa nella corrente.

Ho tenuto la mano di mio fratello.
Abbiamo visto i monumenti che si susseguivano
sempre nello stesso ordine
e così ci siamo spostati nel futuro
dove si sperimentano ricorrenze perpetue.

La barca risalì il fiume e poi tornò indietro.
Si è spostata nel tempo e poi
attraverso un’inversione di tempo, anche se la nostra direzione
era sempre avanti, la prua continuava
a tracciare un sentiero nell’acqua.

Era come una cerimonia religiosa
in cui la congregazione stava
aspettando, vedendo,
e questo era l’intero punto, il contemplare.

La città andava alla deriva
metà a destra, metà a sinistra.
Guardate com’è bella la città,
ci diceva mia zia. Perché
era illuminata, immagino. O forse perché
qualcuno l’aveva detto nell’opuscolo stampato.

Successivamente abbiamo preso l’ultimo treno.
Spesso mi addormentavo, anche mio fratello dormiva.
Eravamo bambini di campagna, non abituati a tante emozioni.
Voi siete ragazzi esausti, disse mia zia,
come se tutta la nostra infanzia fosse a questo proposito
una qualità esaurita.
Fuori dal treno, il gufo stava chiamando.

Quanto eravamo stanchi quando siamo arrivati a casa.
Sono andata a letto con i calzini.

La notte era molto buia.
La luna è sorta.
Ho visto la mano di mia zia afferrarsi alla ringhiera.

Con grande eccitazione, applausi e ovazioni,
gli altri salirono sul ponte superiore
a guardare la terra scomparire nell’oceano –


Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
© traduzione di Marcello Comitini.

Louise Glück, Cornovaglia (10)

Una parola scende nella nebbia
come la palla di un bambino nell’erba alta
dove rimane seducente
lampeggiante e scintillante fino a quando
le esplosioni d’oro si rivelano essere
semplicemente ranuncoli di campo.

Parola/nebbia, parola/nebbia: così è stato per me.
Eppure, il mio silenzio non è mai stato totale —

Come un sipario che si alza su un panorama
a volte la nebbia si schiariva: ahimè, il gioco era finito.
Il gioco era finito e la parola era stata
un po’ appiattita dagli elementi
quindi adesso era ritrovata e inutile.

A quel tempo avevo affittato una casa in campagna.
Campi e montagne avevano sostituito gli edifici alti.
Campi, mucche, tramonti sul prato umido.
Notte e giorno segnati da richiami e volteggi di uccelli,
gli intensi mormorii e fruscii che si fondono
in qualcosa simile al silenzio.

Mi sono seduta, ho camminato. Quando giunse la notte
sono tornata a casa. Ho cucinato cene modeste per me stessa
alla luce delle candele.
La sera, quando potevo, scrivevo nel mio diario.

Lontano, molto lontano ho sentito campanacci
attraversare il prato.
La notte si fece tranquilla a suo modo.
Ho percepito le parole scomparse
che giacevano con le loro compagne,
come frammenti di una biografia non richiesta.

È stato tutto, ovviamente, un grande equivoco.
Ero, credevo, di fronte alla fine:
come una fenditura in una strada sterrata,
la fine è apparsa davanti a me –

come se l’albero che stava di fronte ai miei genitori
era diventato un abisso a forma di albero, un buco nero
che si espandeva nella terra, dove di giorno
avrebbe fatto semplicemente ombra.

È stato finalmente un sollievo tornare a casa.

Quando sono arrivata, lo studio era pieno di scatole.
Scatole di tubetti, scatole dei vari
oggetti che erano le mie nature morte,
vasi e specchi, la ciotola blu
l’ho riempita con uova di legno.

Per quanto riguarda il diario:
Provai. Ho insistito.
Ho spostato la mia sedia sul balcone –

I lampioni si stavano accendendo,
foderando le rive del fiume.
Gli uffici si stavano oscurando.
In riva al fiume,
la nebbia circondava le luci;
dopo un po’ non si potevano vedere
ma uno strano splendore pervadeva la nebbia,
la sua fonte un mistero.

La notte incalzava. Nebbia
turbinò sulle lampade accese.
Suppongo che accadesse dove era visibile;
altrove, era semplicemente come stavano le cose,
sfocate dove erano state nitide.

Ho chiuso il mio diario.
Era tutto alle mie spalle, tutto nel passato.

Davanti, come ho detto, c’era il silenzio.

Non ho parlato con nessuno.
A volte il telefono squillava.

Il giorno si alternava alla notte, la terra e il cielo
si illuminavano a turno.

Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
© traduzione di Marcello Comitini.