La torre

Una volta ero come un grande edificio
dal corpo severo e popolato.
Dominavo su tutta la città
dove si riparavano gli sbandati
famiglie diverse di operai
contadini e sfruttati.
Il mio corpo adesso è crollato
come una torre dell’undici settembre.
Il cuore malato di libertà illusorie
è esploso e le ceneri del passato
sparse lungo le strade della mia vita.
Sulle scale delle stazioni
dove sono scesi e saliti tutti i miei sogni
in compagnia della miseria di quelle persone
hanno bloccato ogni via di salvezza.
Sugli angoli rosicchiati dai dubbi
i soccorsi giunti con prevedibile ritardo
hanno sgomberato le macerie ancora fumanti.
Ora c’è una larga spianata
dove sanguinano tanti amori
come papaveri falciati vivi per sbaglio.

34 pensieri su “La torre

  1. In viata totul este relativ si oricat vei incerca sa iti gasesti repere solide vulnerabilitatea exista si niciodata nu esti suficient de puternic pentru a evita neplacerile cauzate de slabiciunea trupului.Singurul lucru pe care trebuie sa il intelegem este ca turnul vietii chiar daca este putin inclinat daca punem pietre la temelie el poate dainui natural peste timp.Dar daca un turn oricat de solid ar fi este ridicat pe un teren mlastinos acesta tot se va narui, iar mlastina o poate reprezenta exploatarea si inechitatile din societatea considerata ca fiind cea in care toate visele devin realitate.

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  2. Ed eccomi qui, a cercare di scoprire il mistero, o i misteri, che vivono i poeti. Questo mio esile tentativo significa non solo posare il mio sguardo tra la vegetazione rigogliosa delle parole, ma destinare il mio sguardo al rapporto che si va man mano creando con le parole del poeta. Tutto questo in perfetto silenzio e nel profondo riconoscimento del dono che il poeta mi sta concedendo.
    E nel silenzio riprendo anche la mia abitudine di tratteggiare le parole del suo componimento per scoprire il loro tratto vitale, le loro sofferenze, il loro battito.
    E’ un’abitudine che vivo fin dalla più tenera età, forse la mia è solo un’illusione, ma è la strada che mi conduce all’avvio della domanda che vive nel mistero dell’atto poetico: “Qual è il motivo che ha spinto il poeta a creare la sua opera?”
    Certo, qualcuno potrebbe dire: “Che domanda ovvia, perchè la risposta è talmente semplice, la sua poesia nasce dalla sua vita!”
    Parole vere, ma vi è qualcosa di più che appartiene solo al mistero dell’atto creativo. Qualche psicanalista lo chiama “processo di sublimazione”, ma questo, a mio parere, è un modo fuorviante per disconoscere il mistero che vi è nell’atto poetico.
    Perchè proprio in quel momento?
    Perchè solo lui è in grado di far vivere le parole e trasformarle in volti che raccontano a noi, semplici lettori, del loro mistero, la vera melodia dell’esistenza nella sua variabilità ritmica?
    Questa variabilità ritmica è fatta di lente cadenze, ma anche di ritmi forsennati, a volte esasperanti, brucianti nella loro verità, nel dolore che lacera l’esistenza.
    Caro poeta, in questa melodia ritrovo le tue parole:”Ero come un grande edificio dal corpo severo e popolato” In quale ritmo stavi vivendo? Chiede il mio sguardo nell’ennesimo tentativo di comprendere il mistero dell’atto poetico. E allora riprendo un’altra delle mie fanciullesche abitudini: quella di creare con le parole che leggo un vero e proprio dipinto.
    “Dominavo su tutta la città dove si riparavano gli sbandati, famiglie diverse di operai, contadini e sfruttati” . Il primo quadro è pronto…Uno splendido edificio al pari di un grembo materno nato per accudire, far dimorare, i suoi figli, il suo prossimo.
    Quel prossimo di sbandati, di operai, di contadini e sfruttati. Solo che nel dipinto successivo m’accorgo che è il tempo a farla da padrone; quel tempo a volte così vendicativo e apparentemente ostile alla nostra volontà. E giungono a verità le tue parole: “il mio corpo adesso è crollato come una torre dell’undici settembre. Il cuore malato di libertà illusoria è esploso e le ceneri del passato sparse lungo le strade della mia vita. Sulle scale delle stazioni sono scesi e saliti tutti i miei sogni in compagnia della miseria di quelle persone che hanno bloccato ogni via di salvezza” . E qui il dipinto sanguina di tristezza, mentre il ritmo diventa un presto con fuoco…tempestoso…profondamente vero nella sua disillusione!
    Poi “la larga spianata e i papaveri falciati per sbaglio”
    E l’ultimo dipinto costruito mentre m’avvio alla fine del componimento poetico, sono due mani giunte in devoto riconoscimento per il mistero della poesia. E quelle mani s’aprono nella dimensione del volo per poter solo sussurrare che la vita è immensa nell’infinito mistero che ognuno di noi racchiude.
    E ora provo a fare per l’ennesima volta quel gioco che m’insegnò la mia adorata nonna quando avevo solo il tempo di sei anni.
    Il gioco iniziava con il fluir della sua splendida voce mentre i nostri passi lasciavano leggere orme sulla spiaggia.
    “Mia piccola sei abituata fin dalla nascita a vedere il mare, la spiaggia…la luce del sole…il tramonto che tu adori così tanto. Ma non pensare mai che tutto questo diventi un’abitudine. Fa’ in modo che non lo diventi mai!”
    “E come?” chiedeva il mio sguardo incuriosito
    ” Ti svelo un piccolo segreto per fare in modo che questo non accada: chiudi gli occhi…rimani nel buio per qualche minuto…il mare ora ti sembra lontano, il sole, la luce, sembrano mondi distanti…inavvicinabili.”
    Mia nonna scandiva i minuti che dovevano trascorrere perchè il miracolo si avverasse; poi mi donava le sue parole: “Ora riapri i tuoi occhi! Il tuo mare, il tuo sole, inizierai a guardarli come se li vedessi per la prima volta! Non dimenticarlo mai…è un segreto che il tempo mi ha concesso di donarti…nella vecchiaia, la vera saggezza nasce anche dal dolore del buio…”
    Un grazie infinito per la tua splendida poesia e un augurio di una felice domenica
    Adriana

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    • Cara Adriana, il gioco che ti spingeva a fare tua nonna, lo faccio ogni qualvolta mi accingo a scrivere una poesia. Chiudo gli occhi e mi appaiono dinnanzi gli esseri umani (i più disadattati, i più abbandonati, forse i soli che mi somigliano), e il mondo stesso, con le sue spiagge, il mare le montagne, foreste, città, con i loro colori e i loro suoni e/o rumori. Sono immagini che si tramutano in parole, spesso sanguinanti, perché gli uomini fanno sanguinare il mondo. E neppure il mare (che amo come un fratello implacabile) riesce a lavare quel sangue. Qualche volta trovo un bagliore di felicità nell’amore. Ma cos’è la felicità? Non rispondo. Perché i disadattati non riescono a rispondere. La cercano, questo lo so per certo, ma dubito che la trovino, bagliori forse, lampi illusori.
      Tu, che sei una delle pochissime non disadattate che stimo per quel processo che contraddistingue la tua capacità di creare parole dai sentimenti e presentarle come una fitta rete in cui si raccolgono i dolori di chi, pittori soprattutto, sa creare immagini evocative dell’essenza umana, quella vilipesa e disconosciuta da coloro che fanno sanguinare il mondo, tu conosci la risposta e la doni a chi ti legge. Eppure anche tu sai che i bagliori della felicità appartengono a un fuoco che brucia la tua anima e la spinge a rinnovarsi in colui che è il frutto della tua vita. Un frutto che è maturato al calore delle tue mani. Ecco Adriana, la felicità è quell’estasi, riservata ai pochissimi che sanno amare al di là della carne.
      Con una frase abusata e mortificata da un volgare abuso, ti dico con il cuore in mano, grazie di esistere. Ma soprattutto grazie di parlare al mondo e alle sue ferite.

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  3. Che meraviglia!
    La vedo quella torre, la sento quella spianata di papaveri falciati…
    La forza della vita, il passaggio verso il tramonto.
    Quel tanto di amarezza che comunque fa amare ciò che è stato.
    Ma anche ciò che il cuore ancora fa pulsare.

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  4. Vivre est une architecturale aventure dans laquelle nous sommes constamment impliqués. A la fois en qualité d’outil et d’ouvrier. L’élévation de notre tour se fait dans la paradoxale baisse physique de notre corps et de notre déception philosophique. Alors
    ce qu’exige l’étage à poursuivre fait de plus en plus appel à l’art de bâtir.
    Merci Marcello, bonne soirée…

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