L’atelier peinture de Christine — Lavandières au fil de l’eau

Christine ci trasporta con le sue parole a luoghi e persone scomparse che molti di noi, se giovani, non hanno conosciuto. Ci dipinge con le sue parole e con quelle di Pierre-Jaquez Helias il mondo di donne che faticavano duramente per vivere ma che trovavano in quello stare insieme, scherzando, spettegolando, prendendosi reciprocamente in giro, la forza di affrontare la vita con coraggio e determinazione.
E poi Christine illustra questa figura di donna nel suo quadro, che ritrae la moderna lavandaia con colori che traggono ispirazione a quel piacere di vita delle antiche lavandaie. Quasi ne fosse una nipote.

Christine nous transporte avec ses mots dans des endroits disparues que plusieurs de nous, si jeunes, n’ont pas connus. Il nous peint avec ses paroles et celles de Pierre-Jaquez Helias,le monde des femmes qui ont eu du mal à vivre mais qui ont trouvé dans celle être ensemble, en plaisantant, en bavardant, en se moquant les unes des autres, la force d’affronter la vie avec courage et détermination .
Et puis Christine illustre cette figure de femme dans sa peinture, qui dépeint la lavandière moderne avec des couleurs qui s’inspirent du plaisir de la vie des vieilles lavandières. Presque comme si elle était une petite-fille.

 

Autrefois, chaque hameau possédait son lavoir public, situé un peu à l’écart des habitations. Les conversations y étaient animées, interminables, vigoureusement ponctuées de coups de battoirs. Il n’est point de potin de village qui ne trouvait sa source en ce lieu strictement féminin. Toute histoire un peu corsée était jugée là en première et dernière […]

via Lavandières au fil de l’eau — L’atelier peinture de Christine

Pablo Neruda, Soliloquio (ESP – ITA)

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Pablo Neruda non nomina né ragionieri né casalinghe, né dattilografi CHIUSI nei loro locali (mentali più che fisici). Non li nomina ma è come se li nominasse uno per uno.
E nomina anche me.

La traduzione in italiano si trova alla  fine del testo in spagnolo.

SOLILOQUIO EN TINIEBLAS

Entiendo que ahora tal vez
estamos gravemente solos,
me propongo preguntar cosas:
nos hablaremos de hombre a hombre.

Contigo, con aquel que pasa,
con los que nacieron ayer,
con todos los que se murieron
y con los que nacerán mañana
quiero hablar sin que nadie escuche,
sin que estén susurrando siempre,
sin que se transformen las cosas
en las orejas del camino.

Bueno pues de dónde y adónde?
Por qué se te ocurrió nacer?
Sabes que la tierra es pequeña
apenas como una manzana,
como una piedrecita dura,
y que se matan los hermanos
por un puñado de polvo?

Para los muertos hay tierra!

Ya sabes o vas a saber
que el tiempo es apenas un día
y un día es una sola gota?

Cómo andarás, cómo anduviste?
Social, gregario o taciturno?
Vas a caminar adelante
de los que nacieron contigo?
O con un trabuco en la mano
vas a amenazar sus riñones?
Qué vas a hacer con tantos días
que te sobran, y sobre todo
con tantos días que te faltan?

Sabes que en las calles no hay nadie
y adentro de las casas tampoco?

Sólo hay ojos en las ventanas.
Sí no tienes dónde dormir
toca una puerta y te abrirán,
te abrirán hasta cierto punto
y verás que hace frío adentro,
que aquella casa está vacía,
y no quiere nada contigo,
no valen nada tus historias,
y si insistes con tu ternura
te muerden el perro y el gato.

Hasta luego, hasta que me olvides!

Me voy porque no tengo tiempo
de hacer más preguntas al viento.

Tengo tanta prisa que apenas
puedo caminar con decoro,
en alguna parte me esperan
para acusarme de algo, y tengo
yo que defenderme de algo:
nadie sabe de qué se trata
pero se sabe que es urgente
y si no llego está cerrado,
y cómo voy a defenderme
si toco y no me abren la puerta?

Hasta luego, hablaremos antes.
O hablamos después, no recuerdo,
o tal vez no nos hemos visto
ni podemos comunicarnos.
Tengo estas costumbres de loco,
hablo, no hay nadie y no me escucho,
me pregunto y no me respondo.

Pablo Neruda, Estravagario, Nuova Accademia, 1963

SOLILOQUIO NELLE TENEBRE

Capisco che forse ora
siamo gravemente soli,
mi propongo d’interrogare:
ci parleremo da uomo a uomo.

Con te, con colui che passa,
con quelli che nacquero ieri,
con tutti quelli che morirono
e con chi nascerà domani
voglio parlare senza che nessuno oda,
senza che stiano sempre sussurrando,
senza che si trasformino le cose
nelle orecchie della strada.

Bene, dunque, da dove e verso dove?
Perché t’è venuto in mente di nascere?
Sai che la terra è piccola
appena come una mela,
come una pietruzza dura,
e che si uccidono i fratelli,
per un pugno di polvere?

C’e terra per i morti!

Sai ormai, o lo saprai,
che il tempo è un giorno appena
e un giorno è solo una goccia?

Come camminerai, come camminasti?
Sociale, gregario o taciturno?
Camminerai davanti
a coloro che nacquero con te?
O con un trombone in mano
minaccerai le loro reni?

Che ne farai di tanti giorni
che ti restano e soprattutto
di tanti giorni che ti mancano?

Sai che nelle strade non c’è nessuno
e neppure dentro le case?
Solo vi son occhi alle finestre.
Se non hai dove dormire
bussa a una porta e ti apriranno,
ti apriranno fino a un certo punto
e vedrai che dentro fa freddo,
che quella casa è vuota,
e nulla vuol aver a che fare con te,
non valgon nulla le tue storie,
e se insisti con la tua tenerezza
il cane e il gatto ti mordono.

Arrivederci, finché mi avrai dimenticato!

Me ne vado perche non ho tempo
di fare altre domande al vento.

Ho tanta fretta che appena
posso camminare con decoro,
in qualche parte mi attendono
per accusarmi di qualcosa, e devo
difendermi da qualcosa:
nessuno sa di che si tratta,
si sa però che è urgente
e se non arrivo è chiuso,
e come mi difenderò
se busso e non aprono la porta?

Arrivederci, parleremo prima.
Oppure parleremo poi, non ricordo,
o forse non ci siamo visti mai
né possiamo comunicare tra noi.
Ho quest’abitudine da pazzo,
parlo, non c’è nessuno e non mi ascolto,
m’interrogo e non mi rispondo.

Pablo Neruda, Stravagario, Nuova Accademia, 1963

traduzione di Giuseppe Bellini.

Gabrielle Segal – Acquazzoni – Les Averses (ITA – FR)

Aversesrit

Di te
Quel che vedo
Quel che non vedo
Adoro
Di te
Invento tutto
Ma non invento nulla, vero?
Tutto è lì sotto i miei occhi
Tutto si dona alle mie mani
O non si dona
E mi strappa il cuore
Ogni giorno
Me lo strappa via
Ma il cuore ritorna
Costantemente ritorna al nido
Nel posto della sua nascita
Perché il cuore è un uccello
Di che posto sto parlando
Vorresti saperlo, vero?
Chi lo sa
Chi conosce la fonte di questo cuore
Perché il cuore è un pesce
Di te
Ciò che vedo
Io adoro
Meno talvolta
ciò che non vedo
Ciò che nuota
Ciò che vola
Ciò che ha la morte nel cuore
Da te io mi pongo a distanza
Tra me e la morte
Tra me e la notte
La notte che è giorno tu lo sai
Per i felici
Per i folli
Io e te lo siamo entrambi
Io e te siamo
A volte tutto e niente
Inciampiamo costantemente
Inciampiamo
E le risate ci sollevano
O la sofferenza
A volte ridere e soffrire
Nel medesimo anelito
Ci rimettono in piedi
Perché il desiderio ci porta
Ad intenderci là
Di te
La mia pelle sa più
Di quanto ne sappia il mio animo
Potrei anche vederlo scritto
Ma può invertirsi
La poesia non è un re
Di te
Dimentico sempre quello che so
Perché i minuti sono
Credo che i minuti siano
Svuotati dagli acquazzoni
Tu lo sai bene
Di quali acquazzoni parlo.

Gabrielle Segal, Les averses
traduzione Marcello Comitini

https://segalgabrielle.home.blog/2020/02/10/les-averses/ 

De toi
Ce que je vois
Ce que je ne vois pas
Je l’aime
De toi
J’invente tout
Mais je n’invente rien, hein ?
Tout est là sous mes yeux
Tout se donne à mes mains
Ou ne se donne pas
Et m’arrache le cœur
Chaque jour
Me l’arrache
Mais le cœur revient
Sans cesse il revient se nicher
À sa place de naissance
Car le cœur est oiseau
De quelle place je parle
Tu aimerais le savoir, hein ?
Qui le sait
Qui sait la source de ce cœur
Car le cœur est poisson
De toi
Ce que je vois
Je l’aime
Moins parfois
Que ce que je ne vois pas
Ce qui nage
Ce qui vole
Ce qui en a gros sur le cœur
De toi je fais distance
Entre moi et la mort
Entre moi et la nuit
La nuit qui est jour tu le sais
Pour les bienheureux
Pour les fous
Toi et moi sommes les deux
Toi et moi sommes
À la fois tout et rien
Nous trébuchons sans cesse
Nous trébuchons
Et les rires nous relèvent
Ou la souffrance
Parfois rire et souffrance
Dans un même élan
Nous remettent debout
Pour que l’envie nous prenne
De nous étendre là
De toi
Ma peau sait plus
Que n’en sait mon esprit
J’ai beau le voir écrit
Cela peut s’inverser
Le poème n’est pas roi
De toi
J’oublie toujours ce que je sais
Car les minutes sont
Je crois que les minutes sont
Vidées par les averses
Toi tu sais
De quelles averses je parle

Gabrielle Segal

https://segalgabrielle.home.blog/2020/02/10/les-averses/

L’addio

treno parterit

Lucidi di pioggia i treni s’allontanano
coprono la distanza con sudari di nebbia
che s’allunga silenziosa
dietro l’ombra incerta dell’ultimo vagone.

Sui marciapiedi dicono addio ai treni
esili cipressi carichi di malinconia,
scuotono lente cime,
chinano i rami intorno al cuore.

E tu, amore, al finestrino.

Il vento scioglie il nero dei tuoi capelli
tremolii di lacrime rigano gli occhi
d’uno sguardo perso e la tua bocca
muove le labbra come ali smorte.

Ci vedremo, ti grido
con lo stridere lamentoso del gabbiano
smarrito nella nebbia.
Ci vedremo, sospiro
con la stanca certezza di un addio.

Lucidi di pioggia i treni
tra sudari di nebbia s’allontanano.
S’allunga silenziosa la distanza
dietro l’ombra incerta
dell’ultimo vagone.

da “Formule dell’anima”, Edizioni Caffè Tergeste, 2001

 

 

L’œil partout

L’occhio dovunque

Sta su di noi a domandarsi

Se abbiamo ben conservato la nostra feconda usura

Sotto il cespuglio delle vene e seppellito la bellezza

Del mondo sotto il nostro unico sguardo per paura che ci tornino

In bocca le prime ebbrezze dei nostri baci

Con la beffa delle loro risate sotto la luna di un 14 luglio.

 

Barbara Auzou
traduzione di Marcello Comitini

Canto d’uccello

L'uccello Christine Nova Larue rit

di Christine Nova-Larue

Una poesia piena di vita che illustra l’allegro dipinto  eseguito dalla pittrice
 Christine Nova-Larue  

Chant d’oiseau

dal blog di Christine Nova-Larue

CANTO D’ UCCELLO
“Ma allora ecco che un uccello canta,
In una povera gabbia di legno
Ma ecco che un uccello canta
Sulla città e su tutti i suoi tetti.

E dice che si vede il mondo
E sul mare la pioggia cadere,
E le vele andarsene gonfie
Sull’acqua, quanto più lontano si possa andare.

Poi voce più in alto nell’aria alzatasi,
Allora ecco l’uccello dire
Che tutto l’inverno è finito
E si vede l’erba diventare verde.

E gsulle strade la polvere,
e anche le bestie
E tetti che fumano in una luce
Che si direbbe di mezzogiorno.

E poi ancora la sua voce alzatasi,
Che l’aria è d’oro e risplende,
E poi toccato l’azzurro del cielo,
Che il Paradiso si è aperto. »

Max Elskamp  (1862-1931)
da Huit chansons reverdies dont quatre pleurent et quatre rient
traduzione di Marcello Comitini

 

Il bacio (ITA – ENG)

Il bacio antico

Troppo presto la mattina
per essere in molti nel parco
ma una coppia davanti a me
di tanto in tanto
smette di baciarsi e abbracciarsi:
un uomo alto e pesante,
con indosso ancora uno scuro cappotto invernale
e la figura più snella in pantaloni.

Si tengono abbracciati uno con l’altra
e non appena smettono di baciarsi,
tornano di nuovo a baciarsi,
come se non ne avessero mai abbastanza.
Nulla, in effetti, sembra più adatto
a questa bella mattina –
primo giorno caldo di primavera.

Mentre li sorpasso,
la figura in pantaloni si gira e sorride –
un sorriso immobile
non diversamente da quello di un arcaico Apollo –
gli occhi grigi vitrei e splendenti –
non era affatto una ragazza
ma un giovane
bisognoso di radersi.

Charles Reznikoff (1894 – 1976)
traduzione di Marcello Comitini

 

Too early in the morning
for many to be in the park
but a couple ahead of me
every now and then
stop to kiss and embrace:
a tall heavy-set man,
still wearing his dark winter overcoat,
and the slighter figure in slacks.

They hold their arms about each other
and no sooner do they stop kissing
than they fall to kissing again,
as if they could never have enough.
Nothing, indeed, seems more suitable
this beautiful morning –
the first warm day of spring.

As I pass them,
the figure in slacks turns and smiles –
a fixed smile
not unlike that of an archaic Apollo –
the grey eyes shining and glazed –
not a girl at all
but a young man
badly in need of a shave.

Charles Reznikoff
from “By the wellof living and seeing” in “Poems 1937 1975”  Edit. by Seamus Cooney

 

 

 

 

MARCELLO COMITINI – IL FOLLE

Faccio precedere questo reblog dal commento di Diego Bruschi:

“Bel poeta davvero il Marcello Comitini. Poesia di grande forza espressiva. Dai movimenti del folle, dalla danza enigmatica del suo giorno si passa alla descrizione cromatica, un paesaggio urbano reso assai bene, qui ad esempio la sera della città è resa con efficacia e stile

È la città che vedo,

un affollarsi d’ombre uno sfilare di lucenti bave,

linfa frenetica che scorre nelle strade
e nella notte luccicando appare
ricca di gioie e di piacere,
senza rancori né inquietudini, senza rimorsi e senza colpe.

E poi lo squarcio, dall’oblìo della follia, reso possibile dal freddo della tramontana, e poi la chiusura, il ritorno della follìa, con un accenno nietzschiano, beffardo e potente, alla danza.

L’ottima lettura di Luigi Maria Corsanico, che valorizza, da par suo.”
Ringrazio Luigi della lettura e Diego del commento.

Letture/Lecturas

MARCELLO COMITINI – IL FOLLE
Da: Marcello Comitini
Formule dell’anima, 2011 © Edizioni Caffè Tergeste

da qui: https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/12/23/il-folle-ita-fr/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Max Richter – From The Art of Mirrors

Francisco Goya, Disparate pobre
(1815 – 1819)

~~~~~~~~

Gesticolo, mi sbraccio quasi danzo
lungo i muri nei viali ombrosi o in pieno sole
fermo in mezzo ai marciapiedi
che la gente percorre come un fiume.
Scruto il signore in giacca e con gli occhiali
rido alla ragazza che mi sfugge impaurita
ghigno ai bambini divertiti
strattonati dalla mamma.
Supplico a un dio che mi risponde
e al cielo e al vuoto.
A squarciagola canto il desiderio, la mia fronte bassa
il cuore rosso lunghe attese i miei rimpianti.
Canto per chi mi ascolta e per chi ne ha paura
per chi cerca l’alba e trova la tempesta.
E a volte taccio.
A volte un sudicio scalino per sedermi e…

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L’arte poetica

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In una delle mie precedenti pagine ho esposto le mie impressioni su certi modi di scrivere poesie con versi sciatti, privi di ogni valore poetico, frutto di sfoghi personali (in prevalenza sospiri d’amore, di delusioni amorose o invettive contro la società e il modo di vivere odierno).

Ho inteso adesso esporre qualche riflessione su cosa significhi per il poeta scrivere poesie e sui meccanismi di comunicazione dell’arte poetica.

Ho riflettuto che leggendo una poesia,oppure guardando un quadro, o ascoltando musica, mai mi vien da chiedermi cosa sia l’arte poetica,quella pittorica o musicale.
Queste domande sorgono in me quando la poesia, un quadro o la musica sono espressione di un istinto individualista (o sfogo) che nulla comunica a me fruitore, quale appartenente al genere umano o, in senso spirituale, all’umanità.

Peraltro ho notato che queste domande sono poste prevalentemente da chi non ha nulla a che vedere con queste arti (o le analizza per motivi di mestiere).

Per essere più schietto e immediato (e magari un po’ ironico), mai mentre faccio all’amore, o sono innamorato, mi sono chiesto e mi chiederò cosa sia l’amore.
Ciascuno comprenderà quale effetto deleterio possa provocare nell’intimo di colui o colei che si pone la questione mentre fa all’amore. Certo, magari ce lo chiederemo dopo, o prima. Ma se ci poniamo la domanda, siamo davvero sicuri di amare, e in particolare colei o colui che ha suscitato in noi il bisogno di un chiarimento?

Leggere, ammirare, ascoltare fare all’amore significa spalancare, senza ombra di vanità, le porte della nostra anima.

Chiarito il rapporto strettamente spirituale che lega fra loro poesia, musica, pittura e amore, ed escludendo da queste righe (per ovvi motivi!) l’analisi dell’atto di fare all’amore, torno a riflettere sulla domanda iniziale, limitandomi alla poesia, per comprendere i meccanismi di comunicazione dell’arte poetica.

In generale si dice: «Scrivo versi perché mi sfogo, perché mi sento realizzato, perché dentro me urgono delle emozioni che mi costringono a metterle giù. »

Accettiamo per il momento queste motivazioni come valide per scrivere versi. Ma chiediamoci se sono anche sufficienti per creare valide poesie.

Poiché io mi ritengo una minima fievole esile voce del coro, vorrei spostare l’attenzione su coloro che sono universalmente riconosciuti poeti. In particolare su coloro che appaiono, sotto il profilo delle esigenze interiori, meglio rispondenti a quelle motivazioni appena citate.

Possiamo rivolgerci a Wislawa Szymborska (le cui poesie sono da me non molto apprezzate) che scrivendo i suoi versi, contraddistinti da grande semplicità, riflette adoperando elementi retorici quali l’ironia, la contraddizione (o antitesi) e il paradosso, sia per descrivere la condizione dell´essere umano, sia per celebrare le meraviglie del creato che osserva e descrive con immutato stupore.

Essa ha detto di sé stessa, rileggendo la sua biografia “strappatale” da due giornaliste: «Mi sono resa conto che tutta questa mia storia appare priva di drammaticità. Come la vita di una farfalla, come se dalla vita avessi ricevuto solo carezze». Non è stato così, non fosse altro che per essere stata costretta a studiare in clandestinità per conseguire il diploma e a rinunciare al conseguimento della laurea per motivi economici.

La Szymborska è una dei poeti che si è posta la domanda su cosa sia la poesia e, contrariamente a quanto da me sottolineato sopra, lo fa proprio scrivendo i versi finali di un suo componimento :

ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano. [1]

A cosa si aggrappa la Szymborska per comporre poesia ?
Non alla poesia, ma al suo non sapere.  Vi si aggrappa come a un corrimano, esattamente all’opposto di ciò che fanno coloro che scrivono per sfogo, che spesso compongono i loro versi dando l’impressione di sapere già tutto della vita.

Ma il vero poeta va alla ricerca degli infiniti percorsi che la sua continua e sofferta permanenza nell’impermanenza della realtà rende possibile tracciare.

Un’altra poetessa, Emily Dickinson, così esprime questa condizione:

Nella prosa mi chiudono
come quando, bambina,
mi chiudevano dentro lo stanzino,
perché volevano stessi “tranquilla”.
Tranquilla! Avessero potuto sbirciare,
vedere la mia mente che frullava,
tanto sarebbe valso rinchiudere un uccello,
per tradimento, dietro uno steccato.  [2] 

Sono due poetesse che non si sono mai abbandonate tra le braccia della vanità, magari amanti della gloria, ma di quella gloria che è il contrario della vanità.

Sul versante opposto all’ironia, ma non alla vanità, e massimamente aspirante alla gloria, troviamo il Leopardi, che ci parla ancora oggi e sembra lamentarsi con, e contro, la natura per la propria condizione. Le sue poesie come i suoi scritti parlano dell’io in prima persona.

Ma chi penserebbe mai che quell’io sia semplicemente un io che si sfoga? E perché pensiamo alle poesie di Leopardi come espressione dell’umanità, anche di quella che non si sente soffocare dalle stesse pene?

Certamente perché Leopardi parla con toni e modi, con immagini e figure retoriche, esprimendo un pensiero, una concezione della vita che vengono largamente condivisi a livello estetico-armonioso e/o a livello sentimentale-razionale.

Forse il suo sfogo non è proprio uno sfogo, né le poesie sono state scritte con quelle intenzioni e meno che mai con quello scopo. Egli scrive di sé come paradigma dell’umanità. Ma per giungere a questo livello di comunicazione, egli ha speso le sue giornate, per anni, sulle “sudate carte” in cui altri autorevoli autori, dei secoli precedenti, hanno esposto le loro idee ora in forma filosofica ora in forma poetica, ricorrendo in quest’ultimo caso a canoni di armonia e di eleganza formale, e avendo come fine ultimo l’amore per la Bellezza.

Leopardi si è talmente lasciato sommergere dall’attualità di pensiero dei suoi predecessori, da sentire il bisogno d’infrangere quei canoni utilizzati da quegli autori per crearne di nuovi più rispondenti alle esigenze estetiche del suo concepire l’arte poetica, emergendo così da schemi ormai sorpassati (anche se ancora culturalmente validi per gli specialisti di quest’arte – storici e critici- e per gli eruditi amanti delle tradizioni).

Infine ci rivolgiamo a Raymond Carver, poeta disarmante per la sua paradossale capacità di consapevolezza e insieme d’innocenza.

L’autoironia lo riscatta continuamente, combinandosi allo stupore e alla curiosità per la complessità della vita umana e ai suoi legami con la vita animale. Il suo modo di fare poesia ci regala nuovi modi di pensare e di sentire in campi già battuti. [3]

Dunque una serie di fattori concorrono a trasformare un dattilografo dei versi (come definisce Carver certi versificatori ) in un vero poeta.  [4]  

Credo che ciascuno di noi può trarre le dovute riflessioni sulla complessità o meno del proprio mondo interiore ed esaminare criticamente il modo di esprimerla in versi.
Spontaneità, sentimentalismo (o in opposizione razionalismo), non fanno poesia. Come non fanno poesia l’uso di espressioni bizzarre (che i loro autori fregiano dell’appellativo di emetiche), spesso colte dai versi delle canzoni che più li hanno colpiti o commossi, e accostate tra loro per stupire sé stessi, credendo che possano stupire gli altri e soddisfare la propria vanità.

È fondamentale una solida cultura letteraria (e filosofica) che maturi in un senso di consapevolezza del vivere dell’uomo e della natura. Un uso corretto della lingua e delle figure retoriche (non le solite e stantie), un senso dell’armonia e soprattutto sensibilità alla sete di bellezza che ciascun uomo sente in sé.

Leggendo sui blog o su facebook o altri social penso infine, per dirla con Bacchelli  [5], a certi contemporanei portatori di speranze e di amore a buon mercato, o viceversa “a certi banditori e mimici eroi della disperazione, del pessimismo e dell’ironia” vuota di ogni pensiero, maturato, moralmente meditato e serio,e mi “par di assistere a un carnevale” .

Note

[1] Wislawa Szymborska, “Ad alcuni piace la poesia”, in “La fine e  l’inizio”, traduzione e cura Pietro Marchesani, Edizioni Libri Scheiwiller, 2009.
[2]  Emily Dickinson, Poesia num.  613 (c. 1862). in “Poesie”, traduzione di Margherita Guidacci, Edizioni BUR Rizzoli,2019.
[3] Tessa Callager, Introduzione a “Orientarsi con le stelle” di Raymond Carver , Edizioni minimum fax, 2016.
[4]  Raymond Carver, Voi non sapete cos’è l’amore (una serata con  Charles Bukowski), in  “Orientarsi con le stelle”, Edizioni minimum fax, 2016.
[5] Riccardo Bacchelli , Discorso per il centenario di Leopardi, in” Leopardi, commenti letterari”, Edizioni Mondadori, 1962

Marcello Comitini – La partita a tennis

Luigi Maria Corsanico reinterpreta una partita a tennis tra due amici che si conoscono sin nel profondo del loro essere senza essersi mai incontrati, senza essersi mai stretti la mano come fanno due giocatori dopo un’amichevole scambio di battute. Una partita in cui la palla da tennis è la parola. Una partita sul campo da gioco che è tutto il mondo che circonda la loro vita, che fisicamente li separa ma li avvicina intellettualmente e spiritualmente. E le parole rimbalzano da un continente all’altro lanciate da due uomini che già sanno che ogni loro incontro non si concluderà mai con vincitori e vinti, ma con sguardi di comprensione e di stima. Sapendo che il dolore, se condiviso, può essere guardato con mente e cuore meno tumultuosi.

Letture/Lecturas

Marcello Comitini
La partita a tennis
©2020

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti, Lontano

Immagini dal web elaborate da L.M. Corsanico

~~~~~~~~~

Il sole sorge ai limiti del campo
del nostro globo piatto. Tramonta sul rovescio.
Al di qua delle sue fasce – delle due quale la dritta? –
ci guardiamo l’uno inverso all’altro
lontani ma simili e vicini.
Davanti ai nostri occhi si distende
un terreno a prato immenso
come i mari che lambiscono
le nostre sponde opposte.
Prima di ogni incontro ci alleniamo in solitaria
contro il muro cieco della vita.
A sguardi attenti
dai bordi ci lanciamo le parole
con racchette a trama tesa
pronte come bocche che si schiudono
assaporando ogni sillaba nell’aria.
Le cogliamo a volo
le soppesiamo palleggiandole
tra labbra e cuore
le lanciamo a nostra volta.
Una partita senza spettatori che battano le mani
senza maglie bianche né sponsor
senza calzature…

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