VENEZIA

Silvia-Caimi-Il-salto-2010

Silvia Caimi, Il salto, 2010

 

VENEZIA

Vorrei che fosse nero quell’azzurro del cielo

le nuvole bianche uno scintillio di stelle

gli alberi avvolti in un velo di nebbia

come donne celate per amore dell’uomo.

Vorrei che il mare fosse dentro le strade

a bagnare i palazzi e dagli androni uscissero

cariche di luci gondole silenziose.

Che gli uomini viaggiassero lenti sulle acque

accese di smeraldo ai bagliori delle lampade

e sulla grande piazza sentissero il profumo

della solitudine.

Vorrei che tu accanto ponessi la tua ombra

come un angelo uscito da grotte sommerse

e mi offrissi il tuo viso di donna svelata

in quest’alba in cui il mondo

è una Venezia languida

e le colombe volano su un mare inesistente.

La vittoria di Pablo Neruda

Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Una lettura esemplare come sempre di Luigi Maria Corsanico da me già commentata su youtube ma che qui riprendo sotto un altro profilo.

“vinceremo,

anche se tu non lo credi,

vinceremo.” dice Neruda concludendo la sua poesia con questi versi.

Ma cosa vinceremo? il dolore della vita, quello delle nostre scelte, quello che ci procurano gli altri?

La mano sulla spalla che Neruda ci offre come un amico, ci consolerebbe certamente come ci consola la mano dell’amico che ci si pone a fianco. Saremo più sereni, saremo più sorridenti, ci sembrerà più lieve il dolore.

Ma sconfitti siamo e sconfitti resteremo, perché ciascuno di noi è uno e solo uno.

E quando ciascuno di noi pensa e aspira alla felicità non può che pensare e aspirare alla propria. Anche se al di là della propria pensa e vuole la felicità dell’umanità.

Forse se si fosse santi… Ma essere santi non è…

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La fuga

Hopper

Edward Hopper, Excursions into philisophy , 1959

La stanza è spoglia e anonima. Le valige ancora chiuse.
Sul pavimento le tue vesti sparse
come quelle che i due amanti
si strapparono di dosso per amarsi.

Fuori dalla finestra due o tre gabbiani volano lentamente
sulle navi immobili lungo i moli deserti.

Seduto sulla sponda del letto
sfogli le pagine del romanzo
che hai trovato dimenticato sul comodino
come in attesa di narrarti
la storia dolorosa dei due che si sono amati.

Con le spalle curve sul libro
alzi ogni tanto lo sguardo verso la finestra
pensando a quel luogo a quel tempo
quando le cose intorno
avevano il calore delle abitudini familiari: il tavolo
le sedie il letto in cui giacevamo.

Il sole entra a illuminare la stanza e il tuo corpo
ha il profumo triste e oscuro
delle onde che carezzano il fianco delle navi.

Assorto nei pensieri dell’altra che adesso ti ama
ti scuote il suono delle parole del romanzo
che ti penetrano in fondo al cuore
danno corpo a un’ombra coperta da un lenzuolo,
a una morta risuscitata dal suo sudario.

Chiedi alla loro musica col gesto del mendicante
che tiene alla catena una piccola scimmia
e tendi la ciotola come la sola difesa
ai nostri ricordi e alla tua debolezza.

Sei fuggito in fondo a questa stanza spoglia
che attrae come una luce diversa
come il fuoco degli occhi della medusa.

E io rido qualche volta pensandoti
d’una risata che non viene dal petto
ma dal fondo del dolore
quando mi accorgo che tutto è vano
senza scopo né sostanza.

Anche la mia bellezza, quella che amavi.