42 perle di Donatella Pezzino (recensione)

Donatella Pezzino

 

Lungo il cammino che Donatella Pezzino ha compiuto  – e che ancora continua a compiere – nella intimità clandestina della pagina, attraverso 42 poesie pubblicate sul sito di Bibbia d’asfalto (http://poesiaurbana.altervista.org/category/autore-donatela-pezzino) e raccolte a formare un “filo di perle”, Donatella incontra una donna dal carattere schivo ma cordiale, romantica ma proiettata verso il futuro, maliziosa e docile come solo la dolcezza può rendere maliziosamente docile una donna. Si sono affiancate e camminando hanno iniziato a parlare. Nel corso del dialogo, il volto di una delle due è celato dietro una maschera. Non è possibile capire chi sia la più giovane, chi delle due abbia più esperienza della vita. Né è possibile sapere chi parla, e se sia un dialogo o un monologo. Sembra più che altro un emozionante, e alquanto strano, scambio di segnali che si svolge tra una che parla e l’altra che ascolta soltanto. Eppure non si può dubitare che sia un vero e proprio dialogo perché di una cosa si può essere certi: a colei che parla tracciando segni verbali, l’altra risponde con segni che suscitano e diffondono nell’aria colori, vibrazioni, profumi, sogni,ricordi, fantasie, immagini di donne vissute nel passato ma ancora presenti, uomini leggeri (amati?) come una nuvola ma che hanno saputo lasciare tracce insanguinate . Il dialogo interiore assume per il lettore il tono di una lettera indirizzata a una sconosciuta. Una lettera che, dal proprio mondo, Donatella lancia nel futuro portando con sé la consapevolezza

che anche le cornici

s’impolverano

qualche volta; e hanno l’odore

dell’amore rimasto in gola,

quel dolce triste della frutta cotta

Il dialogo inizia nel profondo del proprio intimo ma si manifesta con l’invito, rivolto alla compagna, a parlare per prima, a evocare ricordi comuni, in cui tutto si illumina di colori e profumi malinconici:

raccontami il paese, col grigiore finto-dormiente

delle case, e un’afa di mele mature

per le salite ombrose; e dimmi

delle vendemmie, e del cielo aspro e antico

dove tutto svaniva. Dimmi. Di te

Le interlocutrici dunque non sono due che non si conoscono: Hanno vissuto esperienze comuni. Ma quando? E adesso che dialogano, perché a volte colei che parla si rivolge alla compagna come se fosse andata via? È solo una sensazione provocata dal fatto che i verbi utlizzati sono quasi tutti al passato?

C’eri tu al posto di questa balaustra sporca di sabbia,

e la tua casa inghiottita da una voragine spaventosa

insieme ai roseti, alle terrazze umide di frutti

Ma il lettore sente con chiarezza che la compagna è lì accanto a colei che parla e la inonda di ricordi colmi di domande e di risposte mai risolutive.

Tu sai a cosa penso se mi chiedono di scrivere

dentro a una di quelle finestrelle di carta che si aprono:

non al cestino del pane usato per la frutta,

non alla crocchia, al grembiule che copre una parola di troppo

o alle posture forzate che hanno gli arti dolorosi e il cuore duro dei

vecchi

Bisogna scorrere i versi della silloge e tornarvi più e più volte. Solo allora si capisce che è proprio Donatella Pezzino la compagna di sé stessa: una Donatella che risorge dalla

memoria di com’era, di come sarebbe voluta essere, di come si percepisce adesso.

al ginocchio che ti basta piegare appena

per sembrare me

e al tuo sorriso vestito, quando mi chiedi

per gentilezza

di significare qualcosa

E questo spiega la contemporanea assenza e presenza di colei con cui dialoga.

Da una me

in seppia mi arriva il ricordo

di mille soli scomposti

dentro un tubo di cartone

Non vi sono precedenti nella letteratura in cui l’autrice dialoghi sistematicamente con sé stessa come se fosse un altra da sé, come se raccogliesse in sé tutte le figure femminili che l’hanno preceduta (o che le vivono ancora a fianco) e con cui è entrata in contatto fosse anche soltanto per essere donne. Neppure Pessoa, a cui questo pensiero potrebbe rimandarci, può rappresentare un precedente: Pessoa si sdoppia e sdoppiandosi si separa da sé, dimentica il sé originario.

Donatella si sdoppia nell’altra ma non si dimentica

Fammi un piacere:

inventati un dolore,

un dolore qualsiasi.

Non coprirti gli occhi con le mani

mentre cambio l’acqua ai fiori finti.

Ho le unghie spezzate

per il troppo scavare.

È un’altra che è l’incarnazione di una sé stessa.

Ora

mi sono chiari gli incastri di viola

quel tuo essere ambidestro

con la parola

Una sé stessa nel cui animo a loro volta vibrano e si incarnano le esperienze delle altre donne

Permetti alle sonorità latenti di trasfonderti

l’effluvio dei lilium, a compenso della poca luce

desiderata. Prendi fiato

pensando a quante stazioni

ci separarono

e a quanti nidi d’ossa avresti potuto

assomigliare

semplicemente abbracciandomi; a quante

ombre

ti si confonderebbero addosso

 

Quando non dialoga con l’altra, parlando d sé stessa Donatella svela la sua arte di fingere

Ero: il rossetto mentiva

l’esanguità delle labbra, e l’anonimato

dei vagoni letto.

Fingere perché nella menzogna c’è la possibilità di fuggire dal giudizio degli altri, dai vincoli in cui le relazioni umane ci costringono.

L’unica mia luce:

il riflesso delle bugie fra le scapole dorate,

le candele dei ristoranti panoramici

in una sera dove niente ha sapore

e

dove spugne imbevute d’aceto

nutrono le vene vuote delle orchidee

Questo s’invera soprattutto di fonte all’uomo, che rappresenta l’altro con cui il dialogo diventa difficile perché i segnali che ne riceve sono di comando o di indifferenza

I disegni sulla pelle non si sciolgono,

i lacci sì. Per questo ti scivolo via

dalle unghie

anche se cerchi di piegarmi

dolcemente

come fai col giornale di oggi

prima di leggerlo

 

E quando i segnali tacciono, c’è sempre quella malinconia struggente che rivela come la loro assenza renda doloroso il dialogo

Non so più quale amore mi raccoglie

oggi: se quello del mendicante

per il suo vecchio cappotto

o quello della foglia secca che vola

in tondo sul marciapiede

sperando che qualcuno la calpesti. Non ricordo

i baci, sai: ricordo solo

che eravamo scalzi. Come il silenzio

ora

hai stanze chiuse

e ringhiere:

trattienimi

Dal dialogo emerge di Donatella una figura interiore in conflitto con la realtà che la circonda con un ruolo – certamente doloroso – che rischia di soffocarla in una vita confusa che ha tutte le caratteristiche per definirsi simile alla morte.

Stanno lì, sospesi sulla gruccia

in attesa di dimenticarsi a vicenda.

[…]

e tu dipingi

fiori recisi, improbabili

fiori

per inventarti la vita

dentro una morte che non profuma

Ma cosa dice di sé Donatella a colei che ascolta in questo fitto dialogo?

Io – fame d’aria –

lanciata in alto come una moneta

indecisa

da quale parte cadere

In realtà non è un’indecisione ma l’idea che Donatella ha della condizione umana che costringe l’uomo a vivere questa vita ben sapendo quale sia la meta finale.

siamo tutti

strappi deliranti, nella tela antica

che un male oscuro corroderà in eterno

clandestini a tempo

in questa strana osmosi

fra l’infinito ed un pugno di terra

Una meta che spinge Donatella a considerazioni molto amare intrise di un forte rimpianto nel ricordo di chi l’ha raggiunta

Peccato sia tardi: la sera

ci sgretola addosso un buio di zinco e di rami spezzati. Così

mastico radici amare, immaginando di esserti ancora

e odiando la terra meschina

sopra i tuoi piedi

Una morte amara ma non violenta, non traumatica perché in essa si entra

nel cono d’ombra

a piccoli passi

 

e in una dimensione in cui

non bastano a contenerci

muri infiniti

 

Il linguaggio del dialogo si avvale, come già accennato, non soltanto di espressioni verbali ma di tutta l’atmosfera che le parole sanno sapientemente ricostruire intono a chi legge. Sono parole scelte una per una come oggetti, apparentemente estranei tra loro che, ricomposti dalle sensibilità di Donatella come perle in fila a formare una collana, si raccordano creando accostamenti arditi e originali.

Scomparso il razionale, regna il lento, calmo, melodioso e armonicamente perfetto irrazionale poetico. Un irrazionale che induce a pensare alle opere di Picasso, in particolare a quella serie degli anni quaranta in cui l’Artista, divenuto amico dei poeti, introdusse elementi di tecnica poetica: forme dai molteplici significati, metafore di forme, paradossi che consentirono al suo mondo interiore di manifestarsi creando realtà che sono espressione umana dell’astrazione mentale.

Il richiamo a uno dei massimi rappresentanti della rivoluzione attuata dalla pittura del novecento chiarisce perfettamente le espressioni poetiche che ritroviamo in Donatella.

Come Picasso introduce nei suoi quadri metafore di forme tratte da immagini poetiche, Donatella crea immagini poetiche da metafore di oggetti tratti dalla pittura. Gli stessi colori le stesse atmosfere per giungere a spandere intorno ai suoi versi la luce odorosa che si respira nell’ammirare un quadro di Picasso.

Mi mettete in posa su un carretto dipinto

e non sentite, fra le giunture molli

i fruscii delle ortiche.

Non resta altro da scrivere per il momento mentre è utile mostrare qui di seguito, come quadri esposti sui muri di una galleria d’arte, quattro dettagli dei numerosi  “dipinti”, contenuti in questa silloge, in cui figurano le immagini che più colpiscono chi legge:

1)

un orecchino già visto, e vapori di cucina

intorno a gonne senza gambe

2)

Sul comodino

ti lasciavo, come di consueto

la mia busta dei sogni

con le parole che non riuscivi a dire,

qualche vecchia forcina di mia madre

e la foto del defilé del trentaquattro a Londra

dove mi si vedeva in piccolo

3)

Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

si diventa foto in bianco e nero

per ricordare cose: il paltò

senza tasche, l’orologio

indietro. Si resta così,

modelli in carta

di profumi dimenticati

4)

L’arancio grato dei tetti. L’amara

consapevolezza dei campanili

nel denso odore di pioggia. Poi, l’estate.

 

 

Roma, 12/07/2018                                                                                         Marcello Comitini

 

 

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