Il miele dei ricordi

 

Ho già pubblicato questa lettura che l’amico Luigi fa di questa mia poesia.

La ripubblico perché qualcuno recentemente mi ha inviato a conoscere tipi che scrivono di amori verso i tassisti o perché spinti da schizofrenia.

Compiango gli uni e gli altri, ma amo conoscere ragazze che sognano, vecchi che recitano la loro vita trascorsa, prostitute che mimano l’amore che non riceveranno mai, gay e transessuali quando, emarginati dai “normali” capiscono la loro condizione di “rivoluzionari” della normalità.

Ascoltando questa poesia sono certo che capirete il perché.

 

Il miele dei ricordi

Una ragazza dagli occhi neri e lucidi
tiene per mano il vecchio che le cammina a fianco
strascicando attento i suoi ricordi.
Tiene una sedia ripiegata sottobraccio
come un libro chiuso nell’attesa di una sosta.
Un bastone regge i passi lenti
lungo la strada dove nessuna voce grida,
dove dalle fessure di serrande alle finestre
gli occhi delle case guardano nel vuoto
storie di uomini smarritesi negli anni.
La ragazza poggia in un angolo la sedia
la dispiega al sole e lentamente il vecchio
siede e narra.
Legge tra le pagine del libro, sfoglia con stupore
immagini invisibili
scandisce con i gesti i giorni andati e il tempo.
Le parole, vibrano come api intorno al miele dei ricordi,
scorrono nell’aria, le inseguono le mani
ne disegnano i contorni, le trattengono.
nel timore di perderle nel nulla.
Terse, tiepide, rotonde volano sulle labbra alla ragazza,
le lasciano il sapore di un mondo sconosciuto
e tracce misteriose d’una felicità raggiunta.
Lei serra occhi e labbra, le ripete sorridendo,
vede all’improvviso la propria giovinezza
infrangersi nel fuoco del tramonto che le sta d’innanzi.

Quarto Giorno

Autoritratto con binocolo di Rebecca Massey.jpg

Autoritratto da una foto della fotografa Rebecca Massey

Non avrei scritto di certi argomenti se non
mi fossero venuti innanzi ostacoli
che hanno avuto la forza di farmi percepire
come un uomo calpestato, messo da parte dalla vita.
Ostacoli che prestissimo mi hanno insegnato
che si perde tutto e all’improvviso
la sola cosa che rimane dentro è lo stupore doloroso
di questo vuoto inatteso, di queste mani che
stringono il nulla.
Eppure sono convinto che stare a questo mondo
– qualunque sia il modo – non giovi solo a sé stessi.

Così “il disinganno prima dell’illusione” che ho posto
a motto del mio esistere,
è come uno sguardo che domina e unifica le poesie
e le prose presenti.
E perché il disinganno possa liberare l’uomo
dal dolore, che la vita gli riserva, deve giungere
prima dell’illusione, deve estendere il suo
sguardo all’amore, spogliandolo di
tutte quelle illusorie speranze che non gli consentono
di essere vissuto nella sua autenticità di precario
equilibrio. Precarietà a cui niente e nessuno si sottrae.
Perciò le poesie che offro sono come un frutto
gonfio di quella linfa che la vita nel bene e nel male
fa fermentare dentro l’essere umano.
Voglio creare nell’animo del lettore quel tumulto
che gli dia consapevolezza del suo vivere.

Pagina introduttiva del mio prossimo libro di poesie “Quarto Giorno“.

 

Nascita di Venere (di Rainer Maria Rilke)

Mira-Nedyalkova-Sanctuary

Non ho saputo resistere. Nonostante le splendide traduzioni di Vincenzo Errante  e  di Andreina Lavagetto, anch’io ho voluto tradurre questo magnifico inno con cui il poeta Rainer Maria Rilke narra la nascita della Dea, immortalata anche dal Botticelli. Ho tentato di mettere in risalto tutta la carnalità con cui il poeta descrive la Dea e la natura che interagisce con la nascita (il mare, il vento, il delfino).

Qui intendo attirare la vostra attenzione su come questa carnalità il Poeta la faccia trasparire fin dai primi versi, descrivendo il travaglio sofferente del mare come quello di una partoriente.

Dopo una notte d’ansia e di tormenti
di paura e di grida,
non appena fu l’alba il mare
s’aprì e urlò.
Quando lentamente l’urlo si richiuse
e dai pallidi cieli mattutini sprofondò
nei muti abissi dei pesci, il mare partorì.

Sulle labbra del pube marino scintillante
di ricci al primo sole,una fanciulla emerse
candida, in sé raccolta, umida ancora.
Si schiuse il corpo a poco a poco fuori dalle spume
come la foglia verde che appena apparsa freme,
si stira e languida si svolge
nella frescura intatta della leggera brezza del mattino.

Le ginocchia si levarono luminose come lune,
e s’immersero nelle cosce simili alle nuvole
Si schiarì l’ombra sottile dei polpacci.
I piedi si sporsero con una grazia luminosa.
Palpitarono le membra come palpita la gola
quando beve.

Il corpo si posava nella coppa del bacino,
come nella mano di un bimbo un frutto ancora acerbo.
E il piccolo ombelico stretto come un calice
sembrava raccogliere tutta la tenebra
di quella vasta luminosità vivente.

Da sotto risaliva un’onda lieve. Si versava
lungo i fianchi con un sommesso scorrere.
Di luce intriso, e non ancora ombrato,
ignudo e caldo il pube si mostrava
come betulle nell’aprile.

Quindi si bilanciarono le spalle, morbide equilibrate
sullo stelo del corpo, che dritto dal bacino vibrando zampillava
e ricadeva rapido nella folta pioggia dei capelli,
poi lentamente nelle braccia lunghe.

E piano il volto, chino nell’ombra fitta,
si mostrò alla luce eretto e chiaro.
Sott’esso il mento lo conchiuse ripido.

Quando il collo fu come uno zampillo ritto
vibrando come stelo fervido di linfe,
anche le braccia si distesero,
come collo di cigno in vista della riva.

Poi, all’improvviso, entro la opaca alba del corpo,
venne come brezza un timido respiro.
Nacque un sussurro nei più sottili rami delle vene
e il sangue iniziò a scorrere nei suoi luoghi profondi.
Quindi, la brezza rinforzò, si trasformò in vento.
Invase la fanciulla, le gonfiò i seni ancora giovani
Come candide vele colme di spazio,
condussero a riva il lieve corpo.

Approdò la Dea.

Attraversò la nuova spiaggia a passo rapido. Dietro di lei
per tutto il mattino s’alzarono alti gli steli e i fiori
confusi ed ebri come se si svegliassero
da una notte d’amore.

La Dea s’ allontanò di corsa,

Ma nell’ora calda del mezzogiorno,
il mare si sconvolse ancora, urlando.
Scagliò un delfino su quello stesso luogo.
Squarciato, senza vita e rosso.

Rainer Maria Rilke (Traduzione di Marcello Comitini)

 

 

 

Ponti (4 novembre 1966)

Guglielmo Amedeo Lori,Tramonto d'autunno, 1904

Guglielmo Amedeo Lori, Tramonto d’autunno, 1904

Nei tramonti le braccia che affondi nell’acqua s’arrossano
e coloro che ti percorrono invasi dal dolore
sentono vibrare la tua voglia di fermare
la malinconia che scorre
tra le dita sommerse nell’oscurità del fango.
Chi ti ha condannato ad affondare in eterno
le braccia aperte nell’attesa di un abbraccio
che non ti sarà mai reso, che si arresti
lo scorrere inarrestabile del tempo?
O di quella furia assai simile all’odio
che ti strapperà le braccia e il cuore?
Tra le acque e il cielo sventolano i loro fazzoletti colorati
treni e auto che passano senza fermarsi.
E gli uomini ti attraversano
come mandrie legate ad un identico destino,
e mugghiano d’amore, a labbra chiuse.
Piangono la riva abbandonata per quel lungo viaggio
che ha un inizio e continua senza fine
e li riporta spesso alla stessa riva
calpestando a ritroso sino all’addio
le stesse pietre livide.

In che stagione siamo

Il fantasma della pioggia vela l’orizzonte
e un vento caldo che stordisce
lo trasporta innanzi ai nostri occhi.
Ci vola incontro come sciame d’api
nella trama fitta delle lacrime
che ci rigano le guance.
Ci guardiamo intorno. Scopriamo d’ogni cosa
l’afa soffocante e il grigio
e quella grande quiete morbida
che sale dalla terra gonfia d’erba.
E su nell’infinito grigio delle nuvole
squarci di luce come bagliori incerti
d’una città sommersa dalle acque.
Inutilmente ci chiediamo
con le mani al viso in che stagione siamo.
La sentiamo in fondo al cuore
la stagione dei morti
la stagione dei cadaveri scoperti
dalla pietà dei vivi sotto enormi pietre bianche
e il pallido lucore di lumini indifferenti e inerti.
La stagione in cui guardiamo al mondo
nell’afrore umido del vento
come se non ci appartenesse,
come se non avessimo
altre stagioni che ci attendono.