Uno stupido esclamativo

Punto interrogativo

“Gli interrogativi che soprattutto mi interessano quando leggo una poesia sono due. Il primo è di carattere tecnico: «Ecco un marchingegno verbale. Come funziona?». Il secondo è morale nel senso più ampio del termine: «Che tipo è colui che vive in questa poesia? Qual è la sua idea di ciò che è bene, di ciò che è giusto? E la sua idea del Maligno? Che cosa nasconde al lettore? Che cosa nasconde anche a se stesso?»” (W.H. AUDEN, La mano del tintore, Milano, Adelphi 1999, p. 70)

A me le domande, per ovvi motivi, si presentano ribaltate. Ogni qual volta termino di comporre questa o quella poesia mi chiedo: « Questo mio nuovo marchingegno verbale cosa farà scoprire al lettore? Cosa gli nasconderà? Cosa nasconde a me stesso? Che tipo sarà colui che leggerà le mie poesie? Quale idea avrà di ciò che è bene e di ciò che è giusto? »

Io non so rispondere.

Ritengo che domande simili se le sia poste Baudelaire, lui che ha costruito le sue poesie verso per verso, parola per parola, sonorità per sonorità. Ma penso anche a Leopardi, a D’Annunzio (sì, anche a lui!), a Quasimodo, Ungaretti, Pavese, e a tutti i poeti che sono passati alla storia per la bellezza e la sempre attuale forza di condivisione che scaturiscono dalle loro poesie. Tutti hanno cercato di rispondere a queste domande.

Io non so cosa rispondere.

Forse proprio perché  il poeta può solo porsi continuamente domande, formularle affinché il lettore, riflettendo su di esse, si ponga a sua volta domande personali e alla fine si scopra attento al mondo che lo circonda e si pieghi su sé stesso come un punto interrogativo, non come uno stupido punto esclamativo.

 

Nel pomario

Nel pomario anka-zhuravleva

 foto di Anka Zhuravleva

Scivola lento fra i rami del pomario
rosso di mele già mature.
Gira silenzioso intorno ai tronchi
saggia l’aria impregnata di profumi
cerca le impronte di prede inconsapevoli.
Come solco di pettine separa
i lunghi steli d’erba
e morde furtivo gemme d’oleandro.
Viscido tronco senza ali o zampe
testa scolpita in una lama fredda
ma gli occhi gialli tagliati dalla luce
scrutano il cuore dei viventi.

Mentre la luna in una notte chiara
tesse tra le foglie brevi sogni d’ombra
sorridono gli occhi silenziosi del serpente
come dietro una maschera d’argento.
Una ragazza distesa in mezzo al prato
nuda tra l’eterno e il tempo
alza le braccia:
« Intorno alle mie spalle le farfalle
scuotono ali colorate
al rosso fuoco delle mele.
Piccoli pesci quando scendo al fiume
inargentati mi carezzano le gambe.
I miei capelli odorano di bosco,
la mia pelle è giunco che fiorisce
e miele che si scioglie tra le labbra.

Ma nessun uomo m’ha sfiorato i fianchi.

Per me solleva la tua testa di diamante,
saetta con la lingua il tuo veleno,
portami quella mela la più alta
sopra il ramo più alto che rosseggia.

Poggiala sul mio ventre e che il tuo amore
sciolga il mio desiderio dal peccato. »

Il compleanno del vecchio mondo

dalla finestra00rit

Dalla finestra, graficart marcello comitini

Attratto dal fragore della pioggia come una risata
esplosa all’improvviso a festeggiare il mondo
vedo dal mio balcone aperto tra le nuvole
luci lontane di candele nella notte.
Brillano festose alle finestre come gli occhi
di uomini e di donne
che hanno rivolto i visi a quegli schermi
su cui scorrono ardenti di colori e suoni
i loro sogni (i sogni
che soltanto hanno sognato).

Sono le lunghe ore sbiadite d’ogni giorno
che si accalcano lattiginose alle finestre.
Malferme come gli ubriachi scuotono le luci,
illuminando a festa il compleanno
del vecchio mondo che balbetta fuori dagli schermi.

Intanto nel silenzio della pioggia ch’è cessata
il cielo è diventato buio, inebetente e vuoto.

Resta nel fremito dell’aria ancora umida di pioggia
quasi un suono fragoroso di risata.

 

 

Sorridendo a Gaza

Per non dimenticare, anche quando gli schermi dei TG non ci narrano più nulla.

 

Sorridendo abbiamo teso le braccia
verso l’uomo che ci veniva incontro
e colme di dolore le abbiamo ritirate.

Non c’erano più mani oltre i nostri polsi
né alle caviglie i piedi strappati via da schegge.

C’erano sull’asfalto i visi dei compagni
c’erano i nostri visi rigati dal loro sangue.

Dov’era la casa tavole spezzate,
dov’era il cortile polvere silenziosa.

Dov’era la scuola frammenti di lavagne,
dov’erano i banchi occhi di terrore.

Dov’era la vita c’è la smorfia di un uomo
nell’attimo che stringe il morso del dolore.
Un uomo che trasporta dentro sé la morte.

E ce n’è un altro accanto a lui che piange
che soffre e dentro di sé nutre la vita col silenzio.

Ti alzi…

MAN RAY Nusch Eluard, as illustration for poems by Paul Eluard, 1935

MAN RAY, Nusch Eluard,1935

Ti alzi l’acqua si diffonde
Ti corichi l’acqua si fa fiore

Tu sei l’acqua deviata dai suoi abissi
Sei la terra che mette le radici
E sulla quale tutto si fonda

Generi bolle di silenzio nel deserto dei frastuoni
Canti gli inni notturni sulle corde dell’arcobaleno
Tu sei ovunque ogni strada rendi inutile

Tu sacrifichi il tempo
All’eterna giovinezza della fiamma perfetta
Che nasconde la natura riproducendola

Donna tu metti al mondo un corpo sempre simile
Il tuo

Tu sei la somiglianza

Paul Eluard (traduzione di Marcello Comitini)

 

Tu te lèves l’eau se déplie
Tu te couches l’eau s’épanouit

Tu es l’eau détournée de ses abîmes
Tu es la terre qui prend racine
Et sur laquelle tout s’établit

Tu fais des bulles de silence dans le désert des bruits
Tu chantes des hymnes nocturnes sur les cordes de l’arc-en-ciel,
Tu es partout tu abolis toutes les routes

Tu sacrifies le temps
À l’éternelle jeunesse de la flamme exacte
Qui voile la nature en la reproduisant

Femme tu mets au monde un corps toujours pareil
Le tien

Tu es la ressemblance

 

Su invito dell’amico Luigi Maria Corsanico ho tradotto questa bella quanto difficile poesia di Paul Eluard. Nel tradurla ho cercato di rispettare la musicalità dell’originale. Ma soprattutto ho cercato di rendere la visione che Eluard ha della donna particolar-mente profonda e al tempo stesso delicata.

1961 – epilogo d’estate

Bisogna portarli incisi sulla pelle e nell’anima i versi che si scrivono in maniera insuperabile. Altro mezzo la crudeltà della vita non ci concede.

cristina bove

balcone- by criBo

E vivo al posto suo
da quella notte del trentuno agosto
che lei precipitò dalla ringhiera
e poi si addormentò sul marciapiede
io me ne andai
lasciandola sul posto__ e venni al mondo
pagandomi l’accesso dal balcone

Però le ho sempre raccontato tutto
e lei non ha mai smesso di volare
__non si ricorda d’essere atterrata__
: sogna di me piombata sull’asfalto
sagoma disegnata con il gesso
e nel suo sogno lei si crede viva
ed io nel mio fingo d’essere morta

diventeremo una
quando saremo entrambe risvegliate
e con un solo battito di ali
riprenderemo il viaggio di ritorno

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