Uno stupido esclamativo

Punto interrogativo

“Gli interrogativi che soprattutto mi interessano quando leggo una poesia sono due. Il primo è di carattere tecnico: «Ecco un marchingegno verbale. Come funziona?». Il secondo è morale nel senso più ampio del termine: «Che tipo è colui che vive in questa poesia? Qual è la sua idea di ciò che è bene, di ciò che è giusto? E la sua idea del Maligno? Che cosa nasconde al lettore? Che cosa nasconde anche a se stesso?»” (W.H. AUDEN, La mano del tintore, Milano, Adelphi 1999, p. 70)

A me le domande, per ovvi motivi, si presentano ribaltate. Ogni qual volta termino di comporre questa o quella poesia mi chiedo: « Questo mio nuovo marchingegno verbale cosa farà scoprire al lettore? Cosa gli nasconderà? Cosa nasconde a me stesso? Che tipo sarà colui che leggerà le mie poesie? Quale idea avrà di ciò che è bene e di ciò che è giusto? »

Io non so rispondere.

Ritengo che domande simili se le sia poste Baudelaire, lui che ha costruito le sue poesie verso per verso, parola per parola, sonorità per sonorità. Ma penso anche a Leopardi, a D’Annunzio (sì, anche a lui!), a Quasimodo, Ungaretti, Pavese, e a tutti i poeti che sono passati alla storia per la bellezza e la sempre attuale forza di condivisione che scaturiscono dalle loro poesie. Tutti hanno cercato di rispondere a queste domande.

Io non so cosa rispondere.

Forse proprio perché  il poeta può solo porsi continuamente domande, formularle affinché il lettore, riflettendo su di esse, si ponga a sua volta domande personali e alla fine si scopra attento al mondo che lo circonda e si pieghi su sé stesso come un punto interrogativo, non come uno stupido punto esclamativo.

 

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41 pensieri su “Uno stupido esclamativo

  1. Ma che bella riflessione!
    Hai perfettamente ragione, caro Marcello: un po’ come diceva Pasolini per Scritti Corsari; il libro è un percorso che il Lettore deve ricostruire e il bello di ciò, aggiungo io, è che questo avviene senza che lui ne abbia alcuna voglia.
    Bello leggerti!

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  2. Io direi che a volte, mi capita che le poesie che scrivo, mi svelano cose di cui nemmeno io stessa ne ero pienamente conscia mentre le stavo scrivendo. Le poesie ci svelano ai nostri stessi occhi! Personalmente, è bello poi sapere che possano emozionare anche gli altri.

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  3. ciò che viene scritto credo possa essere captato solo in parte, poichè tra i sentimenti provati che sono l’imput di una poesia e la parola scritta già si perdono frammenti; poi la sensibilità e la capacità interpretativa di ciascun lettore fa il resto. D’altro canto può succedere che chi legge può dare un senso ben diverso, ribaltando a volte il senso originario, salvo nella poesia descrittiva

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    • Cara Daniela, certamente avrai notato che Auden usa l’espressione “marchingegno verbale” Questo perché Auden prescinde dai sentimenti come input della poesia. E in effetti, la poesia finita è ben lontana dall’input iniziale. Terminata è un prodotto a sé, frutto e risultato di diversi rimaneggiamenti che ogni autore di poesia si sente spinto a fare. Che è poi quello che fa un qualsiasi pittore sulla propria tela. Mutamenti che giovano ad agevolare la condivisione da parte del lettore, sia sotto il profilo contenutistico sia sotto il profilo estetico che è strettamente collegato al primo.
      Questo l’ho scritto solo per puntualizzare il senso del mio post. Senza nulla togliere alla correttezza di quello che tu hai scritto. È certamente vero, infatti, che il prodotto finito viene a sua volta elaborato dalla “sensibilità interpretativa del lettore”, come ben hai specificato tu.

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      • certo, però credo che quel marchingegno verbale non sia sempre costruito ad hoc per agevolare codivisioni, quanto piuttosto un tentativo di sintetizzare al meglio ciò che era l’imput primario.
        La poesia è sintesi di un pensiero che verrebbe molto più semplice esprimere diversamente; con la ricchezza verbale della prosa sarebbe molto più semplice offrire sfumature aggiuntive per completare il proprio pensiero, che molto più difficilmente verrebbe travisato o solo parzialmente compreso

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  4. Io mi trovo alquanto spiazzata ; Non mi pongo mai domande a “marchingenio” finito. Cosa ha a che fare con la poesia il domandarsi ” cosa farà scoprire al lettore? Cosa gli nasconderà? Cosa nasconde a me stesso? Che tipo sarà colui che leggerà le mie poesie? Quale idea avrà di ciò che è bene e di ciò che è giusto?” Cosa nasconda a me stesso è una domanda che non so pormi, perchè , credo, che la poesia di per sè riveli soprattutto a chi la scrive . Quale idea avrà del giusto e del bene non credo sia così funzionale alla lettura della poesia, non quanto l’idea del bello e del vero. Cosa farà scoprire al lettore non so a chi possa interessare se non , eventualmente il domandarsi quanto arriverà al lettore di quello che ho voluto significare o nel caso migliore, quali significanze riterrà per sè a scapito di altre che , forse per il poeta avevano una valenza maggiore. Detta sinceramente io, diversamente, anelo a quel punto escamativo che significa stupore. Le domande le lascerei ai critici letterari che quasi mai riescono a darsi risposte almeno plausibili.

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    • Mi fa piacere leggere che ti trovi spiazzata. Come vedi non sei rimasta come uno stupido punto esclamativo, nonostante la tua affermazione. Se di fronte a questo scritto non sei passata avanti tacendo, significa che scrivendo ti sei posta le stesse domande e hai cercato di dare una risposta, perché non si sfugge al bisogno di sapere cosa e quanto si comunica all’altro di sé stesso, e cosa l’altro ha inteso comunicarci in qualunque modo ci si esprima e qualunque cosa si pensi della poesia..

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  5. Sono uno privo di certezze che non si fa domande ormai da molto tempo. Me le facevo, ma poi ho scoperto (cosa ovviamente valida solo per me) che non potevo ricevere risposte incontrovertibili. Quindi quando mi capita di scrivere, butto dentro le mie emozioni senza chiedermi niente e soprattutto leggo gli altri allo stesso modo.
    Così è per me.

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  6. Sai Marcello quando leggo una poesia mi voglio immedesimare vorrei che quella poesia appartenesse a me devo sentire un brivido mi devo avvicinare al poeta che l’ha scritta non sempre però riesco a provare queste emozioni non per tutte le poesie anche se sono state scritte molto bene Il poeta come il pittore deve convivere con quel silenzio anche se fa male è il silenzio che spesso parla ai poeti e li consiglia ciao buona giornata

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    • Hai detto proprio bene: “”” Il poeta come il pittore deve convivere con quel silenzio anche se fa male.””” Sì, il silenzio. Anche se è molto difficile da raggiungere e mantenere. Il tuo desiderio di fare propria la poesia, di sentirne un brivido, è spesso l’obiettivo di chi scrive: Egli cerca di confezionare un prodotto che risponda alle esigenze umane di bellezza e di armonia e quindi di condivisione. Non sempre ci riesce. E lui è il primo a saperlo e ne soffre.

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  7. E se la poesia fosse come uno specchio?
    Non tutti infatti guardano come attraverso una finestra aperta sulla mente e sul cuore di chi scrive,spesso infatti si cerca di focalizzare la propria immagine,il proprio sentire e dunque ogni scritto diventa una veste cucita addosso a chi legge.

    Un sorriso

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  8. Direi che la poesia ( quella vera ) non è, non può essere, un “marchingegno”.
    Potrebbe esserlo una filastrocca od un haiku casuale o qualsiasi altro gioco di parole.
    La poesia no; essa traduce in parole le emozioni dell’anima.
    Il poeta è come un’antenna radar che capta quanto avviene dentro di lui e fuori di lui e compie attraverso la poesia un’opera di traduzione che si giova anche dei ritmi, delle cadenze del canto dei simboli e delle metafore ben note a quanti si dilettano nello scrivere versi più o meno poetici.
    Il poeta è un intermediario di sentimenti. Dal dolore nasce la poesia così come nasce dall’amore. Come non ricordare i memorabili versi del Sommo Dante : ” I’ mi son un che quando Amor mi spira …….”. La composizione poetica va ben oltre le parole adoperate per scriverla. Quindi la poesia finisce con avere un “valore aggiunto” ben maggiore dei materiali da costruzione impiegati.
    Quando scrivo lo faccio per una mia necessità interiore impellente ed imprevista che non ha altro scopo che quello di dare sfogo e quel che ” ditta dentro vo significando ”
    Non mi chiedo il perchè ed il per chi ma sento di compiere una mia esigenza come fosse uno sbadiglio.
    Se a volte mi chiedo cosa ne penserà un mio eventuale lettore, lo faccio per pagare un pedaggio alla mia vanità.
    Avrò bisogno di farmi visitare da uno Buono ?
    Può darsi
    Ciao Marcello

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    • C’è modo e modo d’intendere la poesia, caro Isidoro.Guardare l’alba è poesia. Ma che tipo di poesia? Contemplare il viso della donna amata e descriverlo nei versi per dare sfogo, come dici tu a quel che “ditta dentro” è anch’esso poesia. Ma rimane a domanda: che tipo di poesia? Prima di risponderti riportando Voci autorevoli, vorrei chiederti se ritieni che un pittore nel dipingere non torna mai a ripassare su un colore già steso qualora ritenga che non si accorda con i colori delle pennellate successive. E prima di considerare definitiva la sua opera non le rivolge sguardi attenti e scrutatori per scoprire se vi sono ancora possibilità di rendere più evidente, più esplicita e più condivisibile l’idea che lo ha guidato nella composizione e realizzazione del quadro. Quest non vuol dire che il suo sguardo scrutatore tende a conformarsi con il suo futuro fruitore, ma cerca di capire se il linguaggio utilizzato (cioè il quadro con il complesso dei suoi elementi) è in grado o meno di ergersi a simbolo, ha quindi una valenza atta a suscitare pensieri nei suoi fruitori,
      E mentre attendo la tua risposta ti riporto un pensiero espresso dal poeta francese Mallarmé sul comporre poesia:
      « Nommer un objet, c’est supprimer les trois-quarts de la jouissance du poème qui est faite de deviner peu à peu: le suggérer, voilà le rêve. C’est le parfait usage de ce mystère qui constitue le symbole :évoquer petit à petit un objet et en dégager un état d’âme, par un série de déchiffrements » (nominare un oggetto è sopprimere per tre quarti il pieno godimento della poesia, che è costituita dall’indovinare a poco a poco : suggerirlo ecco il sogno. È il perfetto uso di questo mistero che cosituisce il simbolo : evocare pian piano un oggetto rivelando uno stato d’animo per una serie di interpretazioni.)
      Il poeta Rilke a sua volta sosteneva che “l’Arte è il tentativo del singolo di trovare al di là dell’angustia e dell’oscurità (cioè al di là del puro sentimentalismo – di fronte al tramonto e al viso della donna amata (la nota è mia)) un’intesa con tutte le cose per giungere più vicino alle fonti ultime e sommesse della vita (cioè al simbolo (nota mia)).
      Su questo argomento non c’è letterato o poeta che la pensi diversamente a qualunque corrente o epoca appartenga – a meno di non sentirsi un Dio capace di esprimere tutto e perfettamente senza commettere errori o omissioni).
      Da quale esigenza allora scaturisce la tua argomentazione?
      Non spetta a me giungere alle conclusioni. Così come lascio a te di valutare la necessità o meno di ricorrere a uno Buono. 😀 (ovviamente scherzo: ho solo ripreso la tua battuta finale)

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  9. Caro Marcello
    Tu dici : ” Guardare l’alba è poesia “; giusto !
    Poi aggiungi : ” Ma che tipo di poesia ? ”
    Risponderei che la poesia è o non è.
    E quì la cosa si complica perchè la vera poesia, a mio sommesso avviso, sfugge ad ogni tipologia, è trascendente e non sopporta neanche la retorica del manierismo.
    Nel passato, ma forse ancora oggi, a livello folkloristico venivano redatte composizioni a tema che finivano col diventare una specie di ” poesia per l’occasione”; in tal caso, ma ad un livello diverso si può pensare ad un “tipo” di poesia.
    Talvolta la poesia epica, o quella dei menestrelli e dei trovatori ha raggiunto vette di autentico lirismo; L’Antico Testamento, com’è noto, riserva nei Salmi e negli scritti di Isaia tesori di poesia.
    Quindi, davanti ad una composizione io non mi chiedo di che tipo di poesia si tratti ma se si tratti di poesia.
    Sul secondo punto di riflessione, osserverei che il pittore di quadri lavora per addizione ( aggiunge sulla tela colori a colori, smalti a smalti etc.); lo scultore lavora per sottrazione, partendo da una massa informe di marmo, di pietra o di altro materiale, scolpisce, cesella ,dando così forma all’informe.
    Il poeta compone come se stesse intessendo un mosaico; esprime la sua sensibilità sistemando le parole giuste al posto giusto, adoperando parole moderne od antiche, grezze o raffinate
    Certamente ogni artista che vede nascere la sua opera cerca di migliolarla e di renderla fruibile agli altri ( e sotto questo aspetto l’artista non soddisfa soltanto il proprio ego ma compie un atto etico se non altruistico evitando dispendiose sedute psicoanalitiche !!!)
    Condivido tua citazione del poeta Mallarmè circa il potere evocativo dell’arte nei riguardi del fruitore..
    Infatti, l’autentica opera d’arte è quella capace di “attivare una connessione immediata” con il fruitore
    dotato di cultura e di naturale sensibilità ( in questo senso interpreto il verbo “evocare” adoperato dal poeta francese)
    E infine come potrei non essere d’accordo con quanto scritto dal grande poeta austriaco dai cui versi, densi di intima religiosità, chiunque ami la poesia non può prescindere ?
    ” Trovare …. un’intesa con tutte le cose per giungere più vicino alle fonti ultime ……”
    Guardando il viso della donna amata, in Dante si risveglia un sentimento (non è sentimentalismo ! ) così alto da trasformare, ai suoi occhi, Beatrice in donna angelicata.; ed è la poesia, la vera poesia a compiere questo miracolo di trasformazione.
    Mi accorgo di aver messo un bel pò di punti esclamativi.
    Ho deciso di lasciarli !
    Ciao

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    • Ti ringrazio di questa appassionata risposta. In sintesi non posso che notare che hai confermato quello che Auden e tutti gli altri (me immodestamente incluso) hanno affermato con una semplice definizione: la poesia TERMINATA è un “”marchingegno verbale”” che suscita in chi legge sentimenti i più svariati. E questo con buona pace e con la complicità dei romantici, degli illuministi, dei rinascimentali, dei futuristi, degli ermetici (solo per citare le maggiori correnti occidentali) e di tutti coloro che lungo il corso della storia della poesia hanno costruito, letto interpretato e goduto di questo marchingegno verbale.

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  10. Caro Marcello, ho letto e apprezzato molto il tuo scritto e praticamente tutti i commenti. Io sono un punto interrogativo, soprattutto nei miei stessi confronti.E quello che tu scrivi relativamente alla poesia io lo sottoscrivo anche per la fotografia.
    I marchingegni esistono ovunque, nell’arte in special modo.Spesso il marchingegno si sostituisce alla spontaneità e all’ispirazione: originalità a tutti costi che si traduce in “trovata”…quando forse la vera originalità è essere se stessi e che siano gli altri a giudicare.Che poi di sedicenti poeti e fotografi e artisti in genere il web è pieno. E più se lo dicono da soli e meno lo sono.Abbraccio.❤

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