I vagabondi

i vagabondi

Leonardo, L’ultima cena, mia è l’elaborazione grafica.

Resta soltanto il silenzio delle sedie in disordine intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia tra i calici rossi di vino
come gelidi fiori d’anemoni alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.
Alle pareti gli specchi pieni di ombre
moltiplicano il vuoto lasciato dai vagabondi
che senza pace sono fuggiti in cerca di fiumi tranquilli
e prati su cui adagiare la loro inquietudine.
Senza cedere il passo ai segni del tempo trascorso
ridevano allontanandosi.
Chi ha voltato le spalle chiuso in sé stesso
chi sottobraccio all’amata ha strappato le proprie radici
chi guardando il tenue orizzonte lontano
ha ripensato al monte scalato in silenzio
in solitaria fatica e al dolce tormento
della pioggia sul volto a bruciare le pupille e il fiato.

Resta soltanto la tavola pronta dell’ultima cena mai terminata
per raccogliervi intorno i vagabondi che mai cederanno al passato
il profumo dei fiori di campo carezzati dal vento.

Tornerò in quella stanza mi guarderò intorno. Vedrò negli specchi
il gelo che appanna le ombre, respirerò l’inebriante
profumo del vino e le inafferrabili distanze del tempo.

Siederò a quella tavola solo.

 

20 pensieri su “I vagabondi

  1. La trovo molto bella, ci leggo la solitudine di chi sceglie di restare o di tornare, la fatica di cercare un “sogno più vasto e vano del consumarsi dei giorni”, sogno vano perché non è “utile”, ma al tempo stesso più vasto perché non si lascia soggiogare da una realtà troppo ristretta, per quanto comoda, o da un passato in cui si sono fatte anche cose bellissime, ma che non può restituire “il profumo dei fiori di campo carezzati dal vento”. Ci sento qualcosa di doloroso ma anche una consapevolezza, qualcosa di vivo, qualcosa che si può vivere e respirare per sentirne il profumo. Scusa se mi sono lanciata in un’interpretazione, ma mi aveva colpito e ho voluto cercare di capire quali corde era andata a toccare :).

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    • Non ho nulla da scusare in questa tua attenta e acuta interpretazione, né del fatto che tu abbia interpretato: hai colto tutto quel che c’era da cogliere, hai messo in evidenza parole e concetti assolutamente rilevanti per la comprensione più profonda di ciò che i miei modesti versi hanno inteso esprimere. In particolare mi ha colpito che tu abbia sottolineato la solitudine di chi compie una scelta, qualunque essa sia, e le fatica di cercare. E sono ben felice d’avere scoperto quali corde i miei versi abbiano toccato in te. Grazie!

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  2. E’ sempre bello e sorprendente imbattersi, tra un clic e l’altro, in talenti del tuo livello… ed è sempre più raro trovare qualcuno che riesca ad emozionarti davvero e a trasmetterti tanto, come riesci a fare tu coi tuoi versi. Ho appena iniziato, ma tornerò indietro e divorerò tutti i tuoi post degli anni passati. Bravo, bravo davvero.

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  3. Grazie, Bruno. Devo confessarti che anche tu mi hai emozionato con questo tuo pensiero. Posso indicarti il mio sito (www.terracolorata.com), in cui raccolgo gran parte di ciò che scrivo e dove ciò che scrivo è disposto ordinatamente.
    Ho visto che anche tu hai un blog ben fatto, ma non ho ancora letto nulla. Vado a curiosare e possibilmente a commentare. Ciao e a presto.

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  4. E’ una poesia veramente bella. Complimenti Marcello !
    Si può dire che lascia intatta la profondità del capolavoro pittorico a cui si riferisce, regalando al lettore ampi spazi interpretativi nell’ambito di diverse allusioni.
    E’ vero, : l’ultima cena non è mai l’ultima, perchè nel convito eucaristico si ripete ogni volta.
    Eppoi, quei convitati di mensa che a volte sembrano soltanto delle comparse “vagabonde”, come tu dici.
    E’ una poesia che merita di essere letta e riletta perchè ogni volta si scopre qualcosa di nuovo.
    Un caro saluto

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  5. Han già detto altri della tua bravura che conosco bene anch’io ormai; nella bellezza di questo incrocio di emozioni artistiche, visto il capolavoro cui son legati i versi, ho colto la speranza di chi anche idealmente fa ritorno in un luogo apparentemente abbandonato, che riesce a trasmettere conforto, nonostante l’assenza di chi non tornerà. E aggiungo i complimenti per l’elaborazione grafica da non sottovalutare.Un abbraccio e buon sabato Marcello.
    Daniela

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  6. il vero fulcro della poesia è -a mio modesto parere- la chiusa! Di una potenza toccante che celebra l’uomo è il suo silenzio, un distico che chiude ma anche apre. E poi la bellezza dell’immagine affascinata dalle intime “battaglie” interiori. Una nota particolare alla icastica immedesimazione che mi pare di percepire attraverso la lettura e che eleva questa lirica a preghiera, una genuflessione mistica a cui tutti -in qualche modo e prima o poi- dobbiamo dare conto. Notevole l’uso della parola che non segue un dettato prestabilito ma sa volare con e intorno all’incapacità del tempo e alla sua sofferta universalità. Spero di non essere andato fuori tema, ma è quello che “sentito”. Complimenti!

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    • Ciao, Sarino, Quello che “si sente” non è mai fuori tema. È viceversa un modo di arricchire ciò che mi sono sforzato di dire, senza forse esserci pienamente riuscito. Ciò che conta per me è che lettori attenti come te possano condividere quel che ho scritto fornendolo di una nuova luce.
      Grazie della visita e dell’apprezzamento, che definirei dotto e articolato, se non temessi di essere frainteso per l’uso del termine “dotto” (che per me non significa assolutamente retorico o ridondante, ma ricco di riflessioni – letterarie e non). A presto

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      • è un modo gentile per dire che non ho capito nulla 🙂 ! Scherzo Marcello, comunque non sono entrato appieno al tuo dire e solo per mia colpa. La tua esposizione ha eleganza e acume e probabilmente una mia lettura più approfondita avrebbe dato un esito diverso. Ma sono senz’altro d’accordo con te quando affermi che “sentire diversamente” arricchisce, infatti una volta scritte le parole assumono un’ampiezza -e a volte un ritorno- che in qualche modo non è più dell’autore. Diventano una sorta di specchio in cui l’immagine cambia a seconda di chi guarda. E poi quando esiste un confronto sano e onesto ben vengano “le luci differenti”. Grazie per il dotto che intendo esattamente come te.
        Ciao e buon weekend

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